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martedì 19 maggio 2009

Il coraggio dimenticato


“ Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani”

mercoledì 4 giugno 2008

Salvacondotto ai ROM


Nell’orribile Italia che ci respira accanto almeno due persone hanno ottenuto un salvacondotto che li mette al riparo da qualunque conseguenza generino le loro parole e le loro azioni: il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il suo ministro Umberto Bossi. Possono dire e disdire, fare e disfare, come a nessun altro è consentito: elogiare i mafiosi e Putin, invocare i fucili e la secessione. Oppure aizzare l’intero Paese contro i Rom e i campi nomadi. Come se davvero nell’Italia governata per un terzo dalla grande criminalità, la ‘ndrangheta, la mafia siciliana e la camorra - che sovrintendono il traffico di droga, di armi, di capitali occulti, di esseri umani, della prostituzione, degli schiavi dell’elemosina, l’estorsione ai commercianti e agli imprenditori, il controllo dei cantieri, degli appalti e dei rifiuti - il problema che quotidianamente ci affligge sia davvero quello: i furti in appartamento, la sporcizia dei campi nomadi, l’aggressività dei piccoli zingari per strada. E che per arginare questa emergenza (non quella della Locride o di Scampia o dell’economia malavitosa che investe in Borsa) vengano nominati commissari ad hoc con il compito di ripulire, sradicare, disinfestare. In un furore d’ordine, ma in realtà di tremori contro le persone diverse da noi, che sta avvelenando l’Italia e gli italiani. Dicono gli imperturbabili commentatori della politica (sempre eccellenti a spiegare il già avvenuto) che è poi la vita minuta di quartiere con gli inciampi e le difficoltà di tutti i giorni quella che orienta la scelta degli elettori. I quali se ne fregano della mafia russa e dei padrini calabresi, purché qualcuno allestisca (o prometta) la forca per chi gli ha appena rubato il portafoglio. Non averlo capito in tempo, dicono, ha perduto la sinistra, disarmandola. Che sia solo questo, guardando le facce inconsapevoli dei leader di sinistra, io ne dubito assai. Mi domando semmai a quale destino si siano arresi, a quale salvacondotto personale aspirino i commentatori della politica, pensando simili pensieri.


Segnalazioni

La Repubblica del silenzio: il caso Travaglio ha inaugurato una nuova era politica (da Diario)

di Furio Colombo

domenica 2 settembre 2007

I LAVAVETRI E IL PARTITO DEMOCRATICO

Continua la passerella per il partito democratico: Veltroni, Bindi e diversi altri, in Puglia Emiliano, Gaglione e non si capisce ancora chi altro. Intanto ai lavavetri, in molti comuni, è stata dichiarata guerra. Se esiste un rapporto tra i due problemi, non bisogna essere laureati alla London School of Economics and Politics per coglierlo. Chi si candida a responsabilità nel PD ha, ad oggi, incarichi in autonomie locali ed istituzioni nazionali.
I problemi dei lavavetri sono più ampi della riduttiva presenza ai semafori. Si collocano in un’ampia discussione sui disagi di tante fasce deboli, specie extracomunitari. Essi non possono essere affrontati e risolti con delle ordinanze, per quanto queste in rarissimi casi possono essere anche efficaci. E molti del PD hanno responsabilità politiche cruciali per risolvere i problemi del mondo extracomunitario, del disagio, dell’emarginazione e della disoccupazione con efficaci
e nuove politiche di welfare.
Sappiamo che la nostra popolazione è fantastica nell’accogliere gli extracomunitari in situazione di emergenza, ma sa poco gestire i tempi lunghi dell’integrazione degli stranieri, a parte le eccezioni del volontariato e di pochi soggetti ad essi collegati. Non conoscendo specificamente i problemi del villaggio globale, l’accoglienza continua produce stanchezza e si inizia a pensare l’altro come possibile pericolo o addirittura ladro (di lavoro, di beni, di cultura, di pace e di identità locali).
L’irreversibilità del fenomeno però impone una seria attenzione a come rendere l’accoglienza durevole nel tempo e a come evitare forme di grettezze, che se, da una parte, non hanno mai prodotto forme violente di intolleranza (come in alcune parti del nord), dall’altra rischiano di alimentare il rifiuto dello straniero sulla base di pregiudizi, che spesso si organizzano in vera e propria mentalità razzista. Basta considerare le tante reazioni ai lavavetri. Certo l’immigrazione va disciplinata, le leggi e i controlli devono essere efficaci, la mafia internazionale va combattuta,
l’integrazione degli extracomunitari va potenziata, ma questo lo si può benissimo fare con gli strumenti ordinari di polizia, con politiche sagge di collaborazione internazionale, con la promozione del lavoro e del welfare. Le ordinanze contro i lavavetri servono a ben poco e aggravano il problema invece di risolverlo.
Sono questi temi all’attenzione del nascente PD? Per quel che sembra molto raramente. Il nuovo partito sembrerebbe nascere dalla somma di due partiti, cioè uno + uno. Ma le somme sono spesso di apparati e facilmente si trasformano in lotte per il potere, con poche garanzie democratiche. Non sorprende, allora, che il problema dei lavavetri e delle emergenze sociali sia spesso fuori dalle loro agende. Ci vorrebbe qualcosa più simile all’uno x uno, che dà uno e che solo così può essere qualcosa di autenticamente nuovo. Ad iniziare dalla riduzione dell’esposizione mediatica. Veltroni aveva promesso che sino ad ottobre sarebbe intervenuto poco e avrebbe continuato a fare prima di tutto il sindaco. Purtroppo non è stato così e il suo cattivo esempio è stato seguito da tutti gli altri in corsa. Per carità, nessuno nega la libertà di candidarsi e di impegnarsi per un partito.
Ma un dubbio viene: se sono così impegnati in questa corsa, non rischiano di trascurare i loro impegni istituzionali? Dobbiamo ricordare loro che sono stati eletti per fare i sindaci, i ministri, i sottosegretari, i consiglieri e assessori regionali e non per altro? Del resto il modo più corretto per prendere voti, anche per un partito, è quello di fare il proprio dovere di cittadini e di membri delle istituzioni, sempre e comunque. Questo vale per i candidati come per ogni
aderente a qualsiasi partito. Non a caso i migliori politici italiani sono stati quelli che hanno dimostrato fedeltà e impegno nelle istituzioni, prima e sopra ogni logica e attività di partito.

Rocco D’Ambrosio
docente di etica politica della Facoltà Teologica
Pugliese e Pontificia Università Gregoriana di Roma