MOTTOLA ERANO PRESENTI ALLA CERIMONIA I PARLAMENTARI GIOVANNI FAVA, MASSIMILIANO FEDRIGA E ALBERTO TORAZZI
La Lega ora punta al Sud e il progetto parte dalla Puglia Inaugurata ieri sera la prima sezione politica in tutta la regione di FRANCESCO FRANCAVILLA
• MOTTOLA (TA) . Parte da Mottola il progetto della Lega Nord per la Puglia. Ieri sera via Risorgimento è stata chiusa al traffico per permettere l’inaugura - zione dela sede al n. 62. Tanta gente, molti curiosi e i sindaci di Mottola Quero e di Laterza Cristella, invitati dal referente locale Angelo Laterza. Tre gli onorevoli della Lega, Giovanni Fava (coordinatore per il centro sud), Massimiliano Fedriga e Alberto Torazzi (referenti per la Puglia), scesi dal Nord per prepararsi a partecipare alle prossime competizioni elettorali, dove hanno promesso di essere presenti con il loro simbolo del Carroccio. Ma c'è anche la promessa che nelle loro liste non ci sarà un solo rappresentante del Nord. Presenti anche Antonio Dell’Omo, responsabile elettorale per Bari, ed Enrico Pau, responsabile organizzativo per il centro sud. “Non vogliamo colonizzare nessuno - ha subito esordito l’on. Torazzi -, il nostro impegno sarà quello di dare un contributo, un supporto alla risoluzione dei problemi, senza contrapposizione e con la possibilità di confrontarci”. Il sindaco di Mottola Quero ha chiarito che la presenza della Lega Nord in Puglia non spaventa nessuno, pur in presenza di molti pregiudizi. “E' importante solo metterci nella condizione - afferma Quero - di partire alla pari, partendo dal federalismo fiscale non fa paura. Bisogna solo chiarire l’approccio”. La calata della Lega al centro e al sud è il risultato, secondo gli onorevoli del Carroccio, della “crescente attenzione dei cittadini meridionali ai temi della sicurezza, del federalismo, della lotta all’immig razione clandestina, che da sempre fanno parte del patrimonio politico e programmatico della Lega Nord”. Ed è proprio questo il motivo che li ha convinti a cercare di radicarsi anche nelle regioni del sud. Lo stesso on. Torazzi lo ha fatto intendere, anche se non lo ha detto apertamente. Lo scopo sarà quello di rappresentare un movimento trasversale che possa prendere i consensi dei cittadini scontenti. E alla proposta di Franceschini di dare un salario ai disoccupati Torazzi ha risposto che si tratta di una proposta negativa “perchè non punta allo sviluppo, a differenza della Lega Nord sta proponendo di allargare gli ammortizzatori sociali”. Per le prossime elezioni provinciali in terra jonica ci potrebbe anche essere una lista del Carroccio. Saranno fatte proposte - ha affermato l’on. Torazzi -. “Se ci saranno gli uomini giusti vuol dire che ci muoveremo, altrimenti aspetteremo”. Per il momento Angelo Laterza, il mottolese che ha organizzato il partito sulla collina, resterà il collaboratore della Lega Nord a Roma che si occuperà della promozione del progetto Lega Nord sul territorio.
Cassa integrazione per due anni. Entro maggio il Piano industriale della Intini. Ieri incontro decisivo fra le parti, a Roma, al Ministero del Lavoro, con la presenza di molti operai dell'azienda
Si parte, non più verso la difesa dei proprio diritto al lavoro o verso la speranza d'essere ascoltati, ma per firmare, per chiudere una vertenza tanto lunga quanto tenace.I lavoratori passeranno dalla mobilità alla casa integrazione per 24 mesi, con, peraltro, l’integrazione del salario, assicurato, dunque, al 100%, a carico della Miroglio. Non un solo giorno di perdita di stipendio, dunque.Ore 0,30 di giovedì 5 marzo zona parcheggio della tessitura e filatura di Puglia Ginosa: due autobus della “speranza” accendono i motori. Destinazione: tavolo di risoluzione della vertenza Miroglio, ministero del Lavoro, Roma.Ad accompagnare le delegazioni dei lavoratori, composta da 120 unità tra uomini e donne una pioggia costante.L'atmosfera tra i dipendenti è tesa ma non rassegnata. La consapevolezza è che quello che si sta compiendo un viaggio che potrebbe segnare forse l'ultima tappa della storia Miroglio a Ginosa.Nodo centrale della vertenza l'assenza di un piano industriale, unico strumento che avrebbe permesso all'azienda Miroglio, di comune accordo con il Ministero del Lavoro di avviare i due anni di cassa integrazione guadagni straordinari. L'ipotesi che la forza lavoro mirogliana ha presentato a Roma ieri è stata: cessazione di attività dichiarata, 12 mesi di cigs per crisi e con serio piano industriale alla mano, ulteriori 12 mesi per ristrutturazione personale.Al tavolo convocato dal Ministero del Lavoro erano presenti le Rsu interne alla Miroglio, i rappresentanti nazionali dei sindacati di settore, il sindaco Luigi Montanaro, l'assessore provinciale al Lavoro Raffaella Quaranta, Giuseppe Bertolino della Miroglio mentre grandi assenti sono stati la Regione e la Intini.Bertolino ha in prima battuta fatto una sintetica cronistoria della vertenza: il 20 ottobre 2008 l'azienda ha richiesto la procedura di mobilità di 75 giorni per cessazione attività.Dal momento in cui l'azienda ha ritirato detta procedura tre i punti fissati da parte di Miroglio: seria supervisione degli stabilimenti proponenti, istituzione di una cigs che funga da ponte, definizione di un piano professionalizzante.Il sindaco Montanaro nel suo intervento ha fatto riferimento al piano formativo proposto dall'azienda Intini Spa di Noci.L'assessore provinciale Quaranta, dopo aver ricordato che dal 7 ottobre 2008 la Regione ha traslato le competenze in materia di riconversione industriale alla Provincia, ha presentato la disponibilità dell'Ente a predisporre grazie ai Por 2007/2013 di 3 milioni e mezzo per il 2008 e altrettanti per il 2009, fondi che a fronte di un accordo condiviso e formalmente corretto e completo, potranno essere destinati alla riconversione della forza lavoro.L'assenza di un rappresentante della Regione come anche di una della Intini Spa ha riscaldato gli animi delle parti sindacali presenti al tavolo tecnico di diversi momenti. Ma per ovviare a queste assenze è stato proposto di allegare come incartamento propedeutico all'accordo condiviso da tutti i presenti all'incontro del 26 febbraio al Ministero del Lavoro.E' stato così finalmente stilato il verbale che chiude la vertenza Miroglio.Le conclusioni del verbale condiviso sono i seguenti:1) la filatura e tessitura di Puglia srl presenterà domanda per la cigs per crisi aziendale per la durata di 12 mesi con decorrenza del 9 marzo 2009 a favore di 229 dipendenti;2) le parti concordano che trattandosi di cessazione di attività dell'azienda non verranno adottati meccanismi di rotazione tra il personale in cigs;3) le parti concordano che le misure e i piani sopra descritti sono idonee a consentire entro il termine dei primi 12 mesi di cigs la gestione positiva di almeno il 25% degli esuberi;4) le parti prendono atto che il raggiungimento di tale risultato è requisito indispensabile per l'avvio del secondo anno di intervento della cigs;5) il Ministero dello sviluppo economico servirà la reindustrializzazione della nuova attività e la ricollocazione dei lavoratori attraverso riunioni periodiche;6) incontro trimestrale fra le parti alla Confindustria di Taranto per verifica;7) l'azienda Miroglio si impegna ad anticipare il trattamento di cigs alle normali scadenze di paga mensili.Il secondo anno di cassa integrazione potrà essere concesso nell'ambito delle risorse finanziarie disponibili.Questo per la riconversione della forza lavoro. Per quanto concerne la reindustrializzazione dei due siti, la Intini spa starebbe stilando un progetto di richiesta di finanziamento da presentare l'11 marzo al Mise. Finanziamento stimato in circa 30 milioni di euro.
» Fonte: Corriere del Giorno » Autore: Marilena Surdo
Ilva di Taranto: 100in Cig senza preavviso Lo denuncia la Fiom Cigl. “Questa mattina si sono visti negare l’ingresso allo stabilimento in quanto il badge risultava disabilitato, per effetto della collocazione in cassa integrazione ordinaria, mentre molti altri lavoratori sono entrati regolarmente in fabbrica ma si sono visti rifiutare il loro inizio lavoro all’interno dei reparti”
pubblicato il 08/03/2009 Il Governo deve approvare subito una moratoria dei 100.000 licenziamenti di lavoratori precari nella pubblica amministrazione.Continua la battaglia contro il precariato del segretario del PD, Dario Franceschini, che dopo l’assegno per i lavoratori precari licenziati privi di cassa integrazione, lancia la nuova proposta: “Proponiamo al governo una moratoria di un anno, quindi per la durata [...]
Losappio prepara la Conferenza Parco delle Gravine, parola alla Regione Puglia. Dopo la Conferenza dei servizi dell'altro giorno, l'assessore all’Ecologia Michele Losappio prova a chiarire la posizione della Regione: in ballo c'è il t.«Come è noto - spiega Losappio - il Parco della Terra delle Gravine è stato istituito dopo 20 anni di attese e di rinvii con la legge regionale 18/05 su iniziativa della Giunta Vendola. Le finalità della legge sono indicate nell’art. 2 e puntano a salvaguardare e recuperare le biocenosi, gli habitat e le specie animali e vegetali individuate nelle direttive CEE».«Tutti coloro che fanno precedere le proprie obiezioni da frasi di circostanza a sostegno del Parco - sottolinea Losappio - dovrebbero pertanto riconoscersi in queste finalità. L’art. 1, concernente la istituzione dell’area protetta, prevede la possibilità per le aziende agricole e i titolari di diritti reali di presentare con determinate modalità domanda di esclusione dal Parco. Si tratta di un “compromesso” raggiunto dal Consiglio fra diverse concezioni ed esigenze, tutela della natura e delle sue risorse e valorizzazione dell’at t ività economica e in particolare di quella zootecnica. Un equilibrio che portò al varo della legge con ampio consenso. Tale possibilità, indicata solo in questa fra le 13 leggi istitutive i parchi pugliesi approvate nella legislatura, è oggi all’a tten zio ne della Conferenza dei Servizi indicata dalla legge 19/97, dopo l’espletamento delle procedure di accertamento della validità delle domande pervenute».«Di ciò dunque, si discute -aggiunge l'assessore - con i Comuni e in Conferenza dei servizi e non di altre, annunciate esigenze che non sono contemplate nella legge e ne vengono esplicitamente escluse. Il Parco, dunque, non è in discussione. Si ragiona del rispetto della legge e di come applicare l’art. 1, sapendo che sono giunte richieste di esclusione per il 27% della superficie, circa 7000 ettari, in grande parte all’interno del perimetro».«Questa circostanza - spiega Losappio - rende difficile la separazione di tanti e a volte piccoli appezzamenti nell’interno del Parco e ha spinto la Regione a presentare alla Conferenza l’ipotesi di inserire una terza zona, a modifica della zonizzazione provvisoria, nella quale non si applicheranno le norme di salvaguardia previste dalla legge. Il tema è oggi alla riflessione delle Amministrazioni comunali sapendo che la legge 18/05 non prevede la esclusione automatica dal Parco sulla base di una richiesta, ma indica invece la procedura dell’intesa fra Comune di riferimento e Regione. La Regione conferma la disponibilità a una verifica serena delle esigenze del mondo produttivo sapendo però che le aree di maggior pregio naturalistico, anche se in alcuni cassi private, non possono essere sottratte al Parco pena lo snaturamento delle sue finalità».
BARI – L’idra dalle sette teste è pronta. Si chiama “Unione dei Comuni delle Gravine e delle Pinete ioniche” e rinasce dalle ceneri della famigerata Comunità Montana Murgia Tarantina. Come si ricorderà l’idra era un mostro che terrorizzava gli allevatori privandoli delle mandrie, le sue teste appena tagliate ricrescevano. Sciolte le Comunità Montane pugliesi per decisione della Giunta Vendola, ecco questo nuovo mostro. A capo sempre lui, l’ineffabile Arcangelo Rizzi, naturalmente di Forza Italia, il Presidente della fu Comunità Montana Murgia Tarantina. A questa associazione starebbero per aderire una buona parte dei Sindaci della ex CMMT Comunità Montana Murgia Tarantina (Quero di Mottola, Cristella di Laterza, Montanaro di Ginosa, D’Alessandro di Castellaneta, Ressa di Palagiano, Labalestra di Palagianello). Intanto Rocco Ressa Sindaco di Palagiano (pd) , unico sindaco di centrosinistra del versante occidentale della Provincia di Taranto ha già precisato : “se ci saranno costi aggiuntivi per i Comuni aderenti non darò alcun assenso. Sono pronto a passare alla Unione dei Comuni già ratificata da Crispiano, Statte e Massafra che prevede all’interno membri elettivi, le cui competenze non comportano ulteriori oneri ai bilanci comunali”. Nel protocollo di intesa tra i Comuni sarebbe già stato previsto un costo annuo di 70 centesimi a cittadino. Per un comune di 20.000 abitanti significano 14.000€ annui. Per 5 Comuni si arriverebbe già a 80.000 € annui, facendo una media tra le diverse densità demografiche. E siamo al solo costo di esistenza, non già al costo per lo svolgimento delle funzioni assegnate. Va ribadito con forza che i compiti dell’Unione dei Comuni devono essere di raccordo sovra-comunale, non una voce fissa in bilancio annua da destinare a “predellino” per chicchessia. Con la nomina di un commissario da parte della Regione e con l’esaurimento delle ultime incombenze, la funzione programmatoria e di gestione del territorio delle Comunità Montane passerà alle Provincie. La quali oltre ad avere un preciso riferimento nella Costituzione costituiscono espressamente - ai sensi del Decreto Legislativo 18 Agosto 2000 n°267 - un Ente dedicato a “curarne gli interessi, promuoverne e coordinarne lo sviluppo”. Un rapido passo indietro: era l’Aprile del 2008. Rizzi fu invitato a Porta a Porta. Vespa lo irrideva garbatamente mentre tentava di difendere l’indifendibile. Cioè la CMMT creata da una legge regionale di “riordino” delle Comunità Montale nel 2004, prima della Giunta Vendola. I danni creati all’immagine della Provincia di Taranto e alla Puglia in generale sono stati enormi, sicuramente ben più dei benefici (tutti da dimostrare) che vengono accampati. Palagiano campeggia ancora sulla prima pagina di un un best-seller chiamato la Casta. Il libro si apre citandola per il suo inserimento nella Comunità Montana pur essendo a livello del mare. Ed ora che facciamo ricominciamo? Vallo a spiegare a Gian Antonio Stella. Ed ai pugliesi soprattutto. Bari, 12 Marzo 2009
Vorrei invitare i gentili visitatori di questo Blog a non fare confusione: GENERAZIONE NUOVA DIMENSIONE ha cessato di esistere nel Settembre del 2007 quando il sottoscritto ha lasciato la redazione e la direzione del giornale. Quello attualmente in distribuzione è "un'altra cosa".
Francesco Boccia, economista, quarantenne, il tipico anglo-meridionale, nel senso di un cosmopolita nato a Bisceglie, laureato alla Bocconi e con un bel curriculum post universitario fra Londra e gli Stati Uniti. Una delle migliori teste economiche del centrosinistra. Una pecca calcistica, per alcuni, che confessa subito. «Sono juventino e il giorno di Chelsea-Juve per sbaglio avevo accettato un dibattito in una sezione della periferia romana. Ci sono andato malvolentieri, ma appena arrivato mi s´è aperto il cuore. Una massa di persone. Non vedevo tanta partecipazione da anni. Abbiamo finito di discutere a notte fonda. Ed è così dappertutto in questi giorni, a Roma, a Milano, come a Lecce». Gli elettori del centrosinistra tornano nelle sezioni nei momenti di crisi, per chiedere che cosa? «Scelte nette, modernità, rinnovamento dentro e fuori il Partito Democratico. La fine di un dibattito incentrato sul proprio ombelico, sulle vecchie appartenenze a Dc e Pci». L´abbiamo già sentita, le pare? Nel frattempo Berlusconi fa il conto dei leader del centrosinistra mandati a casa. «Si vanta, nel suo stile. Ma dimentica di aggiungere che a casa li abbiamo mandati anzitutto noi, non lui. A cominciare da quello che l´aveva battuto due volte». Che cosa non funziona nel centrosinistra, ormai da quindici anni? «Non abbiamo mai proposto una visione di società alternativa rispetto a quella della destra, che ormai è rimasta la sola visione in campo. Abbiamo cambiato sigle, marchi, non sostanza. L´altro giorno mi ha colpito il discorso di un leghista che ricordava come il simbolo della Lega fosse diventato il più vecchio in Parlamento». Avete cambiato una sigla all´anno, ma le facce sono sempre rimaste le stesse. Il Labour o il Psoe si chiamano così da oltre un secolo, ma quando s´è trattato di cambiare hanno scelto Blair e Zapatero che avevano la sua età, quarant´anni. «Ma là le facce sono arrivate al seguito delle idee, di scelte. Qui mancano anzitutto le scelte». Per fare qualche esempio? «Al prossimo congresso si rischia una sfilata di nomi. Io invece vorrei votare linee diverse. Fra chi vuole essere autonomo dai sindacati e chi no, fra chi è per la laicità dello Stato e chi no, fra chi propone un welfare per i giovani e chi vuole conservare l´attuale. Poi guardiamo se i titolari delle proposte sono giovani o vecchi, brutti o telegenici, alti o bassi, milanesi o siciliani». Alle primarie lei ha votato Enrico Letta. Veltroni ha fallito. Avevate ragione voi? «No, aveva ragione Veltroni. Quello del discorso del Lingotto. Soltanto che quelle parole non le ha mai messe in pratica». Altrimenti che cosa avrebbe dovuto fare Veltroni? «Anzitutto fare un´opposizione sui valori. Sinistra e destra esistono ancora. La sinistra è solidarismo, primato della politica sull´economia, fedeltà alla Costituzione. La destra è il contrario di tutto questo. Ma ancora una volta la scelta sui valori è stato messa in secondo piano rispetto alla scelta strategica. Dialogo sì, dialogo no, ma su che cosa?». Dove si può dialogare con la destra, secondo lei? «Con questa destra, su nulla. Ma bisogna ripartire dai temi. L´Italia è l´unico paese al mondo dove la sicurezza o l´efficienza della giustizia sono temi di destra. A prescindere, alla Totò. Chi l´ha detto?». Ma perché ogni volta che parlate di dialogo, gli elettori del centrosinistra traducono: inciucio? «Perché al governo non abbiamo mai fatto nulla contro il conflitto d´interessi. E tutti l´hanno interpretato come un accordo sottobanco dei leader con Berlusconi». E invece che cos´era? «Mancanza di cultura moderna. Il conflitto d´interessi dovrebbe essere il pane quotidiano di un moderno riformismo». E´ sicuro che si tratti soltanto di ritardo culturale e non anche di interessi più precisi? «Ma no, ha ragione. Un sistema dove i politici accumulano cariche e prebende fa comodo anche a molti esponenti del centrosinistra». Una leadership fragile, per nascita e ammissione, come quella di Franceschini, può fare la rivoluzione? «A Franceschini bisogna riconoscere di aver fatto subito le cose giuste. Sul testamento biologico, per esempio. Paradossalmente i cattolici praticanti del partito sono sempre stati i più decisi nell´opporsi alle ingerenze dei vescovi». Sulla crisi economica, quali sono le scelte nette da fare? «Quelle tipiche della sinistra, la difesa dei deboli. Chi sono oggi i deboli? I giovani, anzitutto. I lavoratori delle piccole e medie imprese, ai quali bisogna garantire gli stessi diritti degli altri. Poi bisogna andare all´attacco dei privilegi. Il principale dei quali in Italia consiste della possibilità per grandi patrimoni di evadere il fisco. Le tecnologie per combattere l´evasione esistono e non vengono utilizzate». Non è un discorso impopolare? «Non per i lavoratori dipendenti e per gli imprenditori veri e onesti. Nella crisi avanza una gran voglia di tornare allo stato di diritto, come protezione, certezza, giustizia e garanzia di un futuro». E´ convinto che i cittadini torneranno a credere in qualcosa piuttosto che in qualcuno? «Lo spero. Perché se continuano a credere in qualcuno, vince sempre quello».
Un assegno mensile di disoccupazione per quelli che perdono il posto di lavoro. Una proposta concreta, in grado di dare una speranza agli italiani vittime della crisi.“Berlusconi porti subito questa proposta in Parlamento, faccia un decreto d'urgenza, come ne ha fatti tanti. Su questo noi in Parlamento lo sosterremo". Lo ha detto il segretario del Partito democratico Dario Franceschini, intervenendo sabato 28 febbraio nel teatro Piccinni di Bari alla manifestazione sul tema “Senza Sud che Italia è?”.
Parlando del federalismo Franceschini ha spiegato che "non ci sarà opposizione preconcetta se sarà equo e solidale".Alla proposta del Partito Democratico Berlusconi ha replicato che non ci sono risorse sufficienti con una battuta, durante una conferenza stampa a Bruxelles. Eppure, fa notare Pierluigi Bersani, non era così “quando si toglieva l’Ici anche ai benestanti, quando si faceva l’operazione Alitalia, quando si cancellavano misure sulla tracciabilità dei pagamenti".“Per la misura che proponiamo sull’assegno ai disoccupati non serve un punto e mezzo di Pil come dice Berlusconi – ha spiegato Bersani - Serve un quarto di quella cifra e cioè 5-6 miliardi di risorse aggiuntive che proponiamo di reperire con alcune misure di controllo della spesa corrente e con il ripristino di alcune norme in materia di evasione fiscale”. “Degli 8 miliardi di cui continua a parlare il governo si sono visti sin qui solo pochi spiccioli e comunque quell’intervento non risponde ad esigenze ormai conclamate, come quelle relative all’universo dei precari –ha concluso il responsabile economico del PD - Se il governo intende finalmente andare al cuore del problema noi siamo pronti a confrontarci sulle misure concrete”.E nelle serata di lunedì il segretario del Partito democratico torna sulla proposta: "Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi abbia il coraggio di andare in Parlamento a dire no alla proposta di istituire un assegno di disoccupazione per tutti coloro che perdono il lavoro. Il suo è un no sbattuto in faccia a quelle persone che non hanno i soldi per andare avanti. Non so perché Silvio Berlusconi abbia indicato in 25 miliardi le risorse necessarie a finanziare l'assegno di disoccupazione per precari e lavoratori delle piccole imprese. Posso ipotizzare che lo ha fatto o per spaventare oppure perchè, ed è il motivo più terribile, lui sa che verranno licenziate 2,5 milioni di persone". E' una critica senza incertezze alla stima fatta dal presidente del Consiglio delle risorse necessarie per finanziare la misura proposta dal Pd in aiuto ai disoccupati e ai precari."Siccome gli economisti hanno calcolato - ha continuato - che per ogni disoccupato ci vorranno 10.000 euro per garantirgli l'assegno di disoccupazione allora mi chiedo se Berlusconi non abbia buttato lì una cifra o se invece sia a conoscenza di informazioni che noi non abbiamo".Per questo, se Berlusconi "pensa di cavarsela con un no alla nostra proposta a una conferenza stampa da Bruxelles, sappia che quel 'no' noi e' come se non l'avessimo sentito. Dovrà venire in Parlamento e dire alla sua maggioranza di votare no al provvedimento che gli proponiamo". "Come dimostrano i dati dell'Istat (meno 1% il PIL ndr) la gravità della crisi è sotto gli occhi di tutti ma di fatto continua ad essere negata dal governo italiano che, unico fra tutti, non prende iniziative significative". E' quanto denuncia il senatore democratico Tiziano Treu secondo il quale "i soldi messi a disposizione dal governo sono virtuali, semplici partite di giro. Giustamente, sottolinea anche la Marcegaglia, occorrerebbero interventi pesanti come avviene da altre parti, a favore di lavoratori, imprese ed infrastrutture - osserva Treu -. Invece per ora niente. Il segretario Franceschini ha proposto l'urgenza di interventi a sostegno dei disoccupati, è da tempo che lo chiediamo. Un intervento di tale genere aiuta non solo i lavoratori ma anche le imprese a sostenere la crisi, si tratta di uno stabilizzatore economico e sociale che hanno anche altri paesi. Le risorse vanno trovate come ha indicato il Pd tramite la lotta all'evasione e la riduzione degli sprechi". Una linea che aveva trovato favorevoli anche Cgil e Cisl. ------------------------------------Si alla Banca del Sud. No alle clientele Dopo la proposta dell'assegno mensile ai disoccupati, Franceschini, a Bari, si è soffermato sui problemi che affligono il Mezzogiorno. “Tremonti ha parlato di banca del Sud. A parte il fatto che mi sembrava di leggere i giornali di cinque anni fa, noi non chiudiamo la porta purché ci sia chiarezza e non si tratti solo di una operazione di immagine per mettere nelle mani di pochi uno strumento per costruire consenso e clientelismo. Siamo disposti – ha detto – a discutere di questo. Certo le risorse sono poche e con gli otto miliardi che Berlusconi ha tolto al Sud nei Fas - Fondi per le aree sottoutilizzate - si poteva fare la banca mondiale!”. Mentre investire davvero sul Sud vuol dire "combattere l'evasione fiscale e la criminalità. Solo il recupero di competitività del Mezzogiorno può salvare l'Italia. Su questo il PD deve recuperare tutto se' stesso".Poi è tornato sulle ronde, affrontate venerdì nella sua prima uscita pubblica a Varese, ribadendo come “sulla sicurezza il governo fa demagogia pericolosa. Le ronde - aggiunge - se siamo l’unico Paese al mondo a legittimarle con una legge e non esistono, è come dire agli italiani: fatele!”. Per il segretario del Pd si tratta dell’ennesima operazione di occultamento dei problemi e di “copertura al miliardo di euro di finanziamenti tagliati alle forze di sicurezze, che non hanno la benzina per le volanti”.E tornando sulle critiche del PDL alle sue affermazioni ribadisce: “Io non so cosa sia l’antiberlusconismo ma è il governo che sceglie la politica dell’annuncio. Su queste cose si alza la voce anche se si è moderati e riformisti come noi. Manca poco alle elezioni europee e quelle amministrative, non possiamo perdere tempo. Sono in gioco molte cose compreso il futuro della democrazia italiana". Franceschini è convinto che "il rapporto tra maggioranza e opposizione che uscirà da queste elezioni condizionerà tutto ciò che succederà in futuro. Sarà dura, lunga e difficile, ma ci metteremo passione civile e alla fine ce la faremo. Tutti insieme".
La Finanziaria estiva (decreto legge 11/02/2009) e i provvedimenti che l’hanno seguita hanno messo in luce in modo molto evidente quale sia la strategia del governo e dell’amministrazione finanziaria, nei confronti dell’evasione fiscale.
È stata ben sintetizzata dalla Commissione parlamentare di vigilanza sull’Anagrafe tributaria, che ha “manifestato grande apprezzamento per gli sforzi dell’Agenzia delle Entrate in materia di lotta all’evasione e nella predisposizione di modelli d’accertamento non invasivi nei confronti delle piccole e medie imprese, che sono, invece, diretti a contrastare l’evasione fiscale dei soggetti che presentano elevati indici di capacità contributiva (tutoraggio delle grandi imprese e accertamento sintetico)”.
Ma in cosa consiste, più in dettaglio, questa strategia?
LASCIARE IN PACE I LAVORATORI AUTONOMI E LE PICCOLE-MEDIE IMPRESE
La volontà di distogliere l’attenzione dai lavoratori autonomi, dai professionisti e dalle piccole e medie imprese, che pure sono indicati da tutti gli studi sul tema come i soggetti a cui è imputabile la fetta di gran lunga più rilevante dell’evasione nel nostro paese, ha preso le forme di una esplicita inversione di rotta rispetto all’azione intrapresa dal governo precedente. Si è infatti proceduto a un sistematico smantellamento, presentato come “semplificazione”, di un insieme di strumenti, in parte non ancora operativi, introdotti nella legislatura precedente, che potevano permettere all’amministrazione finanziaria di ottenere, per via telematica, informazioni utili ai fini del contrasto all’evasione. È stato soppresso l’obbligo di allegare alla dichiarazione Iva gli elenchi clienti/fornitori, che pure, come sostenuto dalla Corte dei Conti, “in ragione dell’ormai generalizzata informatizzazione nella tenuta delle contabilità, non avrebbe provocato particolari complicazioni gestionali ed oneri aggiuntivi ai contribuenti”. Sono state abolite le limitazioni nell’uso di contanti e di assegni; la tracciabilità dei pagamenti e la tenuta da parte dei professionisti di conti correnti dedicati. È stato soppresso l’obbligo di comunicazione preventiva per compensare crediti di imposta superiori ai 10mila euro. Eppure si trattava di uno strumento importante: l’istituto della compensazione ha reso possibile recuperare con molta facilità eventuali crediti Iva, come è giusto avvenga in un paese civile. Allo stesso tempo, però, la forte dinamica delle compensazioni Iva richiede un attento monitoraggio, in quanto i più importanti meccanismi di frode fiscale, ad esempio le cosiddette frodi carosello, consistono nel rendere possibile la detrazione dell’imposta all’acquirente (che vanta quindi un credito), pure a fronte di un’Iva non versata dal venditore. È stata significativamente ridimensionata la solidarietà in materia di versamento di contributi e ritenute tra committente, appaltatore e subappaltatore. Viene in particolare meno la corresponsabilità del committente per quanto riguarda gli adempimenti fiscali relativi alle prestazioni lavorative che riguardano l'oggetto del contratto. La responsabilizzazione di un soggetto terzo, il committente appunto, poteva invece rendere più difficoltosi eventuali accordi elusivi tra appaltatore e subappaltatore.
Un ammiccamento nei confronti dei “piccoli” viene anche sul fronte degli studi di settore: è stato previsto l’obbligo della loro pubblicazione entro il 30 settembre dell’anno a cui devono applicarsi, invece che entro il 31 marzo dell’anno successivo. In questo modo, il contribuente è sempre in grado di conoscere in corso d’opera quali sono le aspettative del fisco nei sui confronti e di adeguarvisi. Peccato però che il nostro sistema fiscale non richieda al contribuente di adeguarsi agli studi di settore, che sono solo uno strumento di controllo, ma di dichiarare correttamente il proprio reddito effettivo.
Un ulteriore trattamento di favore viene riservato alle imprese dei distretti industriali alle quali, rispolverando una vecchia normativa mai attuata, viene consentita la possibilità di effettuare un concordato preventivo triennale (cioè di concordare, in anticipo, per tre anni, le imposte dovute) anche per i tributi locali, specificando che “in caso di osservanza del concordato i controlli sono eseguiti unicamente a scopo di monitoraggio”.
ALLA RICERCA DEI GRANDI EVASORI
La seconda parte della strategia del governo mira a recuperare gettito sottoponendo a controllo soggetti che potrebbero essere grandi evasori.
Curiosamente, questa parte della strategia non si appoggia su vere e proprie innovazioni normative, ma sull’insolita approvazione per legge di linee guida per l’azione di accertamento che sono generalmente fornite per via amministrativa.
L’attenzione è rivolta principalmente alle persone fisiche diverse da impresa. Si prevede un piano straordinario triennale di controllo attraverso un massiccio ricorso a strumenti di accertamento sintetico, peraltro già in uso. Consistono, ad esempio, nell’incrociare informazioni su diversi indici di capacità di spesa - possesso di auto di lusso, immobili, imbarcazioni, eccetera - con i redditi dichiarati. Oppure nel confrontare sempre con i redditi dichiarati gli “incrementi patrimoniali” che risultano da atti di registro. L’uso di questi strumenti sarà principalmente rivolto a soggetti che non abbiano dichiarato nessun debito di imposta e che si configurino quindi come possibili evasori totali.
Saranno poi oggetto di particolare attenzione i soggetti che spostano fittiziamente la propria residenza all’estero (uno, cento, mille Valentino Rossi?) In entrambi i casi si intende far leva sulla compartecipazione dei comuni all’attività di accertamento. Ma anche questa è già prevista, in questi come in altri settori dell’attività di contrasto all’evasione, dal provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate del 3 dicembre 2007, in attuazione dei disposti di cui all’articolo 1 del decreto legge n. 203/2005.
Il decreto anticrisi (185/2008) volge l’attenzione anche sulle grandi imprese, con volume d’affari superiore a 300 milioni di euro, fino a scendere, progressivamente a 100 milioni di euro entro il 2011, disponendo che siano sottoposte a un controllo sostanziale “di norma” annuale. Il controllo non potrà coinvolgere tutte queste imprese, ma sarà attuato in modo selettivo, si dice, sulla base di specifiche analisi di rischio. Saranno sottoposte a “tutoraggio”: una vigilanza costante, finalizzata a garantire la compliance.
PIÙ CONSENSO E PIÙ GETTITO. DA SPENDERE
La funzione delle norme richiamate, molte delle quali non aggiungono granché alla normativa preesistente, è duplice. In primo luogo, sul piano politico, del consenso, si rende esplicito un patto di non belligeranza nei confronti dei lavoratori autonomi e delle piccole imprese.
In secondo luogo, disciplinando per legge le nuove linee d’azione dell’amministrazione finanziaria, è possibile quantificare, nelle relazioni tecniche, le entrate attese dagli accertamenti e dalle riscossioni ad esse imputabili e utilizzarle a copertura di altri provvedimenti di minori entrate o maggiori spese. Si tratta, però, di previsioni che andrebbero sempre fatte con molta cautela, in quanto difficilmente definibili ex ante e verificabili ex post. Particolarmente discutibile è l’iniziativa fatta propria dal decreto anticrisi: quantificare, anche il maggior gettito imputabile all’effetto deterrenza delle azioni di tutoraggio nei confronti delle grandi imprese e il conseguente aumento degli adempimenti spontanei da parte dei contribuenti.
INTANTO L’EVASIONE RIPRENDE QUOTA
Mentre è ancora presto per valutare gli effetti di gettito dell’attività rivolta ai grandi evasori, primi segnali di una riduzione della tax compliance da parte dei piccoli e medi contribuenti sembrano emergere dai dati sulle entrate tributarie relative ai primi dieci mesi del 2008. Particolarmente indicativo è l’andamento del gettito Iva sugli scambi interni, che è risultato decrescente, pure a fronte di un aumento dei consumi e delle vendite al dettaglio cui l’imposta si applica, con un’accentuazione nei mesi da luglio a ottobre. Questo andamento si ripercuoterà inevitabilmente anche sulle entrate relative all’Irap e alle imposte sui redditi del 2009, e troverà maggior forza nella consapevolezza che l’evasione è un’attività sempre meno rischiosa: non solo perché è minore la probabilità di essere scoperti, ma anche perché nel disgraziato caso in cui ciò avvenga, le sanzioni sono state dimezzate. Ma a questo tema dedicheremo un altro approfondimento.
IL LAVORO va a pezzi. Ogni giorno di più. Tanto da farlo divenire la vera emergenza italiana. A dicembre 2008, dice l'Istat, l'occupazione nelle grandi imprese, quelle con più di 500 addetti, è scesa di quasi un punto percentuale rispetto al 2007. Nello stesso mese, per ogni mille ore lavorate, 28,4 ore sono state di cassa integrazione. Un ricorso che nel 2008, in media, è cresciuto di 2,8 ore (per ogni mille lavorate) rispetto all'anno scorso. Sempre più persone sono costrette a vivere con pochissimo. Una situazione che si fa sempre più difficile. Pochi giorni fa, a Pomigliano d'Arco migliaia di persone hanno manifestato insieme agli operai da mesi in cassa integrazione a 750 euro al mese.
Gli annunci e i destini. Tra settembre 2008 e febbraio 2009, secondo l'European Restructuring Monitor, in Italia sono stati annunciati tagli al personale per quasi ventimila posti. Dentro queste cifre, ci sono i destini di uomini e donne. Ci sono storie che rischiano di vedere interrotto il loro svolgersi quotidiano. Ci sono le migliaia di dipendenti di Alitalia-Cai, i 1.800 addetti di Eutelia e i 600 di Indesit dello stabilimento di None nel piemontese. Ma la crisi non colpisce solo le grandi imprese. L'onda spinge anche sulle piccole e le medie aziende. Nell'ultimo scorcio dell'anno, dice Unioncamere, i principali indicatori congiunturali per l'intero aggregato delle piccole realtà produttive sono tutti in rosso: la produzione è scesa del 6,4 per cento, il fatturato del 5,3 per cento e gli ordinativi del 7,2 per cento.
L'impiego e la paura. In questo momento esatto, secondo l'indagine realizzata da Robert Half International, azienda di servizi per le imprese nell'ambito della risorse umane, un italiano su due teme che l'urto della crisi possa arrivare ad infrangere il fragile castello del proprio impiego. Sono soprattutto le donne e gli under 40 a sentire la situazione appesa ad un filo. Il 61 per cento delle lavoratrici si dice insicura, contro la media del 37 per cento dei loro colleghi uomini. Le ragioni sono riconducibili alla natura precaria del legame contrattuale che spesso caratterizza queste due categorie. "I lavoratori under 40 e le donne - spiega Carlo Caporale, senior manager di Robert Half International - sono frequentemente assunti con contratti a termine. Ovvero quei contratti che, specialmente in momenti di incertezza economica, rischiano di non essere rinnovati alla scadenza". I 3 milioni di precari sul filo. Nel settore dell'edilizia, avvertono i sindacati, nel 2009 rischiano di esserci 250 mila occupati in meno. Nel settore chimico, Filcem-Cgil, sono 20 mila i posti in bilico. La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, in occasione dell'incontro a Palazzo Chigi sulla crisi dell'auto, ha detto che il calo di ordinativi, se confermato, può provocare la perdita di 300 mila posti. Mario Draghi, il governatore di Bankitalia, in occasione del congresso del Forex davanti a banchieri e operatori finanziari, ha avvertito che il peggio deve ancora arrivare. A rischio, ha detto Draghi, sono in particolare "le fasce deboli e meno protette, i lavoratori precari, i giovani, le famiglie a basso reddito". Tre milioni di lavoratori a termine, interinali e a progetto. Tre milioni di persone con un contratto che scadrà, al massimo, entro l'anno. Secondo l'Ente bilaterale nazionale per il lavoro temporaneo, nel corso del 2009, ci saranno tra i 40 e i 75 mila posti di lavoro interinali in meno. Tutti coinvolti. La crisi tocca chi non ha avuto nulla a che fare con la bolla finanziaria e quella fitta rete di speculazioni che poggiava su basi fragilissime. La rabbia, il disagio e la frustrazione sono forti. Ci sono operai, impiegati d'ufficio, giovani architetti e professionisti del web. Commesse di magazzino e addetti di call center. Ma anche manager e tecnici ad alta professionalità. Rispetto a un anno fa, secondo l'indagine di Robert Half, la proporzione di chi si sente meno sicuro del proprio impiego è molto elevata quale che sia la posizione ricoperta in azienda. Ha paura il 49% degli "operativi" e il 47% di chi svolge mansioni manageriali. Le ripercussioni di questo stato delle cose ricadono anche sulle attività di ogni giorno. Per Caporale "il clima di incertezza diffuso rischia di danneggiare e compromettere la capacità dei lavoratori di reagire e di cogliere prontamente tutte le opportunità che gli si presentano. Per le aziende il rischio è quello di dovere fare i conti con una struttura indebolita e poco reattiva che dovrebbe, al contrario, essere pronta a reagire soprattutto nel momento in cui il mercato si riprenderà". Paragone internazionale. Se si fa un confronto tra nazioni, secondo gli autori della ricerca, gli italiani si ritrovano tra quelli che sentono il proprio impiego più a rischio. Nella classifica si ritrovano subito dopo i giapponesi (ha timore, pure se in gradi diversi, il 63 per cento) e gli irlandesi (il 62 per cento) e insieme agli inglesi e ai lavoratori di Singapore e Hong Kong (vedi tabella). Gli stessi valori si riscontrano quando ai lavoratori si chiede se la crisi globale, nell'ultimo anno, ha colpito, e in che modo, la crescita dell'impresa in cui lavora. A sentire di più gli effetti negativi, anche qui, sono soprattutto irlandesi, giapponesi, italiani, spagnoli e lavoratori del Regno Unito (vedi tabella).
Le storie delle persone e gli strumenti del governo. Il lavoro è tra le vere emergenze del sistema Italia. Per questo sembra necessario che siano per prime le persone a raccontare le loro storie. A dire cosa sta accadendo nelle loro imprese. Cosa sta accadendo al loro impiego e alle loro vite. E cosa pensano sia necessario che il governo faccia per loro. Perché il posto di lavoro e le persone contano più di ogni cosa. Perché senza l'impiego, ciascuno di noi perde, oltre che la fonte di reddito, il legame con la società, con l'identificazione e con il senso delle proprie azioni.