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martedì 10 marzo 2009

Perche' NO?

Perché No?
Il 60 % degli italiani è con il PD: sì all’assegno di disoccupazione "La Crisi c'è ma per il Premier non è tragica...per lui forse no, ma per gli altri un tantino più tragica lo è eccome... " Bitter da PDnetwork


La mozione del PD sull'assegno di disoccupazione


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Aulenti, Fuksas e Gregotti contro la proposta di liberalizzazione dell'edilizia del governo: "Pericolosi i permessi fai-da-te".
Prime reazioni degli urbanisti/ SONDAGGIO
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Franceschini chiede un contributo straordinario dai redditi oltre 120mila euro per creare un fondo di sostegno per la povertà estrema
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venerdì 6 marzo 2009

"La sfida sui nomi ha stufato al congresso gara di idee"

Francesco Boccia, economista, quarantenne, il tipico anglo-meridionale, nel senso di un cosmopolita nato a Bisceglie, laureato alla Bocconi e con un bel curriculum post universitario fra Londra e gli Stati Uniti.
Una delle migliori teste economiche del centrosinistra. Una pecca calcistica, per alcuni, che confessa subito. «Sono juventino e il giorno di Chelsea-Juve per sbaglio avevo accettato un dibattito in una sezione della periferia romana. Ci sono andato malvolentieri, ma appena arrivato mi s´è aperto il cuore. Una massa di persone. Non vedevo tanta partecipazione da anni. Abbiamo finito di discutere a notte fonda. Ed è così dappertutto in questi giorni, a Roma, a Milano, come a Lecce».
Gli elettori del centrosinistra tornano nelle sezioni nei momenti di crisi, per chiedere che cosa?
«Scelte nette, modernità, rinnovamento dentro e fuori il Partito Democratico. La fine di un dibattito incentrato sul proprio ombelico, sulle vecchie appartenenze a Dc e Pci».
L´abbiamo già sentita, le pare? Nel frattempo Berlusconi fa il conto dei leader del centrosinistra mandati a casa.
«Si vanta, nel suo stile. Ma dimentica di aggiungere che a casa li abbiamo mandati anzitutto noi, non lui. A cominciare da quello che l´aveva battuto due volte».
Che cosa non funziona nel centrosinistra, ormai da quindici anni?
«Non abbiamo mai proposto una visione di società alternativa rispetto a quella della destra, che ormai è rimasta la sola visione in campo. Abbiamo cambiato sigle, marchi, non sostanza. L´altro giorno mi ha colpito il discorso di un leghista che ricordava come il simbolo della Lega fosse diventato il più vecchio in Parlamento».
Avete cambiato una sigla all´anno, ma le facce sono sempre rimaste le stesse. Il Labour o il Psoe si chiamano così da oltre un secolo, ma quando s´è trattato di cambiare hanno scelto Blair e Zapatero che avevano la sua età, quarant´anni.
«Ma là le facce sono arrivate al seguito delle idee, di scelte. Qui mancano anzitutto le scelte».
Per fare qualche esempio?
«Al prossimo congresso si rischia una sfilata di nomi. Io invece vorrei votare linee diverse. Fra chi vuole essere autonomo dai sindacati e chi no, fra chi è per la laicità dello Stato e chi no, fra chi propone un welfare per i giovani e chi vuole conservare l´attuale. Poi guardiamo se i titolari delle proposte sono giovani o vecchi, brutti o telegenici, alti o bassi, milanesi o siciliani».
Alle primarie lei ha votato Enrico Letta. Veltroni ha fallito. Avevate ragione voi?
«No, aveva ragione Veltroni. Quello del discorso del Lingotto. Soltanto che quelle parole non le ha mai messe in pratica».
Altrimenti che cosa avrebbe dovuto fare Veltroni?
«Anzitutto fare un´opposizione sui valori. Sinistra e destra esistono ancora. La sinistra è solidarismo, primato della politica sull´economia, fedeltà alla Costituzione. La destra è il contrario di tutto questo. Ma ancora una volta la scelta sui valori è stato messa in secondo piano rispetto alla scelta strategica. Dialogo sì, dialogo no, ma su che cosa?».
Dove si può dialogare con la destra, secondo lei?
«Con questa destra, su nulla. Ma bisogna ripartire dai temi. L´Italia è l´unico paese al mondo dove la sicurezza o l´efficienza della giustizia sono temi di destra. A prescindere, alla Totò. Chi l´ha detto?».
Ma perché ogni volta che parlate di dialogo, gli elettori del centrosinistra traducono: inciucio?
«Perché al governo non abbiamo mai fatto nulla contro il conflitto d´interessi. E tutti l´hanno interpretato come un accordo sottobanco dei leader con Berlusconi».
E invece che cos´era?
«Mancanza di cultura moderna. Il conflitto d´interessi dovrebbe essere il pane quotidiano di un moderno riformismo».
E´ sicuro che si tratti soltanto di ritardo culturale e non anche di interessi più precisi?
«Ma no, ha ragione. Un sistema dove i politici accumulano cariche e prebende fa comodo anche a molti esponenti del centrosinistra».
Una leadership fragile, per nascita e ammissione, come quella di Franceschini, può fare la rivoluzione?
«A Franceschini bisogna riconoscere di aver fatto subito le cose giuste. Sul testamento biologico, per esempio. Paradossalmente i cattolici praticanti del partito sono sempre stati i più decisi nell´opporsi alle ingerenze dei vescovi».
Sulla crisi economica, quali sono le scelte nette da fare?
«Quelle tipiche della sinistra, la difesa dei deboli. Chi sono oggi i deboli? I giovani, anzitutto. I lavoratori delle piccole e medie imprese, ai quali bisogna garantire gli stessi diritti degli altri. Poi bisogna andare all´attacco dei privilegi. Il principale dei quali in Italia consiste della possibilità per grandi patrimoni di evadere il fisco. Le tecnologie per combattere l´evasione esistono e non vengono utilizzate».
Non è un discorso impopolare?
«Non per i lavoratori dipendenti e per gli imprenditori veri e onesti. Nella crisi avanza una gran voglia di tornare allo stato di diritto, come protezione, certezza, giustizia e garanzia di un futuro».
E´ convinto che i cittadini torneranno a credere in qualcosa piuttosto che in qualcuno?
«Lo spero. Perché se continuano a credere in qualcuno, vince sempre quello».

Curzio Maltese
La Repubblica

giovedì 26 febbraio 2009

Quei mille capannoni vuoti ecco la nostra arma al Nord

I giovani del Pd/3. Martina, 30 anni, segretario regionale della Lombardia:"Nel cuore berlusconiano e leghista si vedono crepe, rilanciamo il valore del lavoro

"Bisogna ricominciare dai capannoni". Quali capannoni? "Quelli costruiti con la legge Tremonti nel Nord Est, una marea di capannoni che va da Novara a Mestre. Tutti vuoti, o quasi. Hanno devastato l'ambiente senza creare ricchezza. E' un monumento all'incapacità del berlusconismo di governare l'economia".

Maurizio Martina, bergamasco, trent'anni, un nome per i prossimi decenni. Una carriera lampo. Segretario bergamasco e poi lombardo dei ds, eletto responsabile lombardo del Pd con un plebiscito (78 per cento) alle primarie di ottobre. Ora è il più giovane della squadra chiamata da Franceschini a rilanciare il partito.

Martina, la sua ascesa non è la più clamorosa smentita all'idea che il centrosinistra sia chiuso ai giovani?
"Forse, ma diciamo la verità. E' più facile avanzare nel vuoto. La Lombardia era ed è considerata dai dirigenti romani una terra di missione. E' difficile trovare candidati alla sconfitta certa".

Ma un partito rassegnato alla sconfitta nella regione di gran lunga più ricca e popolosa d'Italia, che futuro ha?
"Nessuno. Infatti da lì occorre ricominciare, dal Nord".

Un anno fa ha detto che il Pd lombardo puntava a vincere le regionali del 2010. Lo ripeterebbe oggi, nel mezzo del disastro, coi sondaggi al minimo storico?
"Sì, lo ripeto. Nel cuore dell'egemonia berlusconiana e leghista si cominciano a vedere le crepe. Finora loro reggono perché siamo mancati noi, l'opposizione. Ma bisogna fare in fretta. In giugno in Lombardia si vota in due terzi dei comuni".

Secondo i sondaggi, rischiate di essere spazzati via da tutte le città del Nord, a cominciare dalla sua Bergamo, Pavia, Lodi, Cremona, la Provincia di Milano. Da dove prende il suo ottimismo?
"Secondo i sondaggi, Obama non doveva neppure fare le primarie. Questa crisi non è passeggera, come vogliono far credere Berlusconi e Tremonti. Sarà lunga, dura e porterà grandi mutamenti sociali e politici. Non possiamo dire oggi quale sarà il clima del Paese fra tre mesi, non parliamo poi da qui al 2013, quando ci saranno le politiche".

Era anche l'idea di Veltroni, poi si è dimesso.
"Veltroni ha avuto il merito di capire che la questione centrale era la sfida sulla modernità. Sempre e comunque il centrosinistra in questi anni, anche quando ha vinto, è stato percepito come più conservatore dell'avversario. Era Berlusconi il nuovo".

E non è più così? Berlusconi ha smesso di sembrare nuovo?
"Guardi, nel Nord gli imprenditori, di fronte alla crisi, cominciano a capire che le ricette facili di Berlusconi e Tremonti sono scenari di cartapesta, vuoti come quei capannoni. Il bluff dei dazi doganali, l'ideologia leghista del Nord trasformato in fortezza, lo stesso antieuropeismo della destra entrano in conflitto con gli interessi materiali di un territorio che al contrario ha disperato bisogno di tornare a esportare, d'integrarsi sempre di più col resto d'Europa e del mondo".

Non sarà invece che si pensa soltanto a fare i danè, a evadere le tasse col nero e a tenere sotto schiaffo gli immigrati, che così non chiedono l'aumento?
"Mica tutti, mica tutti. Ci sono tanti imprenditori nella bergamasca che sono più a sinistra degli operai. Artigiani e operai che potrebbero vendere domattina e ritirarsi con una montagna di soldi e invece vanno avanti. Non è per soldi, ma per la voglia di fare. La ricchezza è il valore unico della destra, ma il lavoro dovrebbe tornare a essere il nostro valore. Ne guadagneremmo di voti".

Qual è secondo lei l'errore più grave del centrosinistra nel Nord?
"L'ossessione dell'identità. Questo parlarsi addosso e contro, ex democristiani ed ex comunisti. Ma come, Berlusconi è stato tanto bravo a far dimenticare di essere stato ex qualsiasi cosa, dai socialisti alla P2, e noi qui a menarcela con le eredità del passato, invece di studiare il futuro".

E i possibili punti di forza?
"Non c'è dubbio che abbiamo amministrato meglio. Bergamo, Brescia sono diventati modelli di autentico riformismo. Per trovare il riformismo non è che bisogna andare in pellegrinaggio da Blair o da Obama o su Marte, basta considerare quello che i sindaci di centrosinistra hanno saputo realizzare. E magari confrontarlo con il disastro della Moratti a Milano".

I milanesi si lamentano dell'immobilismo della Moratti. Ma intanto quali alternative avete offerto voi?
"Sono d'accordo. Abbiamo parlato d'altro. Bisogna fare opposizione sulle cose. L'Expo era un'occasione e la destra la sta buttando alle ortiche, sono lì a litigare per le poltrone nel consiglio d'amministrazione fra Lega, An e Forza Italia. La vicenda di Malpensa è stato un altro fallimento della destra nei fatti. Non a caso sarà da Malpensa che Franceschini comincerà venerdì a girare l'Italia".

Qual è la prima proposta che farà al nuovo segretario?
"Un esperimento. Proviamo per due mesi a non rispondere a nessuna delle provocazioni di Berlusconi e a parlare di un solo tema, uno solo, la crisi economica".

(26 febbraio 2009)
Curzio Maltese
La Repubblica

La scossa del Partito Democratico

IL SUO slogan potrebbe essere: «Io non sono un autarchico». 
Quarant' anni, quindici trascorsi in giro per l' Europa, Francia, Inghilterra, Balcani, una lunga esperienza a Bruxelles con Oreja, Prodie Barroso, prima di tornare in Italia da parlamentare, nelle liste Pd. Sandro Gozi è stato uno dei più critici della linea Veltroni. «Ma non perché sia prodiano o dalemiano o insomma una di quelle etichette là. Semplicemente perché mi ero stufato di fare favori a Berlusconi e a Di Pietro». 

Che favori ha fatto il Pd a Berlusconi in questi mesi? 
«Uno grandissimo. Aiutarlo a rimuovere la vera questione, la crisi economica. Berlusconi e le sue tv sono stati abilissimi nell' inventarsi un' emergenza al giorno. I clandestini, gli stupri, le intercettazioni, il testamento biologico. Tutte questioni importanti, per carità. Ma la vera priorità, la crisi, in questo modo è stata cancellata. E noi l' abbiamo inseguito sulla sua falsa agenda». E' passato il messaggio che l' Italia è in qualche modo più al riparo dalla crisi degli altri paesi occidentali. Addirittura all' estero ci invidiano Tremonti. «Siamo riusciti a regalare a Tremonti la fama di gigante del pensiero economico. Grottesco. E' stato ed è un ministro disastroso, a tratti dilettantesco. I suoi libri sono un impasto di vecchi motivi riciclati, come certe canzoni di Sanremo. Viaggia in ritardo perenne. Nel 2003, quando occorreva essere rigorosi, fece saltare i patti di stabilità. Ora che bisognerebbe essere più elastici davanti alla crisi, riscopre il rigore. Il problema è che l' opposizione non se ne accorge neppure». 

Non c' è stata abbastanza attenzione per l' economia nei vertici del Pd? 
«Non c' è attenzione per la realtà. E non c' è competenza. Si orecchiano le mode mediatiche, su tutti gli argomenti. Non si studianoi problemi, le polemiche sono superficiali, nominalistiche». Diranno che è la solita tirata del tecnico contro il politico. «I capibastone vanno avanti su queste dicotomie d' altri tempi. Tecnici e politici, politica e società civile. Fesserie di cui si discute ormai soltanto in Italia. La verità è che nessuno di loro mette mai il naso fuori dall' orticello dell' identità di corrente». Ora va molto il conflitto generazionale, vecchi contro giovani. Si pensa alle quote giovanili, oltre a quelle rosa. «Guardi io vorrei proporre la quota grigia, per gli anziani. Si stabilisce che per statuto gli ultracinquantenni con più di due mandati hanno diritto al 20 per cento dei posti. Che è più o meno quanto accade di fatto negli altri partiti riformisti d' Europa». 

Buona idea. Si potrebbe cominciare dalle liste europee? 
«Quello è il test vero della segreteria di Franceschini. Ha detto che vuole cambiare e io gli ho creduto. Facciamo una rivoluzione. Alle europee, invece dei soliti ripescati, proviamo a candidare gente competente, che magari conosce anche qualche lingua. Non l' ha mai fatto nessuno, né a destra né a sinistra. Col risultato che in Europa contiamo sempre meno. Secondo me gli elettori del centrosinistra ci premierebbero. Certo, finora i nomi che si sentono vanno nella direzione opposta». 

Infatti gli elettori del centrosinistra premiano Di Pietro. Perché? 
«Merito nostro. Mai una scelta netta, un' idea chiara, una parola comprensibile. Ma se tornassimo a fare il nostro mestiere, Di Pietro sparirebbe in pochi mesi». 

Ne è proprio sicuro? 
«Sì. E' un Berlusconi rovesciato. Guida un partito personale, è un demagogo, non c' entra nulla con la storia della sinistra, non solo italiana. Non c' entra nulla con nessuna forza riformista presente in Europa. I nostri elettori lo votano per disperazione, non certo per convinzione». 

Però Di Pietro è anche l' unico che ancora parla di conflitto d' interessi, dell' anticostituzionalità delle leggi sulla giustizia, delle continue interferenze del Vaticano. E' soltanto giustizialismo, estremismo, populismo? 
«Per nulla. Aver lasciato cadere il conflitto d' interessi è stato un altro errore. Alla fine, perché abbiamo perso in Sardegna, col miglior candidato possibile? Perché Berlusconi ha usato, e bene, le sue tv nazionali contro Soru. Del caso Mills si è parlato nei telegiornali francesi e tedeschi più che in quelli italiani. L' Europa ci guarda con preoccupazione, e tanta. Quanto al tema delle ingerenze della Chiesa, stiamo andando anche lì serenamente verso una deriva autarchica, incomprensibile oltre Chiasso. Ma anche di qua dal confine. In fondo il 70 per cento degli italiani, nel caso Englaro, si è pronunciato contro la visione delle gerarchie ecclesiastiche. Peccato, ancora una volta, non essersene accorti». 

Franceschini ce la farà? 
«Se guarda oltre il fumo dei vertici di leader, scoprirà che il partito è pieno di risorse, di giovani e non giovani che hanno una gran voglia di fare politica, quella vera».

CURZIO MALTESE - Repubblica — 25 febbraio 2009

martedì 24 febbraio 2009

"Un errore votare Dario non si sceglie un capo in due ore"

"ABBIAMO arrotolato le nostre bandiere "Primarie subito" e siamo tornati a casa delusi. Diciamo la verità, quella dell'elezione di Franceschini non è stata una bella giornata". Giuseppe Civati, monzese, classe 1975, consigliere regionale lombardo (il più votato del Pd), ha l'aria del "bel fieou", come direbbe Berlusconi, ma con alle spalle un curriculum di ferro. Professore di filosofia e studioso del Rinascimento, colto, simpatico, popolare. Il suo blog è il settimo d'Italia, secondo politico, dopo Di Pietro. Vincitore a sorpresa del sondaggio dell'Espresso sul futuro leader del Pd. "Sono il primo a scherzarci sopra. Il dato significativo di quel sondaggio non era il primo posto, ma l'ultimo: Dario Franceschini".

Cominciamo da lei a impallinare il nuovo capo del Pd?
"Ma no, certo che Franceschini è un'ottima persona. Il metodo però è sbagliatissimo. Ancora una volta, abbiamo fatto il contrario di quanto ci chiedevano gli elettori. E infatti nei sondaggi continua la caduta libera, siamo scesi dal 25 al 23".

Sondaggi, internet. Ma lei insegna Rinascimento o marketing?
"Già. Ho letto che Franceschini e Bersani attaccano chi pretende di far politica coi blog. Pretende? Per la mia generazione è l'unico modo di fare ancora politica. Che dovremmo fare? Andare in sezione? A Milano la sede del Pd non c'è neppure".

Che cosa non la convince nell'elezione di Franceschini?
"Non si elegge un nuovo capo in due ore. Al confronto Obama è Dysneyland. Poi questo rito del rinnovamento sempre annunciato e mai messo in pratica. Il prossimo che dice "o si cambia o si muore" lo picchio".

E se invece Franceschini cambiasse davvero?
"Ne riparliamo fra un mese. Se Bassolino è sempre lì a far danno, allora significa che non è cambiato nulla".

Veltroni ha provato a far dimettere Bassolino.
"E invece s'è dimesso lui. Ha idea di quanti voti ci toglie ogni giorno, da mesi, la vicenda campana? Noi andiamo in giro qui al Nord a sostenere il modello di buona amministrazione del centrosinistra, e la gente ci risponde sempre la stessa cosa: allora a Napoli? Oggi Velardi, assessore di Bassolino, ha definito il grande Roberto De Simone una sciagura. Domanda: è lo stesso Velardi che sul Corriere garantiva per Romeo una settimana prima dell'arresto? Ma perché noi dobbiamo farci il mazzo a volantinare nelle fabbriche del bresciano o a parlare con i piccoli imprenditori del Varesotto, quando poi questi distruggono tutto con una puntata di Porta a Porta?".

Che ne pensa del partito del Nord di Chiamparino e Cacciari?
"Assurdo. Al Nord vivono venticinque milioni d'italiani e si producono i due terzi del Pil. Non stiamo parlando della Baviera o della Catalogna, con tutto il rispetto".

Ma il problema esiste. La sua area, la Grande Milano, otto milioni d'abitanti e un quarto del Pil, in questi quindici anni ha avuto meno rappresentanza nel centrosinistra di Nusco e Ceppaloni.
"Più grave è essere assenti sui temi che riguardano il territorio. Malpensa è stata una catastrofe del centrodestra, un tradimento della Lega ai suoi elettori. E noi dove eravamo? Su temi come la sicurezza, il precariato, le riforme della pubblica amministrazione e del mondo del lavoro, abbiamo balbettato. Un giorno stiamo con la Cisl, l'altro con la Cgil. Nessuno sa più che fine ha fatto Ichino. Sul nucleare, in pochi mesi, abbiamo espresso tre posizioni diverse. Il no di Realacci, il sì di Veronesi e il forse di Colaninno. Sull'immigrazione pure, con il ridicolo finale di inseguire ora la destra sulle ronde, che non servono a nulla".

Non le chiedo neppure la sua posizione sulle interferenze della Chiesa e sul testamento biologico, visto che ha dedicato l'ultimo libro a Giordano Bruno.
"Anche lì, un caleidoscopio di posizioni. In questo Franceschini ha detto una parola chiara e gli ho battuto le mani. Era ora".

Si risolverebbe tutto con l'avvento di voi trentenni?
"Sciocchezze. Occorre una nuova generazione politica, non anagrafica. Bisogna farla finita con questa storia degli ex qualcosa. Io sono del '75, non sono ex di niente, per me la politica è cominciata con l'Ulivo. La verità è che questi sulla difesa dell'identità, in qualche caso acquisita di recente, come nel caso di Rutelli, ci campano".

Che cosa scriverà nel prossimo striscione congressuale?
"Occupiamoci di loro, non di noi".

Da segretario dei Ds a Monza si è fatto un nome con la conquista a sorpresa della capitale della Brianza, il regno stesso di Berlusconi. Come avete fatto?
"Imponendo la nostra agenda politica. Ce ne inventavamo una al giorno e loro erano costretti a inseguirci. Davamo le notizie. Abbiamo rivelato i progetti di cementificazione del fratello di Berlusconi, lo scandalo del nuovo centro commerciale, l'assalto alle aree verdi. Non è che bisogna sempre aspettare l'inchiesta di Report o di Repubblica per denunciare uno scandalo. Dopo un po' ci chiamavano anche gli elettori di destra per dire: io non vi voto, però vi devo raccontare questa cosa".

(24 febbraio 2009)
Curzio Maltese
La Repubblica


mercoledì 18 febbraio 2009

Veltroni e le responsabilità dei riformisti

Il Partito democratico è senza un Capo, nel momento in cui Berlusconi si riconferma leader incontrastato della destra, anzi padrone del Paese, che tiene ormai in mano come una "cosa" di sua proprietà, tra gli applausi degli italiani. Il risultato della Sardegna era atteso come un test nazionale e ha funzionato proprio in questo senso, rivelando la presa sul Paese di questa destra, che vince anche mentre attacca il Capo dello Stato, rinnega la Costituzione, offre un patto al ribasso alla Chiesa e non riesce ad affrontare la crisi economica. L'Italia sta con Berlusconi. E come conseguenza, il Pd va in frantumi. L'uscita di scena di Walter Veltroni mentre tutti i capipartito ieri gli chiedevano di restare è un gesto inusuale in un Paese di finti abbandoni, di dimissioni annunciate, di mandati "messi a disposizione": talmente inusuale che può persino essere seme di una nuova politica, dove finiscono le tutele, gli scambi, le garanzie reciproche di una "classe eterna" che si autoperpetua. Ma quelle dimissioni erano ormai obbligatorie. Il Pd trascinava se stesso nel deserto della sinistra giocando di rimessa in un'agenda politica imposta da Berlusconi, prigioniero di un senso comune altrui che non riusciva a spezzare. Il segretario - il primo segretario di un nuovo partito, dunque in qualche modo il fondatore - ha detto in questi mesi cose anche ragionevoli e giuste. Ma non è mai riuscito a spezzare l'onda alta del pensiero dominante, anche quando le idee della destra arrancavano davanti alla realtà, diventavano inadeguate, non riuscivano a mordere la crisi economica.

Il problema vero è che non c'è stato un altro pensiero in campo oltre a quello della destra, un pensiero lungo, riformista, moderno, occidentale, di una sinistra risolta che con spirito nazionale e costituzionale sappia parlare all'intero Paese, cambiandolo. Di questa insufficienza, la responsabilità è certo di Veltroni, ma la colpa è dell'intero gruppo dirigente che oggi si trova nudo ed esposto dalle dimissioni del segretario, e palesemente non sa che pesci pigliare. Dev'essere ben chiaro, infatti, che se Veltroni paga, com'è giusto, nessuno tra i molti sedicenti leader del Pd può considerarsi assolto, per due ragioni ben evidenti a tutti gli elettori. La prima, è nel gioco continuo di delegittimazione e di interdizione nei confronti di Veltroni, come se il Pd fosse riuscito nel miracolo di importare al suo interno tutti i veleni intestini e i cannibalismi con cui la destra di Dini e Mastella da un lato e la sinistra di Bertinotti e Pecoraro dall'altro avevano prima logorato e poi ucciso il governo Prodi. Con Berlusconi non solo leader ma egemone di una destra ridotta a pensiero unico, i Democratici hanno parlato sempre con mille voci che volevano via via affermare vecchie autorità declinanti e nuove identità incerte, e finivano soltanto per confondersi, imprigionando il leader e impaurendolo. La sintesi paralizzante di tutto questo è la guerra tra Veltroni e D'Alema, che nel disinteresse totale degli elettori litigano da quattro partiti (pci, pds, ds e pd), mentre nel frattempo il mondo ha fatto un giro, è nato Google, ci sono stati cinque presidenti americani e l'Inter è tornata a vincere lo scudetto. La seconda ragione è nell'incapacità del gruppo dirigente nel suo insieme di produrre una chiara cultura politica di riferimento per gli elettori, la struttura di idee di una moderna forza di progresso, la definizione di che cosa deve essere il riformismo italiano oggi. Il deficit culturale è direttamente un deficit politico. Perché come dimostra il caso Englaro le idee oggi predeterminano le scelte politiche, soprattutto in partiti che sono nati appena ieri, e dunque non hanno un portato storico, una cultura di riferimento elaborata negli anni, una struttura di pensiero a cui potersi appoggiare. Ridotto a prassi, il Pd non poteva che appiccicare le sue figurine casuali nell'album di Berlusconi, dove la prassi sostituisce la politica, l'energia prende il posto della cultura, la figura stessa del leader è il messaggio e persino il suo contesto. Ecco perché il deficit culturale diventa oggi deficit di leadership. Il progetto del Pd è rimasto un grande orizzonte annunciato: il superamento del Novecento, la fine della stagione grigia e troppo lunga del post-comunismo, l'approdo costituente e definitivo della cultura popolare irriducibile al berlusconismo, anche dopo la crisi evidente del cattolicesimo democratico, la speranza di crescita di una sinistra di governo, che coniughi finalmente davanti al Paese la rappresentanza e la responsabilità, la difesa della Costituzione e dello Stato di diritto e il cambiamento di un Paese immobile, la rottura delle sue incrostazioni e delle troppe rendite di posizione. Per fare questo serviva un partito forte ma disarmato, nuovo in quanto scalabile, aperto perché contendibile, e tuttavia presente sul territorio, nell'Italia dei comuni, in mezzo ai cittadini. Un partito forte della serenità delle sue scelte. Ci vuol tanto a spiegare che la sinistra è in ritardo nella percezione dell'insicurezza, e tuttavia è una mistificazione sostenere che questa è la prima emergenza del Paese, una mistificazione che mette in gioco la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri? È davvero così difficile sostenere che credenti e non credenti hanno a pari titolo la loro casa nel Pd, ma il partito ha tra le sue regole di fondo la separazione tra Stato e Chiesa, tra la legge del Creatore e la legge delle creature? Soprattutto, è un tabù pronunciare la parola sinistra nel Partito democratico, pur sapendo bene che socio fondatore è la Margherita, con la sua storia? Quando ciò che è al governo è "destra realizzata", anzi destra al cubo, con tre partiti tutti post-costituzionali e l'espulsione dell'anima cattolica dell'Udc, come può ciò che si oppone a tutto questo non definirsi sinistra, naturalmente del nuovo secolo, risolta, europea e riformista? Molte volte il Pd non sa cosa dire perché non sa cos'è. È stato certo una speranza, per i milioni delle primarie, per quel 33,4 per cento che l'ha votato alle politiche, segnando nelle sconfitta con Berlusconi il risultato più alto nella storia del riformismo italiano. Oggi quella speranza è in buona parte delusa e prende la via di una secessione silenziosa, cittadini che si disconnettono dal discorso pubblico, attraversano una linea che li porta in qualche modo nella clandestinità politica, convinti di poter conservare individualmente una loro identità di sinistra fuori dal "campo", pensando così di punire un intero gruppo dirigente che giudicano colpevole di aver risuscitato qualche illusione, e poi di averla tradita. Ma come dimostra il risultato di Soru, il migliore tra i possibili candidati in Sardegna, senza l'acqua della politica non si galleggia. Non è il momento della secessione individuale, della solitudine di sinistra. Berlusconi dopo il trionfo personale in Sardegna può permettersi di aggiornare la sua strategia, rinviando la scalata al Quirinale, che farà, ma più tardi. Oggi può provare a prendere ciò che gli manca dell'Italia. Napoli, la Campania. Poi portare la sfida direttamente nel cuore della sinistra del Novecento, a Bologna. Quindi pensare a Torino, magari a Firenze. Chiudere il cerchio. Per poi finalmente pensare ai giornali. Il Pd in questi mesi si è certamente opposto al governo Berlusconi, e anche a suoi singoli provvedimenti. Ma a me ha dato l'impressione di non avere l'esatta percezione della posta in gioco, che non si contende, oggi, con il normale contrasto parlamentare e televisivo di una destra normale. Qui c'è in campo qualcosa di particolare, l'esperimento di un moderno populismo europeo che coltiva in pubblico la sua anomalia sottraendosi alle leggi, sfidando le istituzioni di controllo, proponendosi come sovraordinato rispetto agli altri poteri dello Stato in nome di un rapporto mistico e sacro con gli elettori. Un'anomalia vittoriosa, che ha saputo conquistarsi il consenso di quasi tutti i media, che ha indotto un riflesso di "sazietà democratica" anche a sinistra ("il conflitto di interessi esiste ma basta, non ne posso più") che ha reso la sinistra e il Pd incapace di pronunciare il suo nome mentre non sa pronunciare il nome del suo leader: e che quindi proprio oggi, per tutte queste ragioni, può chiedere apertamente di essere "costituzionalizzata", proponendo di fatto all'intero sistema politico, istituzionale e costituzionale italiano di farsi berlusconiano. Se questa è la partita - e con ogni evidenza lo è - dovrebbero discendere comportamenti politici e scelte all'altezza della sfida. E persino del pericolo, per una sinistra di governo. Dunque il Pd, se vuole continuare ad esistere - cominciare davvero ad esistere: il partito non ha nemmeno ancora un tesseramento - deve capitalizzare le dimissioni di Veltroni, come la spia di un punto d'allarme a cui è giunto il partito, ma anche come un investimento di generosità. Deve restituire infine un nome alle cose, leggendo Berlusconi per ciò che è, un potere anomalo e vincente, che tuttavia può essere battuto, come ha fatto per due volte Prodi. La situazione è eccezionale, non fosse altro per la crisi gravissima della sinistra davanti al trionfo della destra. Si adottino misure d'eccezione. Capisco che è più comodo prendere tempo, studiarsi, far decantare le cose, misurare i pericoli di scissione, cercare una soluzione di transizione. Ma io penso che serva subito una soluzione forte e vera, la scelta di un leader per oggi e per domani o attraverso un congresso anticipato o attraverso le primarie. È in gioco la stessa idea del Partito democratico. Ci si confronti su programmi alternativi, idee diverse di partito, schemi di alleanza chiari, qualcosa di riconoscibile, che si tocca con mano, in modo che il cittadino si veda restituita una capacità reale di scelta. Quei leader che oggi dovrebbero sentirsi tutti spodestati e dimissionari, per l'incapacità dimostrata di costruire una leadership collettiva, facciano un patto pubblico di responsabilità, pronti ad accettare l'autorità del segretario e l'interesse del partito - per una volta - , invece di minacciare scissioni striscianti, veti feudali. Solo così ritroveranno quel popolo disperso che conserva comunque una certa idea dell'Italia alternativa a quella berlusconiana: e chiede per l'ultima volta di essere rappresentato.

di EZIO MAURO - La Repubblica, 18 febbraio 2008

lunedì 9 febbraio 2009

Impianti eolici: arriva la «foresta d’acciaio»

La denuncia di D'Ambrosio (Pd): «ora vogliamo chiarezza»
Un nuovo passo verso la realizzazione di decine di pale eoliche nelle campagne castellanetane. Il settore Ecologia della Regione Puglia ha infatti concesso la Via (Valutazione di impatto ambientale) per la realizzazione di un parco eolico costituito da 28 torri che verrebbero costruite nella zona a nord del centro cittadino, tra la statale 7 per Laterza e la contrada Caccamone, al confine con i territori comunali di Laterza e Gioia del Colle. Si tratta per la precisione delle località Tafuri, Pezze del Dragone, Givone, Santa Maria, Contrada Canale Lummo e Contrada Filippo. A realizzare il parco sarà la Gec (Green Engineering & Consulting), l’azienda napoletana che lo scorso anno era finita al centro del dossier “affare eolico” redatto dal centrosinistra cittadino in cui si faceva anche riferimento ad infiltrazioni mafiose nel Consiglio comunale, tanto che sull'eolico a Castellaneta - e in particolare sui pareri favorevoli che il Comune ha concesso non solo alla Gec ma anche a due aziende di Laterza - indaga da mesi il Gico, il Gruppo investigativo criminalità organizzata della Guardia di Finanza, per conto della Direzione distrettuale antimafia. Nel dettaglio, il “via libera” che il settore Ecologia delle Regione ha dato alla Gec riguarda il parere favorevole per la compatibilità ambientale per 28 aereogeneratori per la produzione di 3 Megawatt di energia elettrica ciascuno sui 40 che l’azienda aveva proposto. Il parere della Regione segue quello del Comune di Castellaneta ma non è l’ultimo passo verso la realizzazione vera e propria del parco eolico che sarà denominato “Castellaneta”. Come si legge infatti nel bollettino regionale, il parere della Regione “è relativo alla sola valutazione dell’impatto ambientale, non sostituisce né esonera il soggetto proponente dall’acquisizione di ogni altro parere e autorizzazione”. Queste 28 pale eoliche dalla larghezza compresa tra i 90 e i 94 metri esulano però dal Prie (Piano regionale degli impianti eolici) approvato dalla Comunità Montana della Murgia Tarantina appena un mese fa, poco prima del proprio scioglimento. Ciò vuol dire che il territorio di Castellaneta dovrebbe ospitare un numero di torri ben superiore alle 28 del parco costruito dalla Gec di Napoli. «Accade che la Regione decide per il Comune, ma vogliamo chiarezza» dice il consigliere comunale del Partito democratico Michele D’Ambrosio che per primo, oltre un anno fa, aveva sollevato una lunga serie di interrogativi sui quali ha poi posto l’attenzione l’Antimafia.


Segnalazioni:
Parco ed Energia, resconto dell'assemblea
Si paga Ici e Irpef sui terreni che ospitano impianti eolici
Inergia spa diffida il Comune di Laterza
Sentenza del Tar di Lecce sull'eolico
Eolico sì ma con giudizio
Affari sporchi contro il territorio

venerdì 23 gennaio 2009

Il lavoro nobilita. Il precariato no

Le proposte del PD
Per questo all'Italia serve un nuovo sistema universale di ammortizzatori sociali a partire dal sussidio unico per i disoccupati e da un reddito minimo garantito per i precari.
Proponiamo un sussidio unico di disoccupazione, che sostituisca gli attuali istituti, che sia della durata massima di 2 anni, che sia finanziato in via assicurativa e sia strettamente collegato a politiche di formazione, di riqualificazione e reimpiego. Accanto a questo proponiamo l’introduzione di un reddito minimo garantito, che contrasti la povertà anche tra chi lavora solo per brevi periodi di tempo o tra chi non ha un lavoro da molto tempo. Un istituto di welfare universale che esiste in quasi tutti i paesi europei e che costituisce il completamento degli istituti di tutela del reddito.
E’ un'innovazione che risponde concretamente al dramma di milioni di milioni di persone, donne e giovani su tutti, e che dà il segno di quanto sia profonda la rottura col passato rappresentata dal riformismo del Partito Democratico. Per i lavoratori che sono tutelati dalla Cassa integrazione, questo è un periodo difficilissimo, pieno di preoccupazioni sul futuro loro e dell’azienda. Per tutti gli altri, è anche peggio. Per loro, la perdita del lavoro diventa subito la perdita di tutto il reddito.Innovazione, per noi, significa allora superare quell’inaccettabile dualismo nel mercato del lavoro per il quale ci sono lavoratori che hanno tutele e garanzie e altri che ne hanno di meno o non ne hanno affatto.E’ come se all’Italia mancasse un intero pilastro dello Stato sociale. Se in America manca la sanità pubblica, a noi manca la tutela del reddito in caso di perdita del lavoro. Invece della flexicurity europea, nel nostro Paese, per quasi metà dei lavoratori c’è il massimo di flessibilità, senza alcuna sicurezza.Innovazione, per noi, significa un sistema capace di sostenere tutti i lavoratori, al di là del contratto, del settore e delle dimensioni dell’impresa nella quale operano, nel momento in cui ne hanno bisogno. Uniche condizioni: l’impegno per la riqualificazione professionale e la disponibilità ad accettare un nuovo lavoro.Non si tratta, ovviamente, di togliere qualcosa a chi le tutele le ha. Si tratta di dare a chi non ha. Si tratta di costruire un percorso di inserimento nel mondo del lavoro che sia associato a un sistema di tutele e garanzie.Noi pensiamo a milioni di giovani, pensiamo alla loro vita, alle loro aspettative, alla loro frustrazione e alle loro speranze. Ieri c’era la mortificazione dei braccianti col cappello in mano, c’era l’alienazione della catena di montaggio. La precarietà senza futuro è il volto assunto oggi dallo sfruttamento. Il nostro riformismo non può chiudere gli occhi di fronte all’eterno susseguirsi di lavori precari che non conducono a nulla, di fronte all’inaccettabile prodursi di "vite di scarto", condizione comune di milioni di persone. E’ questo il contesto nel quale si può cominciare a pensare e a discutere apertamente, e certo è chiara a tutti voi la radicalità di questa possibile innovazione, della sperimentazione di un contratto unico, a tempo indeterminato, con tutela crescente nel tempo e con un ben organizzato sistema di premi e penalizzazioni per l’azienda, volto a favorire il consolidamento

venerdì 16 gennaio 2009

Il governo ci porta nel baratro della crisi sociale

Lunedì 19 gennaio l'on. Pier Luigi BERSANI, Ministro dell'economia del governo ombra del PD sarà a Taranto dove avrà una fitta serie di appuntamenti.
Alle ore 15.30 l'on. Bersani incontrerà i lavoratori e i delegati, accompagnato dall'on. Ludovico Vico e alla presenza delle segreterie di FIOM, FIM e UILM, all'interno dello stabilimento ILVA.
Successivamente, alle ore 18.00 parteciperà alla manifestazione provinciale del PD sul tema: "Le proposte del PD per uscire dalla crisi" che si terrà presso il salone degli Stemmi della Provincia in via Anfiteatro a Taranto. L'iniziativa sarà coordinata da Donato Pentassuglia, Segretario provinciale del PD, interveranno l'on. Ludovico Vico e Gianni Florido, Presidente della Provincia, le conclusioni saranno tratte dall'on. Pierluigi Bersani.


Dall'attuale crisi economica rischia di uscire "una società più divisa e più ingiusta". Lo ha detto Pier Luigi Bersani, ministro dell'Economia del governo ombra del Pd, intervenendo in aula alla Camera per le dichiarazioni di voto sulla fiducia al decreto anti crisi."Mi pare che siamo sulla cattiva strada", ha aggiunto Bersani accusando l'esecutivo di non aver ancora affrontato il nodo della crisi. "Cerchiamo di capire che la crisi c'è - ha sottolineato - mentre fra l'ottimismo un po' vacuo del presidente Berlusconi e il pessimismo immaginifico del ministro Tremonti, siamo fermi all'idea che qualcun altro provvederà".

Scarica il : Documento manovra

giovedì 18 dicembre 2008

Per favore dateci una dittatura dell'onestà

Più violenta dell’ultima ondata di maltempo, una bufera giudiziaria si sta abbattendo su Abruzzo, Basilicata, Campania e Calabria. È una grandinata che sembra non aver fine, con uno scandalo al giorno e ogni giorno più squallido. I fatti sono diversi, ma la sostanza resta la stessa: le ruberie, con tutte le tecniche e le strategie immaginabili. Sembra che la tangentopoli milanese degli anni ‘90 non si sia mai conclusa e che il terremoto che provocò non abbia insegnato niente. Anzi, a voler essere perfidi bisognerebbe dire che oggi una novità c’è: anche chi si riteneva in qualche modo vaccinato contro la corruzione e il malcostume, oggi si scopre con scarse difese immunitarie.
Nel clima rovente di questi giorni è fin troppo facile perdere lucidità. E’ troppo facile prendersela con i magistrati e con una loro certa voglia di protagonismo. Sì, c’è anche questo aspetto, ma è marginale, non è il problema. Così come il problema non è la riforma della giustizia, che prima o poi bisognerà pur varare. Ciò con cui bisogna fare i conti è proprio la cosiddetta questione morale, due parole che si sono trasformate in uno slogan logoro, forse ancora buono per qualche convegno.
Il dilagare del malcostume e della mala amministrazione portano purtroppo ad alcune amare considerazioni.
La prima. La corruzione è praticata a ogni livello ed è un morbo contagioso che colpisce da Nord a Sud: ovunque ci sia del denaro pubblico lì c’è un possibile focolaio d’infezione tangentizia.
La seconda. Per contrastare questa situazione non è più pensabile - per la verità non lo era neppure prima - che possa bastare la logica del penalmente rilevante. Perché quando le situazioni arrivano al «penalmente rilevante» vuol dire che le mazzette sono già in tasca a qualcuno.
Terza considerazione. È facile a parole chiedere una rifondazione morale della società, scomodare i mostri sacri dell’etica pubblica, ma questi sono processi di lungo periodo, complessi e che è impossibile gestire quasi fossero i lavori di un convegno.

La prima reazione può essere di rabbia o di scoraggiamento. Non bisogna cedere. Fino a quando in ogni città ci sarà una persona onesta si avranno ragioni per sperare. Il passaggio più difficile da compiere è convincere e convincersi che la pratica dell’onestà è più redditizia, soprattutto sul piano economico. Senza tutte le ruberie, costruire opere pubbliche richiederebbe la metà del tempo e un terzo dei denari che oggi mediamente si impiegano. Siamo tra i contribuenti più tartassati: riflettiamo sul fatto che buona parte delle nostre tasse si perdono nei mille rivoli delle tangenti, delle consulenze, dei favori, dei sì da dire per costruire il consenso e poter avere così la possibilità di accedere a un livello più alto della piramide corruttiva.
Siamo in tempo di crisi economica, anzi di recessione. In molti rischiamo di dover abbassare il tenore di vita. Ce la faremo con qualche sacrificio e qualche rinuncia, anche se ci costeranno perché non siamo più abituati. Però anche il giro delle tangenti deve avere il suo venerdì nero. Soprattutto deve scomparire quella zona grigia in cui è difficile distinguere la linea che separa l’onestà da tutto il resto. Se vogliamo arrivare a un qualche risultato occorre tornare a ragionare con la logica del bianco e nero: non abbiamo più la tensione etica per consentirci sfumature nei comportamenti e nei giudizi. Questo significa - per esempio - premere sui partiti perché escano dalla vita pubblica non solo i condannati, ma anche e principalmente i «chiacchierati». Il senso della Stato invocato più volte dal presidente della Repubblica deve tradursi in una dittatura dell’onestà. Non si può continuare ad assistere alla farsa delle «autorizzazioni a procedere» che non vengono concesse neppure nei casi di più evidente compromissione dei parlamentari indagati. Per coerenza semantica bisognerebbe parlare di «negazioni a procedere». Un sacrosanto principio di difesa delle idee e delle prerogative dei rappresentanti del popolo si va trasformando ormai in una sorta di diritto feudale per cui tutti i cittadini possono essere perseguiti tranne che i parlamentari. Da questo equivoco bisogna uscirne, senza leggi né riforme né interventi speciali: è sufficiente che alla logica dell’interesse privato si sostituisca quella dell’interesse pubblico.
Ci aspetta una stagione lunga e difficile, forse più dell’inverno preannunciato dai meteorologi. Ma dopo ogni inverno, per fortuna, c’è sempre una primavera.
di Michele Partipilo - Gazzetta del Mezzogiorno

venerdì 10 ottobre 2008

Crisi dei mercati finanziari: Tremonti o nasconde la verità oppure non sa cosa fare

Con altri trenta deputati della Repubblica ho presentato un'interpellanza urgente la scorsa settimana ed eravamo gia' andati incontro al Governo nello spostare al 3 Ottobre a questo giovedi' la discussione di questa interpellanza. E' un'interpellanza delicata, perche' in essa abbiamo ricostruito tutte le operazioni finanziarie fatte da Lehman Brothers con la Repubblica italiana e chiedevamo al Governo, per rispetto del Parlamento e dei mercati, di essere trasparente sui numeri che, in questo momento, stanno diventando oggetto delle valutazioni piu' delicate sulla condizione economico-finanziaria del Paese. Siamo oggettivamente increduli, perche' speravamo che, dopo dieci giorni, il Ministero dell'economia e delle finanze, nella persona del Ministro dell'economia, dicesse qualcosa al Parlamento. Non l'ha fatto questa mattina il Ministro Tremonti, lasciando attonita una buona parte dell'Aula. Speravamo, lo sperava soprattutto il Partito Democratico, che all'interpellanza urgente, che e' puntuale circostanziata, seguisse una risposta tecnica del Governo. Questo silenzio ci preoccupa, lo dico con tutta la serenita' e l'incredulita' del caso. Questo silenzio ci preoccupa, perche' non diamo un bel segnale all'esterno, perche' questa interpellanza era anche oggetto di attenzione da parte, evidentemente, degli operatori specializzati. Il Tesoro non si e' presentato in Aula e non ci sta dando alcuna spiegazione. Siccome le cifre sono serie, perche' solo il mark to market negativo, cioe' le perdite che la Repubblica italiana avrebbe consolidato nei confronti di Lehman Brothers, ammonterebbe a un miliardo e mezzo di euro, questa assenza e la mancanza di una smentita, come purtroppo capita da dieci giorni a questa parte, rischiano di essere un'indiretta conferma dei contenuti di questa interpellanza. Nelle prossime ore decideremo certamente di sottolineare l'accaduto in tutti i modi e in tutte le forme. Chiedo alla Presidenza della Camera di dirci, a questo punto, cosa si fa in questi casi, perche' restiamo basiti. Non so se vi siano altri precedenti. E' grave che questo sia capitato sulla condizione dei mercati finanziari e sulla condizione della Repubblica rispetto a tali mercati''.


di Francesco Boccia



domenica 5 ottobre 2008

Senza paura

“C’è il rischio di un autoritarismo moderno”. Walter Veltroni, nel suo intervento alla Direzione Nazionale del Partito Democratico torna a parlare dei pericoli che l'Italia sta correndo. Una crisi della democrazia che denunciava già durante il discorso del Lingotto: “Io sono un moderato per natura. - spiega Veltroni - non dico cose estremiste ma metto in guardia da quello che vedo perché nella storia della società moderna ogni volta che si è intrecciata una crisi sociale con una crisi delle istituzioni democratiche, si sono vissuti sempre i tempi più bui".

E' sulla paura, e sul suo superamento come condizione indispensabile per un nuovo futuro, che verte gran parte dell'intervento del segretario del Pd. “Le recenti aggressioni a Parma, a Roma e a Milano – dice - indicano un male: quello del rischio della xenofobia, del razzismo che appaga chi ci prende i voti ma distrugge il tessuto sociale”. Il messaggio è un chiaro avvertimento alla maggioranza che cavalcando la paura ha distolto l'attenzione dai problemi reali del paese e predisposto la base per una pericolosa anomalia nel nostro sistema democratico. “Non ho paura di nessun regime – continua Veltroni - ma attenzione alle conseguenze del populismo della destra italiana".

"Ci stiamo abituando a cose a cui non dobbiamo abituarci. Sento il dovere morale di costruire un'alternativa possibile in questo Paese altrimenti diventerà normale picchiare per strada un ragazzo cinese". Dalla sicurezza sociale a quella economica, l'intervento di Veltroni affronta in pieno le inquietudini del presente cercando di fornire quella alternativa necessaria al populismo demagogico della destra. Secondo il leader PD, il nuovo partito deve rappresentare “la forza che rassicura il paese, che non racconta balle agli italiani, che assolve il destino delle classi medie e risponde alle paure ambientali. Ha ragione Piero Fassino: c’è ancora molto da fare e un partito non si fa in qualche mese”. Ma elenca le cose fatte: lo statuto, la carta dei valori, la campagna elettorale, le primarie dei giovani, il tesseramento.

Il prossimo 25 ottobre, in occasione della manifestazione nazionale organizzata a Roma, sarà una delle massime espressioni di questa alternativa che da voce a chi rifiuta di credere alle false promesse del governo. "La differenza tra noi e loro sarà che mentre loro scrivevano sotto il palco “contro il regime”, noi scriveremo 'salva l'Italia'. E cioè salva l'Italia dall'impoverimento, dal rischio di perdere un ruolo internazionale, dal rischio di perdere i nostri valori".

“Anziché pensare ai reali problemi dell’Italia - lo aveva tratteggiato bene il vicesegretario del PD Dario Franceschini nella relazione di apertura della direzione - la destra non fa altro che cavalcare la paura, e lo farà di nuovo durante la prossima campagna elettorale alle europee”. Invece il PD è “un partito nuovo, in una fase nuova della storia del pianeta, nato indipendentemente dai sistemi elettorali, nato per durare negli anni. Il PD, aggiunge il vice segretario, ha di fronte a se tante sfide e una di queste sfide “è proprio combattere contro quello che sta facendo la destra e cioè la disgregazione della società”. Per Franceschini “la sfida più grande è quella di diffondere il senso di una missione collettiva e solidale”.

I temi sociali saranno quelli che più di altri dovranno trovare una risposta nelle soluzioni proposte dal Partito Democratico. Cesare Damiano ne è convinto e invita a portare nelle piazze il messaggio che parli di “sicurezza sul lavoro, della perdita del potere d'acquisto delle famiglie,del precariato”.

La crisi finanziaria che in questi giorni sta facendo tremare i mercati mondiali è la risposta ad una politica fallimentare che la destra nel mondo non ha voluto evitare. L'ex ministro Giulio Santagata lo ricorda ai presenti e ai giornalisti: “Non lasciamo che la crisi passi come un accidente. - spiega - La crisi finanziaria non è figlia di nessuno, né tanto meno della globalizzazione”, ci sono responsabilità. Responsabilità a cui il PD deve fornire un'alternativa.

giovedì 18 settembre 2008

FEDERALISMO

Dopo due bozze e un testo ufficiale pre-adottato dal Consiglio dei Ministri si continua ad escludere il Parlamento, le Regioni e le Autonomie Locali. Nel Testo la normativa non è chiara e soprattutto non si evincono le quantità di risorse finanziarie da spostare, i diritti dei cittadini e le opportunità.A questo punto rivolgo al Ministro Fitto le seguenti domande:
· il Ministro dell'Economia, Tremonti, ha fornito a qualcuno i dati, le cifre precise sui costi standard dei servizi e sui livelli essenziali delle prestazioni?
· cosa intende il Governo per "livelli uniformi delle prestazioni" nello Stato Unitario?
· come saranno definiti gli standard (esempio nella sanità)?
· come avverrà la "misurazione fiscale" nelle regioni meridionali dal momento che le "sedi legali" delle aziende industriali, dei servizi e delle finanziarie risiedono quasi tutte al nord? che è cosa diversa dalla territorializzazione prevista dall'art. 2 e 5 del ddl;
· cosa si intende mettere al centro del Federalismo: il "delta" tra entrate ed uscite o la spesa pro capite per abitante?
· nelle regioni a statuto ordinario come la Puglia cosa accardà per le "Accise" (solo a Taranto lo Stato ricava ogni anno dalla Raffineria 3 Miliardi di Euro).

On. Ludovico Vico

mercoledì 10 settembre 2008

I parlamentari pugliesi del PD chiedono un incontro urgente al Ministro dei Trasporti.

Arriva la dura presa di posizione dei parlamentari pugliesi del PD di fronte al declassamento delle tratte ferroviarie che da Taranto e Lecce conducono a Milano.
A firmare l’interrogazione a risposta urgente, invitata al Ministro Matteoli, è l’onorevole Ludovico Vico, parlamentare che guida la cordata di colleghi tra cui anche il Ministro ombra dei trasporti Andrea Martella.
Una levata di scudi che nell’interrogazione non manca di sollevare le questioni della mobilità e dell’interesse nazionale verso una regione che nello scenario economico e culturale del sud Italia e della nazione ha molto da dire. Così non manca il riferimento ad Alitalia e al suo piano di tagli che guarda caso riguardano ancora gli aeroporti pugliesi.
Abbiamo chiesto un incontro urgente al Ministro dei Trasporti, Altero Matteoli e alla presenza del nostro Ministro ombra Martella – dice Vico – per discutere di quella che ci sembra una chiusura netta verso le ambizioni di un territorio con grandi opportunità di sviluppo ma che viene tagliato fuori dai programmi di investimento di Alitalia e Trenitalia.
Ma l’interrogazione, nel caso specifico, affronta soprattutto i problemi legati al trasporto su rotaie.
Quello che è accaduto la scorsa domenica sull’Eurostar Lecce-Milano ha del terzo mondo – continua Vico – pertanto ci sembra quanto mai inappropriato parlare come fa Trenitalia solo di treni che cambiano nome. Qui di fatto la sostituzione dell’Eurostar Etr500 con i ribattezzati Eurostar City che altro non sono che i vecchi Trans Europe Express anni ’80, implica una rilettura dei piani nazionali verso questo territorio. Si considerano i nostri viaggiatori di serie B, si confina al nord tutto il progetto dell’alta velocità e probabilmente si considera come un danno necessario ma ammortizzabile anche il futuro dei 40 lavoratori addetti al servizio ristorazione che prima garantivano pranzi, cene e snack decenti a chi da Lecce o Taranto voleva raggiungere il capoluogo lombardo.
Eppure il clima di dismissione era stato ampiamente annunciato nello scorso ottobre alla vigilia della pubblicazione del piano orario di Trenitalia.
Anche in quel caso notammo il desiderio di cancellare questa parte del Sud dai collegamenti con l’Italia che conta – dichiara ancora l’onorevole Ludovico Vico – Allora chiedemmo a gran voce l’intervento del Governo e Prodi inserì in Finanziaria i termini della convenzione che obbligava Trenitalia a mantenere standard di servizio e tratte da e per la Puglia.
Con preghiera di cortese diffusione,

Roma, 9 settembre 2008
L’Ufficio Stampa

lunedì 8 settembre 2008

Senza PRIMARIE rimane tutto come prima

Di seguito riporto l'articolo di Ilvo Diamanti, apparso su repubblica di ieri, da dove emerge la necessità di svolgere le primarie per il Partito Democratico. Un articolo che calza in modo lampante con la situazione jonica del centro sinistra e del Pd.

UNA PERSONALIZZAZIONE impersonale e irresponsabile caratterizza la politica italiana. Una democrazia mediatica, affollata di volti e nomi noti e visibili. Che, tuttavia, ha ridotto e quasi abolito la possibilità, per gli elettori, di esprimere scelte e preferenze "personali". Visto che ormai la costruzione delle rappresentanze politiche e parlamentari è un fatto praticamente esclusivo dei partiti, ridotti a cerchie di gruppi dirigenti ristrette e centralizzate. Eppure, quasi vent'anni fa, la storia era cominciata diversamente. La crisi del sistema politico era stata sancita, è vero, dal referendum del 1991, che riduceva le preferenze elettorali a una sola.

Ma si trattava, allora, di ridimensionare un sistema partitocratico, nel quale le preferenze costituivano uno strumento di controllo della società e, al tempo stesso, un elemento di scambio fra gruppi di potere. In seguito, siamo passati a sistemi elettorali che personalizzano il rapporto fra elettori ed eletti. Anzitutto a livello locale, con l'elezione diretta dei sindaci, dei presidenti di Provincia e, quindi, di Regione. Un rapido processo di presidenzializzazione diffusa, che il sistema elettorale della Camera e del Senato ha assecondato attraverso il maggioritario di collegio, che rende più immediato e trasparente il rapporto tra i parlamentari, i cittadini e il territorio.

Quel modello, ne siamo consapevoli, non ha ridotto la frammentazione dei partiti, tanto meno il distacco fra sistema politico e società. Ha, tuttavia, segnato una frattura, almeno a livello simbolico. Partiti contro presidenti. Riassunto dell'opposizione fra vecchio e nuovo, come ha osservato Mauro Calise.

D'altronde, i partiti si sono, anch'essi, personalizzati tutti. Dal 1994 ad oggi. Dall'archetipo insuperato, Silvio Berlusconi, fino a Walter Veltroni. Da Forza Italia all'Ulivo. Dal Partito democratico al Popolo della libertà. Passando per le diverse liste. Per limitarci alle principali: Lista Pannella e Bonino, la Lista di Pietro. Ma anche Alleanza nazionale, prima di confluire nel Pdl, nonostante disponesse di identità e organizzazione, era un soggetto identificato con il suo leader, Gianfranco Fini. E nell'Udc, ormai, la C evoca l'iniziale di Casini.

La personalizzazione è, ovviamente, enfatizzata dall'uso dei media. La televisione, in particolare, ha dato ai partiti un volto, un'immagine familiare. Anche in questa fase. I ministri più popolari appaiono al pubblico personaggi caratterizzati, che recitano in fiction di successo. Due sopra tutti. Brunetta, il vendicatore dei cittadini contro i servi fannulloni dello Stato (gli statali, appunto).

Mariastella Gelmini, protettrice dei genitori e degli alunni dagli insegnanti incapaci; restauratrice delle virtù perdute: la buona condotta, i buoni costumi (i grembiulini), i buoni maestri (unici). Mentre, all'opposizione, incontra un successo larghissimo Antonio Di Pietro, che interpreta il garante della legalità contro ogni abuso della politica; e anzitutto contro Berlusconi (che ne è il compendio). Ma anche Beppe Grillo. Attore protagonista della protesta di piazza.

Passando dal versante della partecipazione a quello della comunicazione, occorre rammentare che la costruzione del Partito democratico e, prima, dell'Ulivo, è avvenuta attraverso le primarie. Un rito di massa per celebrare la scelta del leader. Prodi, Veltroni.

Tuttavia, da qualche tempo, la personalizzazione della politica avviene insieme alla spersonalizzazione della scelta di voto. Imposta, per quel che riguarda le elezioni politiche, dalla legge elettorale in vigore dall'autunno 2005. Un proporzionale con premio di coalizione e liste bloccate. Cioè: senza preferenze.

La legge, inventata in fretta dal centrodestra al fine di contrastare il successo annunciato del centrosinistra (particolarmente avvantaggiato dal maggioritario), ha, nei fatti, rafforzato le leadership centrali di "tutti" i partiti. Consentendo loro di controllare e condizionare le candidature e, quindi, gli eletti. Mentre ha spezzato il legame dei candidati con gli elettori. Tanto che i candidati sono quasi spariti dal territorio, nel corso della campagna elettorale, limitandosi, perlopiù, ad apparire accanto ai leader nazionali, durante le manifestazioni più importanti.

Il problema avrebbe dovuto e potuto essere ridimensionato attraverso il ricorso alle primarie. Che, tuttavia, è divenuto molto intermittente. Quasi assente. Anche il Partito democratico ha usato le primarie con cautela. Evitando, comunque, di renderle troppo aperte e competitive. A livello nazionale, d'altronde, sono servite all'investitura di leader pre-destinati.

Mentre l'elezione dell'assemblea costituente e degli organismi rappresentativi a livello territoriale è stata vincolata dall'esigenza di garantire l'equilibrio tra componenti oltre al controllo (e al mantenimento) dei gruppi dirigenti. Anche nella scelta dei candidati alle amministrative (sindaci o presidenti), le primarie vengono guardate con diffidenza e trattate con prudenza. Impossibile che emergano outsider. Un Obama o un McCain de noantri. Inutile attenderli.

La questione si ripropone, oggi, in relazione al sistema elettorale che si sta progettando in vista delle prossime elezioni europee. Prevede, com'è noto, una soglia di sbarramento (3-4 per cento), per ridurre la frammentazione. Inoltre, un numero più ampio di circoscrizioni. Infine: l'abolizione delle preferenze. Su cui non c'è accordo. Ma che, indubbiamente, non dispiace - anzi, piace - ai partiti, in generale. Anche ai maggiori: Pdl e lo stesso Pd. In quanto permette loro di regolare e distribuire, con precisione algebrica e senza rischi, i posti tra le componenti (sotto)partitiche. An e Fi, da un lato. Ds e Margherita, dall'altro. Che ancora resistono e agiscono. Accanto ad altre correnti.

Vorremmo ribadire che non siamo tifosi delle preferenze. Abbiamo memoria di quando costituivano un metodo di scambio clientelare. Però insospettisce la paura che suscitano nei partiti, oggi che non hanno più basi di massa e sono ridotti a ristrette cerchie di vertice. Il contrasto tra l'enfasi sulla personalizzazione e la crescente spersonalizzazione del voto riassume quanto sia fittizia, oggi, l'opposizione fra partiti e presidenti. Visto che i presidenti identificano partiti "chiusi", la cui classe dirigente si riproduce in modo endogamico. Al proprio interno. Senza competizione; ma, semmai, per cooptazione, dall'alto.

Questo modello, peraltro, è coerente con la biografia del centrodestra. Inventata, scritta e interpretata da un Sovrano: Silvio Berlusconi. (Se ne è discusso molto nel recente convegno della Società italiana di scienza politica, all'Università di Pavia). Ma il centrosinistra e, soprattutto, il Partito Democratico - per storia, cultura e sociologia - non hanno prospettive senza coltivare il rapporto con il territorio e con la società. Senza rivalutare le primarie come metodo "vero" di consultazione e di selezione della classe dirigente. Senza dare agli elettori la possibilità di esprimere - in nessun modo - le loro preferenze personali. Senza vincolare gli eletti a un rapporto responsabile con gli elettori. Meglio che il Pd ci pensi, in vista delle prossime elezioni europee. Che, come sempre, avranno anzitutto effetti politici "nazionali".
Ilvo Diamanti - 7 settembre 2008

lunedì 25 agosto 2008

La svolta di Veltroni

Parto dalla convinzione che in politica il "quieta non movere" non paga. Se c'è il terremoto, mentre sei in fuga pensi alla ricostruzione. Alla fine le scosse termineranno e solo chi ha le idee chiare vince. Walter è nel pieno del sisma ma non è la sola vittima. I suoi avversari o concorrenti non stanno meglio di lui. La sua sconfitta e la sua fuoriuscita dalla politica lasceranno un segno bruciante sulla pelle dei sopravvissuti. Solo chi lo odia personalmente può augurarsi che si tolga di mezzo senza reazioni. Anche una sconfitta in campo aperto farebbe bene sia a Veltroni sia a chi lo contrasta.
Il consiglio è semplice: dia battaglia. Si può dare battaglia come propongono i fan di Walter chiedendo un plebiscito sul nome del segretario. Sarebbe poca cosa, anche se meglio di niente. Una nuova consultazione con candidati contrapposti, come si fa in America, farebbe bene al Pd. Ma servirebbe a poco. Dare battaglia vuol dire identificare il nemico interno. Ecco le mie idee. Il primo nemico interno è la coalizione giustizialista. Walter preceda Berlusconi e proponga una nuova idea della giustizia. Si faccia dei nemici fra i magistrati ma abbia il coraggio di tagliare i ponti con il peronismo all'italiana come ha fatto col comunismo.
Il secondo fronte lo apra contro i boss locali. Parta, il caro Veltroni, da una valutazione serena. I peones sono nessuno. Vivono perché c'è lui e dopo di lui ci sarà un altro leader. Senza un capo i capi-clientele contano niente. Se a Torino si togliesse di mezzo Chiamparino, i tenaci avversari del sindaco raccoglierebbero gli stessi voti di Boselli. Suggerisco una svolta autoritaria. Una vera rivoluzione contro le mezze calzette.
Infine, rilanci l'idea del partito senza tessere, il partito dei cittadini. D'Alema si sta inoltrando lungo l'unica strada che conosce, il partito delle tessere. È una possibilità. Ma concorrere sul quel terreno è praticamente impossibile. D'Alema ha con sé apparati piccoli ma tenaci, capi-elettori influenti. Vince lui. C'è la strada del partito aperto che si modella combinando una leader limpidamente riformista con una platea di cittadini-militanti non calcificata.
In fondo propongo a Walter di tornare ai suoi primi mesi. Piglio decisionista, riformismo spinto, partito in netta discontinuità con i modelli novecenteschi. In quei mesi e con quegli argomenti Veltroni sedusse la sinistra e la destra. Con questa morta gora odierna stranisce la sinistra e crea disillusioni a destra. Qualcuno dirà che ormai la via del dialogo con Berlusconi è preclusa. Non credo. Penso che al Cavaliere serva ancora un avversario serio, se non vorrà trovarsi di fronte, per tutta la vita, Di Pietro. Alla sinistra serve il Veltroni dei primi cento giorni, non quello millenaristico della lettera alla "Repubblica". Il modello non è né il profetismo tragico di Berlinguer né il sereno declino di Gorbaciov. Guardi alle socialdemocrazie vincenti, il Veltroni, triste y final. Poi se perde, si ritiri. Si ricorderanno di lui e lo rimpiangeranno. Se lascia andare le cose, sarà come Fassino, onesto e dimenticato.
Peppino Caldarola - il tempo - 24/8/2008

venerdì 15 agosto 2008

Verso le provinciali 2009

TARANTO - L’ultima novità-indiscrezione è quella di una possibile candidatura alle primarie del centrosinistra di un italo-americano, tale Gianluca Galletto, originario di Grottaglie. Economista, laurea alla Bocconi, Galletto vive e lavora a New York. Sul suo nome punterebbe l’asse, ormai consolidato, tra Gaetano Carrozzo, Rocco Ressa e Rocco Loreto. Un patto d’acciaio anti-Florido che Tarantosera aveva anticipato nei mesi scorsi e che oggi trova piena conferma. Ma sarà davvero Galletto il candidato da opporre al presidente uscente o questa è solo una boutade messa in giro ad arte per sparigliare le carte e tutelare il vero candidato? Alla fine, infatti, a giocarsi la partita con Gianni Florido potrebbe essere Rocco Loreto, desideroso di tonare d incarichi di prestigio dopo aver perso lo scettro di sindaco di Castellaneta. Sul centrosinistra incombe poi l’incognita Stefàno. Cosa deciderà di fare il sindaco del comune capoluogo? Esclusa ogni possibilità di intesa con Florido, l’area che si coagula intorno al sindaco di Rifondazione potrebbe sposarsi con Carrozzo-Ressa-Loreto - e sarebbe un fatto abbastanza clamoroso, viste le ruggini tra il primo cittadino ed il suo ex vicesindaco - oppure potrebbe decidere di giocarsi la partita in proprio, puntando su qualche nome a sensazione, come l’imprenditore Enzo D’Addario, sponsor di Stefàno alle comunali dello scorso anno.
Acque agitate anche nel centrodestra. Non fa mistero di volersi candidare alla presidenza della Provincia il consigliere regionale Nicola Tagliente. Ma dovrà vedersela con il sindaco di Massafra, Martino Tamburrano e, probabilmente, anche con le mai sopite ambizioni di Paolo Tarantino da San Marzano. Altro nome accreditato, ben visto da Fitto e Franzoso, è quell del sindaco di Mottola, Giovanni Quero. Per An ci sono Leonardo Conserva e Pietro Lospinuso.
Taranto Sera - 15 agosto 2008

martedì 5 agosto 2008

Firma per salvare l'Italia

"Salva l'Italia!". S'intitola così la petizione che il Partito Democratico ha promosso e che è partita a Luglio per concludersi il 25 ottobre, in occasione della manifestazione nazionale indetta dal partito.La petizione ha al centro due questioni: la difesa delle regole democratiche contro le forzature e le leggi sbagliate del governo e la lotta per far ripartire l'Italia, cominciando da stipendi e pensioni.Obiettivo, primario completare la raccolta di firme promossa dal segretario nazionale Walter Veltroni per dire no ad un governo che non rispetta le regole democratiche, forza la mano sui temi della giustizia e non fa nulla per far crescere salari e pensioni mentre l'Italia vive una pesante crisi e le famiglie faticano ad arrivare alla fine del mese .L'itinerario pugliese così come fino ad ora è stato fatto in altre regioni prevederà molti piccoli comuni perché, come dichiara Beppe Fioroni, coordinatore dell'iniziativa "vivere in un centro al di sotto dei 5.000 abitanti diventerà un lusso".
Ad accogliere il pullman in Puglia ci sarà il Segretario Regionale Michele Emiliano e tutti i parlamentari e dirigenti pugliesi .
Riportiamo di seguito le tappe pugliesi:


MARTEDI' 5 Agosto

* ore 14,00 - Marina di LEPORANO (TA).
* ore 15,30 - Marina di PULSANO (TA).
* ore 16,30 - LIZZANO (TA. ore 18,30 - San PIETRO in Bevania (TA).
* ore 20,30 - TREPUZZI (LE)

MERCOLEDI' 6 Agosto

ore 10,30 -CAMERINI - Marina di OSTUNI (BR) c/o Il FARO.
ore 16,00 - Spiaggia PANE e POMODORO, BARI.
ore 20,30 - P.zza CASTELLO, BARLETTA (BA).

GIOVEDI' 7 Agosto

ore 10,30 - Lungomare E. MATTEI - VIESTE (FG).

sabato 19 luglio 2008

I MILLE, I MILLE

di Gianluca Galletto*

Io sono un Invisibile cari amici e compagni di spedizione.

Io sono un Invisibile perché sono un italiano d’altrove, un carbonaro che vive in America e guarda l’Italia finire in polvere.
Io sono un Invisibile perché ho 20 anni di esperienza politica e nessuna possibilità di dare voce alle ragioni dello sconforto e alla forza della speranza.
Sono un Invisibile, cari dei Mille, perché vengo dalla più straordinaria esperienza di partecipazione popolare che la storia moderna Americana ricordi, ho fatto il porta a porta per Barak Obama ed ho capito perché resto ancora un invisibile per la politica italiana..
Ho fatto esperienze nel partito democratico americano con alcuni dei suoi leader piu importanti. Mi sono trovato fra le elite politiche ed economiche più importanti del pianeta. Ma è solo l’esperienza del grassroots, della politica dal basso, nel territorio, come si suol dire, che mi ha arricchito di più. Ed e’ su questo punto che ho visto l’abisso che separa il nostro PD dal loro. Migliaia di volontari da tutti gli angoli d’America a lavorare, stato per stato, città per città, nelle centinaia di comitati elettorali. Solo per una causa. Organizzati in maniera professionale. In Ohio, per esempio, a bussare alle porte con me a -10, c’era la maestra d’asilo e l’avvocato d’affari di Goldman Sachs che guadagna mezzo milione all’anno.
Ho fatto gli ultimi giorni di campagna elettorale in Puglia lo scorso aprile e nei comitati elettorali c’era qualche volontario sonnecchiante a girarsi i pollici, nell’illusione che il leader nazionale e un po’ di presenza nei media fosse sufficiente. Il porta a porta poi, il dialogo con le persone, il saper ascoltare, sembra dimenticato nella notte dei tempi. Nella politica dei vecchi partiti, che almeno questo lo sapevano fare.
Ora ho bisogno di 5 minuti per rendere visibile la mia rabbia per la condizione in cui versa l’opposizione italiana in questo momento di emergenza democratica e di precarietà esistenziale prima che politica…
Non mi rappresenta Veltroni quando dalle reti Mediaset liquida una piazza indignata e boccaccesca ma reale nelle istanze dimostrando una certa assenza di sensibilità verso la pancia di una parte del paese. Per non parlare della pancia del resto del paese. Soprattutto di quella che vota PDL e Lega.
Mi rendo visibile per seguire il consiglio del mio conterraneo e grande scrittore Gianrico Carofiglio che da Senatore dice che al Pd manca un vocabolario.
Sono d’accordo…alla lettera P per me c’è solo una parola: primarie vere e sempre per tutte le cariche elettive. Io le primarie le vorrei istituzionalizzate. E gestite dall’amministrazione pubblica come qualsiasi elezione. Quelle sono primarie vere. Così si fa nel paese in cui risiedo e al quale si è deciso di ispirarsi. E invece di quel paese si prende solo la superficie, nonostante sento riempirsi la bocca di nomi in inglese, di leader storici come Kennedy e King, quando poi, a parte poche eccezioni, non si sa neanche declinare il verbo essere al presente. In inglese.
Badate, io non penso affatto che le primarie siano sempre utili. Sono però un criterio trasparente e “fair” per selezionare i candidati. So bene che nel resto d’Europa non si fanno. Il problema è che noi non abbiamo scelto la socialdemocrazia europea come modello, ma i Democratici americani. Inoltre, cosa più importante, noi non siamo un paese normale. Da noi servono. Siamo pieni di rendite di posizione e di giardinetti recintati in economia e nella società in generale. Ma lo siamo anche molto nella politica. Vorrei che la politica fosse liberalizzata. Non solo l’economia. Solo così possiamo sbloccare le tante energie che servono al paese. Mi si dice: sono i partiti che devono saper formare e selezionare la classe dirigente istituzionale. Bene, ma da noi non sono in grado da almeno vent’anni di assolvere a questo compito e meno lo saranno in futuro, anche perché non ci sono più soldi per farlo.
Alla lettera D io però metto la demagogia, la demagogia del marketing che mi ha reso un invisibile incazzato e che mi fa dire che non mi rappresenta Marianna Madia a 27 anni, non mi rappresenta Umberto Veronesi a 83, stavano meglio dove stavano, al centro studi e in ospedale. Il loro talento serve li’. Al loro posto, quelli sì mi avrebbero rappresentato, uomini e donne tra i 35 e i 50 che da almeno 15 anni si occupano di amministrazione pubblica, assistenza sociale, funzione normativa, gente che viene dall’economia e dall’impresa, gente che si sporca le mani con quel che resta del Pil di uno Stato bancarottiere. Non la crema della società civile, ma quello che sta sotto e la regge.
Non mi importa che scrivano libri. Vorrei solo che sapessero come far passare leggi migliori. Vorrei che sapessero amministrare bene il Paese in una fase storica in cui sono in atto cambiamenti epocali enormi che ci passano sopra la testa. Vorrei che un minimo li capissero i grandi cambiamenti in corso. Vorrei che capissero che l’Italia è ormai solo un giardino in una foresta amazzonica. Vorrei, soprattutto, che fossero in grado di incidere, almeno per quel che appunto si può quando si è in un giardino dentro una foresta enorme.
Non sono rappresentato da questo pensiero politicamente debole che rinuncia ai diritti civili per costruirsi una morale spuria e ambigua.
E soprattutto, non accetto più il ricatto del “se non voti noi arriva Berlusconi, arriva Alemanno”. E allora? Se mi continui a dare la stessa sbobba invece di una benedetta minestra decente, magari dicendomi pure che è un piatto da gourmet, io non ti voto e mi prendo la minestra del vicino. Che sara’ amara, ma certamente non mi fa vomitare! E ancora: “Come si fa a dire a questo o quello che non deve ricandidarsi?”. Come si fa? E’ semplice: “trovati un lavoro vero e non rompere i coglioni”. E allora, visto che non è carino, e in più chi lo deve dire spesso e’ nella stessa situazione, lasciamo decidere al popolo.
Siccome non sono rappresentato dai figli di qualcuno che c’era già stato, da chi porta cognomi senza un qualche imbarazzo, dai capicosca di clan intellettuali così minuscoli che non hanno più bisogno di salotti, bastano gli sgabuzzini a riunirli, ed è per questo che se vogliamo davvero uccidere i padri ecco alcune armi:

Aprire il Partito tramite le Primarie.

Chiedere all’attuale gruppo dirigente di fare silenzio! Fare silenzio perché altrimenti siamo costretti a dire che sono una classe dirigente sempre perdente, sopravvissuta trent’anni grazie a rotture e mutilazioni, è ora di ascoltare le ragioni, le idee e le proposte di una nuova generazione prima che si bruci del tutto.
Forse bisogna ricordare la grande lezione di Tony Blair che al momento di farsi da parte disse che il potere, almeno ogni tanto, occorre lasciarlo e che i politici sono come i pannolini, bisogna cambiarli spesso e sempre per lo stesso motivo. E lui una rivoluzione l’aveva fatta!
Parliamoci chiaro, questo gruppo dirigente non ha prodotto quasi nulla di ricordabile negli ultimi 15 anni, a parte l’Euro (e pure su quello ci sarebbe da ridire nella parte relativa alla gestione del changeover). Le tante buone cose che anche si potevano fare, e alcune avevamo cominciato a fare, come le riforme di Bersani, una lotta finalmente incisiva all’evasione, per citare qualche esempio, non si sono comunque portate avanti perche al governo ci siamo stati pochissimo. Per cui e’ come non averle fatte. E cari amici, quando abbiamo vinto, abiamo vinto solo con Prodi.
Non penso sia un problema di questo o quel leader. Di molti di questi ho grande stima e ammirazione. Tanti hanno avuto molto coraggio, soprattuto nella scelta di fondare il PD. Ma è una generazione e un gruppo di dirigenti che si sono formati politicamente - e non solo - in un’epoca in cui l’Italia era chiusa. Il mondo era diverso e non attraversato dalle correnti della globalizzazione che sono potentissime. L’Italia è un piccolo paese. Una piccola nave abituata a navigare nelle quiete acque del Mediterraneo si trova ora in mezzo all’oceano che in questa fase particolare e’ anche in piena tempesta. Al timone servono persone che nell’oceano ci hanno un minimo navigato. Le grandi tempeste, per lo meno le hanno viste in faccia.
E’ possibile che questo gruppo dirigente possa fare un atto d’amore e preparare il suo superamento? Non immediato, anche graduale. Ma che entro un anno lo si faccia. Sarebbe un atto d’amore verso il paese, verso il partito e verso se stessi.
E allora vorrei che esso, a cominciare da Veltroni lanciasse una grande audit su scala nazionale in cui tutte le forze migliori che hanno a cuore le sorti di questo Paese vengano chiamate ad esprimersi sul futuro del Partito e sui meccanismi di selezione della classe dirigente.
Fatelo per il Paese!

Chi non conosce la storia è destinato a riviverla. Non permettete che si uccidano ancora nell’animo e non con la violenza altri Piero Gobetti, di cui l’Italia sembra ormai piena.


*Gianluca Galletto, 38 anni, è pugliese di Grottaglie. Risiede a New York da due lustri ed è dirigente di un importante fondo di investimenti. La Puglia se la porta dentro fin dalla laurea in Economia alla Bocconi ed ha cominciato a sentirla a ancora più lontana negli anni di Bruxelles e del suo lavoro alla Commissione Europea. Ha deciso di trasferirsi negli USA nel '96 per proseguire gli studi a Yale. Esperto di mercati finanziari, collabora con testate giornalistiche e televisive (Il Sole 24 Ore, l’Unita, Bloomberg Investimenti, RAI TV) e con riviste specialistiche come quelle del centro studi NENS diretto da Bersani e con la Fondazione Italianieuropei. Da sempre appassionato di politica ha dato voce alle istanze degli italiani all’estero della vecchia e della nuova generazione col sogno di contribuire alla crescita morale e civile del suo Paese. Con tenacia e dedizione ha contribuito a fondare nel 2003 l’Ulivo USA per il quale ha coordinato varie di attività di promozione del centrosinistra negli USA in appuntamenti quali le primarie 2005, la campagna dell’Unione 2006, le primarie 2007, la campagna del PD nel 2008 in Nord America e in Puglia. La passione per il nuovo che avanza lo ha travolto al punto da congelarsi le membra bussando alle porte come volontario durante la campagna elettorale in Ohio di Barak Obama.