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martedì 16 giugno 2009

NON TURIAMOCI IL NASO IL 21 E 22 GIUGNO

Tanti anni fa, Montanelli suggeriva agli Italiani di turarsi il naso e votare DC.
Erano altri tempi, tempi in cui le ideologie e la geopolitica condizionavano pesantemente la politica italiana. Oggi, un appello del genere non avrebbe più ragione di esserci, soprattutto perché, con questo governo, il cattivo odore dei suoi provvedimenti supera qualsiasi chiusura di narici. Innanzitutto il cosiddetto DDL sicurezza, dove viene chiesto ai siti informatici di pubblicare rettifiche entro 48 ore, pene multe salatissime. Cosa vuol dire rettifiche? Rettifiche a cosa? Se dico che il bilancio di una regione o di un comune è fasullo e posso dimostrarlo, e mi arriva una rettifica cosa succede? Devo scrivere il falso? Questa legge decreterebbe la morte della rete italiana, come giustamente dice Grillo. Tutti i blog ed i siti potrebbero essere costretti a chiudere o oggetto di attacchi mirati per farli chiudere. Potrebbero arrivare richieste di rettifiche anche su cose innocenti. E questo è il primo punto. Il secondo, è che le intercettazioni si potranno fare solo quando vi è ragionevole certezza di colpevolezza. Bella fesseria!!! Le intercettazioni servono per indagare… a cosa servono se si è sicuri della colpevolezza?? E’ l’ennesima porcata di questo governo, porcata contro la democrazia, perché lede uno dei diritti fondamentali: quello di informare ed essere informati.
Il DDL sicurezza promuove le ronde dei cittadini. Perché, mi chiedo? Non è meglio rinforzare Carabinieri e Polizia, che sono appositamente addestrati? Chi ne giova di queste ronde? Ecco spuntare le ronde leghiste e, udite udite, del Movimento Sociale Italiano (vecchia sigla di estrema destra), che “vigileranno su di noi”.. Li potete vedere sul sito di Repubblica. Camicie verdi, camicie nere, ma la solfa è sempre la stessa. Io mi chiedo: che succede se qualcuno di questi mi ferma e mi chiede i documenti? Io chiamerò il 113, senza pensarci due volte. Ma siamo ad un passo dalle camicie grigie di hitleriana memoria. Aveva ragione Spadolini, che, quando iniziò il fenomeno Lega, disse subito di sentire puzza di nazismo lontano un miglio. Quello che sta succedendo ne è la dimostrazione: stanno imponendo le ronde di quartiere, che possono diventare l’anticamera delle squadracce fasciste e naziste. Facciamo attenzione.
E mi fermo qui. La prossima domenica si vota per il referendum su questa schifosissima legge elettorale, elitaria e che tende a creare una classe politica oligarchica, contro i fondamenti della Democrazia. Andiamo a votare (io voterò per il SI) e, nelle urne, se avete qualche ballottaggio, non votate per questo governo. Non turatevi il naso, per favore: NE VA DEL NOSTRO FUTURO E DI QUELLO DEI NOSTRI FIGLI.
www.giannimacchia.blogspot.com

martedì 22 aprile 2008

Tre sfide per la nuova maggioranza

Sono tre le sfide più impegnative che attendono il primo anno della nuova maggioranza.
La prima riguarda il federalismo fiscale. Due movimenti territoriali - la Lega Nord e il Movimento per l’autonomia di Lombardo - hanno dato un contributo fondamentale alla vittoria elettorale. Da loro dipendono le maggioranze sia alla Camera che al Senato. La Lega chiede un federalismo fiscale che non concede nulla ai trasferimenti alle Regioni del Sud: nel suo programma il 90 per cento dei gettiti dei tributi erariali dovrebbe rimanere nei territori che li generano.

L’Mpa chiede, invece, di «trattenere» le accise sulla benzina raffinata (non venduta) in Sicilia. Equivale a un trasferimento aggiuntivo di quasi un miliardo alla sola Sicilia. Difficile conciliare queste richieste. Lo stesso programma del Pdl prevede di far adottare dal Parlamento una proposta di legge della Lombardia che trattiene alle Regioni l’80 per cento del gettito Iva, il 15 per cento del gettito Irpef e, nella loro interezza, l’accisa sulla benzina e l’imposta sui tabacchi e sui giochi.

Paradossalmente un esecutivo che ha promesso di affrontare il nodo del federalismo fiscale inaugurerà le proprie attività con l’abolizione totale dell’Ici, l’unica vera tassa locale oggi esistente. Auguriamoci che non si continui con il federalismo all’italiana, decentramento di capacità di spesa e accentramento di prelievo, quello che ci porta oggi a destinare un quarto del bilancio dello Stato ai trasferimenti a Regioni ed enti locali.

La seconda sfida riguarda la legge elettorale. Fra un anno ci sarà il referendum. I sostenitori, sin qui nascosti, del Porcellum escono finalmente allo scoperto. La legge sta funzionando molto bene per la Lega (lo sbarramento regionale all’8 per cento sembra fatto apposta per lei) e già fin dalle prime dichiarazioni del dopo voto, rappresentanti del Carroccio hanno chiesto di «rivalutare l’eredità di Calderoli» (manco fosse don Sturzo). Lo stesso Berlusconi, forse sotto la pressione della Lega, si è detto pronto ad andare al referendum difendendo questa legge elettorale.

Eppure il significato del referendum non si è perso col voto. È una legge che non permette la selezione e il rinnovamento della classe politica: dal voto emergerà un Parlamento con un quinto di donne e solo 42 deputati con meno di 35 anni. I nuovi entranti non hanno un titolo di studio più elevato di chi era già in Parlamento. Sono 6 i condannati in via definitiva che entrano alla Camera. Vedremo, a fine legislatura, se si è davvero ridotto il numero dei gruppi parlamentari. Prima del Porcellum erano otto ed è questa, dunque, la soglia con cui confrontarsi.

Il voto ci dice anche che gli italiani vogliono partecipare. La partecipazione al voto è tornata ai livelli del 2001: non c’è stata nessuna fuga dalla politica. Ma gli italiani vogliono anche tornare a esprimere preferenze, non intendono più firmare assegni in bianco ai segretari dei partiti. I sondaggi condotti dopo il voto dicono che due terzi degli italiani vogliono cambiare la legge elettorale.

Il nuovo governo non può permettersi di buttare al vento i risultati ottenuti dall’esecutivo di Prodi nel recupero di evasione fiscale.

È la terza sfida decisiva che attende questo governo. Non sarà facile dare agli italiani un segnale diverso dal lassismo fiscale con Giulio Tremonti al dicastero dell’Economia (bene che abbia escluso nuovi condoni in risposta a un nostro invito!) e sfatare la tradizione che vede le entrate calare, anche a parità di aliquote, durante i governi Berlusconi.

I temi economici sono, dunque, destinati a essere decisivi nel cammino del nuovo esecutivo. Speriamo che anche la nuova opposizione li segua da vicino dopo averli colpevolmente trascurati in campagna elettorale. Incomprensibile il suo silenzio sul federalismo (su cui aveva compito facile nell’illustrare come il programma elettorale del «principale esponente dello schieramento avverso» tagliasse pesantemente i trasferimenti alle Regioni più povere) e sull’immigrazione.

Paradossale che il centrodestra sia riuscito a dare un segnale di svolta nelle politiche sugli immigrati quando i flussi vengono ancora gestiti con la legge Bossi-Fini. Certo la passata legislatura ci ha messo di suo con l’indulto, che ha incoraggiato l’immigrazione dei criminali.
Tito Boeri - economista - articolo apparso sulla Stampa

mercoledì 26 marzo 2008

La Lega determinante?

Secondo alcuni osservatori ci sono quattro regioni in bilico nelle quali si giocherà la partita elettorale. Sono Lazio, Liguria, Abruzzo e Calabria. In Campania, invece, i sondaggi non lasciano molte speranze e la vittoria del Popolo della Libertà sembra sicura. Così come nel resto del Nord (Piemonte compreso), in Sicilia, Puglia e Sardegna. Mentre il Pd dovrebbe conquistare il premio di maggioranza nelle storiche zone rosse (Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria) e anche in Basilicata.

Tutto dipende quindi dalle regioni considerate ancora incerte. Nel caso in cui Veltroni dovesse vincere in tutte quattro, il risultato sarebbe un clamoroso pareggio a Palazzo Madama. Si potrebbe addirittura arrivare a 157 senatori per entrambi i poli. Ingovernabilità sicura. L’ipotesi intermedia prevede la sconfitta del Partito Democratico in due delle regioni in bilico, con la conseguenza di un margine a favore di Berlusconi di 3-4 seggi. Comunque non sufficiente per governare, considerando anche la posizione della maggioranza dei senatori a vita.

Al contrario, nel caso in cui l’ex sindaco di Roma dovesse perdere tanto nel Lazio quanto in Liguria, Abruzzo e Calabria il vantaggio a favore del Centrodestra si attesterebbe tra 6 e 8 senatori. Margine certamente risicato ma comunque in grado di far sopravvivere l’esecutivo. Nel quale, però, non solo la Lega Nord ma addirittura l’Mpa di Lombardo (che in Sicilia prenderà probabilmente due o tre seggi) sarebbe determinante.

giovedì 13 marzo 2008

1 voto e 21 modi di calcolarlo

Dopo la presentazione delle liste il quadro di riferimento è un po’ più chiaro. La legge 270/2005 è comunque un rebus indecifrabile per i cittadini comuni (che già non possono votare il loro parlamentari) in difficoltà a capire come il loro voto conta o meno. In sintesi il porcellum è un sistema proporzionale, che ha abolito i collegi territoriali, con i seggi attribuiti in due differenti modi tra Camera e Senato.

Alla Camera è previsto il premio di maggioranza su base nazionale. La ripartizione dei seggi riguarderà solo le coalizioni (PD e PDL) che abbiano superato il 10% dei voti validi sul piano nazionale ed al loro interno i partiti che abbiano superato il 2% (Lega Nord e Italia dei Valori), nonché la migliore lista sotto soglia, cioè quella che abbia ottenuto più voti tra le liste che non sono arrivate al 2%. I partiti che si presentano al di fuori di una coalizione (Sinistra Arcobaleno e Unione di Centro) devono conseguire almeno il 4% per poter essere rappresentati alla Camera. Alla coalizione (o alla singola lista) che abbia ottenuto il maggior numero di voti validi a livello nazionale viene attribuito un premio di maggioranza affinché raggiunga la quota di 340 deputati.
Al Senato, le soglie di sbarramento (20% per le coalizioni, 3% per le liste coalizzate; 8% per le liste non coalizzate) ed i premi di maggioranza sono applicati Regione per Regione. Il meccanismo del Senato è assolutamente imprevedibile perché le variabili sono tantissime. Le Regioni sono tante e diverse una dalle altre, per cui in alcuni casi i seggi attribuiti sono il doppio o il triplo che in altre (Sicilia, Emilia, Toscana, Lombardia, Veneto, Lazio, Piemonte, Puglia, Campania). I seggi si calcolano su base regionale e in ogni regione può accadere qualcosa di diverso che premia (o punisce) uno o l’altra coalizione (Pd o Pdl) in conseguenza del raggiungimento o meno della soglia dell’8% da parte della Sinistra Arcobaleno e dell’Unione di Centro.
Infine, 6 senatori e 12 deputati saranno eletti, con il sistema proporzionale fra liste concorrenti non bloccate, nella Circoscrizione Estero, suddivisa in quattro ripartizioni continentali.

Franco Catapano

giovedì 7 febbraio 2008

Pd, perché da soli di Stefano Ceccanti

Sin dallo scorso ottobre il Partito democratico ha affermato, parlando di «vocazione maggioritaria», una logica fortemente contraddittoria rispetto a quella del Porcellum, che incentiva invece l’aggregazione di tutte le sigle possibili, trattando il programma di governo come una variabile dipendente. Il termine «vocazione maggioritaria» si riallaccia alla strategia del Labour Party che decise di cercare in proprio di convincere gli elettori, con una grande svolta politico-culturale, senza perseguire la scorciatoia di accordi di desistenza a scacchiera coi Liberali in funzione anti-conservatrice. Non si deve sommare ciò che non è omogeneo perché si può vincere, ma poi non si governa e quindi la vittoria è fatalmente effimera, condannata ad essere smentita al turno seguente, quando i propri elettori si saranno spazientiti e gli altri mobilitati.

Non stiamo quindi parlando di una sorta di testimonianza impotente, di una forma di integralismo settario, ma esattamente del contrario, di una strategia consapevole del rischio, quando sarebbe invece l’insistere sulla routine ad essere condannata dai cittadini. Per farla finita con la logica sbagliata sarebbe stato meglio per tutti un sistema elettorale diverso che portasse a vincitori chiari, ma omogenei, come il sistema francese. Non si può però, in mancanza di una riforma, smentire se stessi: lo esclude l’etica della responsabilità che impone di anticipare sul piano dei comportamenti ciò che si vorrebbe sul piano delle regole.

Non si può negare l’evidenza: sul piano nazionale, pur con un ottimo Presidente del Consiglio e un’eccellente squadra, la litigiosità della coalizione ne ha determinato la caduta e reso impossibile una ripetizione. Non possono essere recuperati coloro che hanno determinato la fine di quell’esperienza, parti moderate dell’alleanza, ma è altresì necessario segnalare che il modo con cui la sinistra arcobaleno ha affrontato il rapporto con l’Onu, con la Nato, con la politica estera e militare in un mondo post-bipolare insicuro, non è stato e non è all’altezza con una collocazione di Governo.

Ci sono state anche altre aree problematiche, ma lì dei compromessi sono più facilmente possibili, e questo spiega e legittima la prosecuzione possibile dell’alleanza negli enti locali e nelle regioni, ma sull’affidabilità internazionale i margini sono minimi: la missione in Afghanistan, votata all’unanimità dall’Onu, o si rifinanzia oppure no. Dal momento che le elezioni non hanno solo la finalità di trasformare i voti in parlamentari, ma anche di fare una scelta per il Governo è giusto essere trasparenti: ammesso che si possa vincere (ma ci si può riuscire solo se gli elettori non hanno già potuto vedere l’inganno), insieme non potremmo governare. Né si può affermare che si tradisce il bipolarismo se non si accoglie tutto ciò che si muove alla sinistra del centro: Zapatero per le elezioni del 9 marzo, per ragioni analoghe, non ha certo presentato un programma comune con Izquierda Unida.

Da varie parti viene proposta un’obiezione pratica: com’è possibile vincere alla Camera e persino al Senato nelle Regioni «rosse» se il Pd sta sì e no al 30% mentre la «gioiosa macchina da guerra» del centrodestra parte sopra il 50%? Non basta certo la replica, pur vera, che replicando l’Unione, si potrebbe al massimo puntare a consolidare il solo elettorato di appartenenza giacché quello di opinione, se è realmente tale, l’opinione se l’è già formata in senso negativo e al massimo potremmo contare sulla sua clemenza con un’astensione dal voto. Credo che si possa accettare la sfida con una triplice convinzione.

In primo luogo è sbagliato partire dai risultati del Senato della volta scorsa dove sciaguratamente fu fatta la scelta di andare separatamente tra Ds e Margherita, perdendo vari punti percentuali rispetto alla Camera, dove andammo uniti con l’Ulivo, che è il vero elemento di comparazione omogeneo. Già questo dovrebbe far capire come le Regioni «rosse», dove quello scarto fu maggiore della media, non siano a serio rischio.

In secondo luogo credo che esista, al confine con la Sinistra arcobaleno, un’area quantitativamente significativa di elettori, pur non enorme, pari a qualche punto percentuale, che è disposta a votare la proposta che più sembri in grado di essere credibilmente alternativa al centrodestra. Un’area che ragiona in termini di «voto utile», non testimoniale.

In terzo luogo si tratta di scommettere sulla consistenza quantitativa e qualitativa di un’area di elettori di centro, quantitativamente ben più ampia, in grado di spostarsi sulla base delle proposte programmatiche. Proposte che non consistono solo nella loro enunciazione, ma soprattutto nella credibilità per tradurle in pratica e da questo punto di vista non c’è dubbio che, a parità di altri fattori, il Pd sia molto più credibile di un caravanserraglio da Casini a Bossi passando per Storace. E dove peraltro, nel migliore dei casi in termini di voti e seggi al Senato per il centrodestra, sia Casini sia Bossi sarebbero ciascuno determinante. Nelle elezioni politiche questa ampia disponibilità a cambiare che vale doppio (perché sono voti che si sottraggono agli uni e al tempo stesso si aggiungono agli altri) si è manifestata in forma minima perché mai è stata tentata un’offerta rivoluzionaria, di cambio radicale di schema come farebbe ora il Pd, ma tutti l’abbiamo vista nelle elezioni sugli altri livelli. Il centrodestra è riuscito a vincere a Bologna e il centrosinistra Trieste. So bene che il voto politico è più rigido, ma bisogna scommettere sulla capacità di discernimento degli elettori che in questo caso, prima che essere tra centrosinistra e centrodestra, sarebbe tra omogeneità e confusione.

Infine, alcuni di coloro che pur in linea generale sono disponibili ad accettare questa sfida, anche consigliati da tecnici estrosi, capaci di aggirare la legge elettorale che richiede sia alla Camera sia al Senato un programma di governo e un candidato Premier con alleanze in entrambi i casi nazionali, suggeriscono dei temperamenti a questa strategia chiara e netta. C’è ad esempio chi immagina di dividersi alla Camera e di unirsi al Senato (il rovescio dell’Ulivo del 2006), ma qualcuno dovrebbe rinunciare al candidato Premier al Senato e dovremmo forse depositare programmi diversi per le due Camere, se uno dei due non rinuncia al suo. C’è poi chi vorrebbe liste ad hoc in qualche Regione dove scomparirebbero sia il Pd sia la sinistra arcobaleno sia i veri candidati Premier. Chi pensa a questi espedienti trascura che la «vocazione maggioritaria» è come una nuova nascita. Non si può essere incinti a metà: o si sceglie il rischio o la routine, non si possono fare scelte costituenti a Camere o Regioni alterne.

La "porcata"

se noi del PD siamo veramente convinti che la legge elettorale sia una "porcata", come mai non cerchiamo il modo di sollevare davanti ad un qualunque giudice la questione di illegittimità costituzionale, così come ha evidenziato Bassanini negli ultimi giorni?!? Una volta tanto potremmo supportare un progetto comune, magari seguendo l'iniziativa di qualche politico che si mostri coerente con quanto più volte affermato precedentemente. Il risultato sarebbe sicuramente restituire un minimo di credibilità alla politica.
Mariarosaria Limitone