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martedì 28 ottobre 2008

"La scuola non si taglia"

LATERZA - Fare il girotondo in piazza per difendere la Scuola, in una tranquilla domenica d'ottobre, vale come un rito apotropaico. Si prova a scacciare il malocchio, perchè in fondo si cerca di evitare che finisca come nella filastrocca: «Gira il mondo, gira la terra, tutti giù per terra...».

Genitori, docenti e alunni (da sei a 18 anni) si sono ritrovati insieme, ieri mattina, nello slargo di piazza Vittorio Emanuele. Di là il Monumento ai Caduti, di qua il palchetto e gli slogan di quelli che, di “cadere”, non ne vogliono sapere.

In mezzo un banchetto per raccogliere firme a sostegno del neonato «Comitato Scuola»: valgono come una testimonianza (corposa: quasi 200 in un paio d'ore), visto che il decreto Gelmini va avanti per la sua strada.

E' previsto per mercoledì, infatti, l'ultimo passaggio parlamentare (al Senato) per la trasformazione in legge dello Stato.

Intanto, però, il dissenso prende sempre più corpo, ma senza eccessi. Anche in una periferia del Paese come è Laterza, dove però la la triade diritti-lavoro-istruzione resta un nervo scoperto. E allora la piazza dello struscio domenicale si trasforma in luogo di dibattito, forgia opinioni e rafforza convincimenti. Oltre gli schemi classici. Per cui non si vedono bandiere di partito e si può osservare una dirigente scolastica di lungo corso affrontare, superandola, la prova del girotondo con i suoi piccoli alunni.

Semmai i “colori” sono quelli usati dai bambini per dar forma e contenuto ai loro cartelloni. Non lo sanno ma è un po' come quando, quarant'anni fa, si spediva la fantasia al potere. Altri tempi e altre vicende.

A due passi, comunque, genitori e prof fanno i conti del decreto tanto contestato: 89.900 docenti e 44.500 Ata (bidelli e assistenti amministrativi) in meno in tre anni. «Un taglio - spiega un docente appena entrato in ruolo - che inciderà sui precari, che resteranno fuori dalla scuola. E i prossimi siamo noi, sempre più precarizzati».

Ma la vicenda è un po' più complessa: «Il grembiule e ilcinque in condotta - dice un altro “piazzaiolo” - sono interventi di facciata, non certo una riforma. La sostanza sta nel maestro unico, che assottiglia il corpo docente, e negli orari ridotti».

Una rapida indagine, chiarisce il concetto: nella scuola dell'infanzia si scende da 40 a 25 ore (il tempo ridotto che

diventa “nor male”), nella primaria il maestro unico ci starà solo 24 ore a settimana; nelle medie e nei licei è previsto un calo da 33 a rispettivamente 29 e 30 ore settimanali. Si scenderà da 34 a 32, invece, per gli istituti professionali e tecnici.

Meno ore, uguale meno insegnanti: non è un'opinione, ma matematica applicata nel decreto Brunetta sul contenimento della spesa nel pubblico impiego, Scuola compresa. Ovvio temere che ne derivi anche una minore qualità dell'istruzione: «Prendete il turn-over bloccato nell'Università – approfondisce il prof “inter rogato”-: vuol dire che per ogni cinque docenti che vanno in

pensione entrerà un solo ricercatore ». E per la materna, specie al Sud, sarà anche peggio: «Il calo da 40 a 25 ore - racconta un insegnante genitore - comporta l'intervento dei Comuni se si vuol coprire comunque quell'orario: e con quali soldi lo faranno? Forse se lo possono permettere al Nord, ma nonda noi...».

Un altro giro, tra uno striscione che parla di «zucche vuote» e uno che intima «no ai tagli alla scuola», ed un'altra fermata. Allora, più bidelli che carabinieri? «E' vero, ma nessuno dice che in Italia ci sono 42 mila istituzioni scolastiche e 5mila caserme...». Basterebbe fare una semplice proporzione, pare di capire. Il problema, cioè, è serio perchè tocca da vicino gente vera, non grafici, statistiche o sondaggi. «Solo a Taranto e provincia - fa notare un attivista della Cgil Scuola - rischiano di saltare 700 docenti e 200 Ata. E poi c'è il taglio delle piccole scuole sotto i 50 alunni, così come dei corsi serali e l'accorpamento degli istituti sotto i 500 alunni: ce ne sono una ventina che rischiano. Per questo il 30 ottobre saremo a Roma per lo sciopero generale con i sindacati schierati al completo, Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda».

Anche da qui partiranno diversi pullman, uno pieno di liceali (solo over 18) del Vico.

In piazza c'è fermento, c'è chi discute e chi sorride. Soprattutto chi riflette. «Ho incontrato un precario – racconta uno di questi - che da 10 anni aveva la supplenza annuale e quest'anno non l'ha avuta: viene da piangere. Ma chi approva questi decreti in maniera ragionieristica sa che gioca con il futuro delle persone?». In fondo, per capire, bisogna esserci dentro. E qui, mentre gira il mondo, ci stanno fino al collo.


Massimo D'Onofrio

Da Leggere

CRONACHE Miracolo a Palermo di Cinzia Sciuto

In lotta per esistere e partecipare di Andrea Bagni

BLOG Una goccia nell'Onda

DOSSIER Legge 133

INTERVISTE Maria Zerbino insegnante / Gaia Benzi studentessa / Edoardo Ferrario docente universitario

APPELLO L’onda anomala non si fermerà!

COMMENTI Pellizzetti Si scrive Gelmini, si legge Tremonti

Giulietti Travolti da un'onda necessaria / Pardi Il diritto al futuro / Vattimo Istruzione, disastro bipartisan Tranfaglia Se l'istruzione è solo una spesa / G. Parisi Con i tagli alla ricerca a rischio il futuro del Paese Cremaschi Nel mirino chi rivendica diritti

Atenei in rivolta / Uniriot / I siti della protesta


Bari, Vendola in corteo con gli studenti
Il presidente della Regione Puglia si è messo alla testa di un corteo spontaneo di studenti contro il decreto Gelmini. Con lui anche il sindaco di Bari, Michele Emiliano e il presidente della Provincia di Bari, Vincenzo Divella. E dal corteo grida entusiaste: «Nichi sei uno di noi»

• Emiliano: il 30 a Roma ci sarà anche il gonfalone di Bari

martedì 21 ottobre 2008

A 13 anni ha il tumore da fumo. «E' la diossina»

La storia Le nuove cifre dell'Ines: qui si produce il 92% del «veleno» italiano.
Gli ambientalisti contro l'Ilva che si difende: siamo in regola

Il medico: mai visto un caso così. Industrie, Taranto città più inquinata dell'Europa occidentale.Tre mamme con il latte contaminato, cinque adulti con il livello più alto del mondo, 1.200 pecore da abbattere


Tre anni fa, S. aveva 10 anni. E senza aver mai fumato una sigaretta in vita sua era già conciato come un fumatore incallito. Un caso simile, Patrizio Mazza, primario di ematologia all'ospedale «Moscati» di Taranto, non l'aveva mai visto. E nemmeno la letteratura medica internazionale lo contempla. Anche a cercare su Internet, la risposta è negativa: « No items found ». Per questo, Mazza temeva di avere sbagliato diagnosi. Invece no. Quel bimbo aveva proprio un cancro da fumatore: adenocarcinoma del rinofaringe. Come tanti altri tarantini, specie quelli del Tamburi, «il quartiere dei morti viventi».
A Bruxelles forse ancora non lo sanno, ma Taranto è la città più inquinata d'Italia e dell'Europa occidentale per i veleni delle industrie. L'inquinamento di Taranto, infatti, è di fonte civile solo per il 7%. Tutto il resto, il 93%, è di origine industriale. A Taranto, ognuno dei duecentomila abitanti, ogni anno, respira 2,7 tonnellate di ossido di carbonio e 57,7 tonnellate di anidride carbonica. Gli ultimi dati stimati dall'Ines (Inventario nazionale delle emissioni e loro sorgenti) sono spietati. Taranto è come la cinese Linfen, chiamata «Toxic Linfen», e la romena Copša Miça, le più inquinate del mondo per le emissioni industriali.
Ma a Taranto c'è qualcosa di più subdolo. A Taranto c'è la diossina. Qui si produce il 92% della diossina italiana e l'8,8% di quella europea. «In dieci anni — dice Mazza — leucemie, mielomi e linfomi sono aumentati del 30-40%. La diossina danneggia il Dna e un caso come quello di S. è un codice rosso sicuramente collegato alla presenza di diossina. Se nei genitori c'è un danno genotossico non è in loro che quel danno emerge, ma nei figli».
Tre mamme il cui latte risulta contaminato dalla diossina, cinque adulti che scoprono di avere il livello di contaminazione da diossina più alto del mondo, 1.200 pecore e capre di cui la Regione Puglia ordina l'abbattimento, forti sospetti di contaminazione nel raggio di 10 chilometri dal polo industriale (con i monitoraggi sospesi perché sempre «positivi ») sono, più che un allarme, una emergenza nazionale. La diossina si accumula nel tempo e a Taranto ce n'è per 9 chili, il triplo di Seveso (la città contaminata nel 1976). Ma sono sette le sostanze cancerogene e teratogene che, con la diossina, colpiscono Taranto come sette piaghe bibliche.
Mentre però a Bruxelles e a Roma (e a Bari, sede della Regione) si discute, Taranto viene espugnata dalla diossina. Basta dare un'occhiata, oltre che ai dati Ines, ai limiti di emissione, il cuore del problema. Il limite europeo è di 0,4 nanogrammi per metro cubo. Quello italiano, di 100 nanogrammi. «Un vestito su misura per l'Ilva di Emilio Riva», dicono le associazioni ambientaliste. «Siamo in regola e abbiamo anche investito 450 milioni di euro per migliorare gli impianti», replica l'Ilva, che l'anno scorso ha realizzato utili per 878 milioni, 182 milioni in più dell'anno prima e il doppio del 2005.
L'Europa però è dal 1996 che ha fissato il limite di 0,4 nanogrammi. L'Inghilterra, per esempio, si è adeguata. E la Germania ha fatto ancora meglio: 0,1 nanogrammi, lo stesso limite previsto per gli inceneritori.
Nel 2006, Ilva e Regione Puglia hanno anche firmato un protocollo d'intesa, ma con scarsi risultati. La «campagna di ambientalizzazione» procede a rilento e sembra che l'Ilva intenda concluderla nel 2014, proprio quando scadrà il Protocollo di Aarhus, recepito anche dall'Italia, che impone ai Paesi membri di adottare le migliori tecnologie per portare le emissioni a 0,4-0,2 nanogrammi.
Eppure a Servola, Trieste, acciaierie «Lucchini», per risolvere il problema è bastato un decreto del dirigente regionale Ambiente e Lavori pubblici, che ha imposto al siderurgico, pena la chiusura, di rispettare i limiti europei. In due anni, grazie anche alle pressioni della confinante Austria, il miracolo: dalla maglia nera, in tandem con Taranto, Servola è diventata un centro di eccellenza, con la diossina abbattuta fino al teutonico limite di 0,1 nanogrammi.
Certo, con una legge regionale, o con un decreto come quello friulano, si eviterebbe anche il referendum sull'Ilva, giudicato ammissibile dal Tar di Lecce e sicura fonte di drammatiche spaccature fra i 13 mila dipendenti del siderurgico.Invece c'è soltanto una delibera del consiglio comunale di Taranto che chiede timidamente alla Regione «di fare come in Friuli».

Ma la Puglia non confina con l'Austria. Al di là del mare, c'è l'Albania.


Carlo Vulpio

giovedì 16 ottobre 2008

Noi, ignoranti come le pecore

Noi, ignoranti come le pecore
Un video sconvolgente della RAI, uno scandalo sollevato da PeaceLink, una petizione lanciata dall'AIL e la risposta dell'on. Paolo Guzzanti

Il disastro ambientale in Puglia e l'inchiesta di Primo Piano su RAI 3
L'Immagine della Puglia è oggi irrimediabilmente associata alla diossina, alle polveri sottili, alle morti bianche, al fetore delle discariche con un danno non quantificabile per l'economia agricola e turistica del territorio.
16 ottobre 2008 - Anna Montella


Bonifiche: fondi a rischio?
La preoccupazione espressa da Florido dopo il vertice al Ministero dell’Ambiente. «Bisogna assolutamente spingersi al di sotto di un nanogrammo, condizione imprescindibile per dare parere favorevole al rilascio dell’Autorizzazione Integrazione Ambientale».
15 ottobre 2008 - Alessandra Congedo

Taranto Sociale
Taranto, patron dell'Ilva condannato in appello
Due anni di reclusione per Emilio Riva e un un e otto mesi il direttore dello stabilimento Tarantino, Luigi Caporosso Accusati di getto pericoloso di cose, danneggiamento aggravato, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro nel reparto cokerie.
11 ottobre 2008 - Vittorio Ricapito

Taranto Sociale
Pecore alla diossina, la Puglia ordina: abbattetele
Stanziati 160 mila euro. Il Tar di Lecce ha giudicato ammissibile il referendum sull'attività dell'acciaieria. Delibera della Regione: 1.200 animali vittime dell'inquinamento dell'area Ilva. Le sette masserie «maledette » distano dall'Ilva non più di un paio di chilometri e ne respirano i miasmi.
10 ottobre 2008 - Carlo Vulpio

Taranto: negligenza dei politici e arroganza dei poteri forti
Colloquio con Vittorio Vespucci, l’autore tarantino del video “La città malata”. Taranto come il Vajont: Se Longarone fu spazzata via in pochi secondi, Taranto muore lentamente: un’agonia che dura da decenni.
15 ottobre 2008 - Maria Vittoria Zecca

martedì 7 ottobre 2008

Non lasciate che i cittadini di Taranto muoiano di cancro!



















Ricevo e pubblico, auspicando commenti e ulteriori informazioni .o.b.
È online sul sito dell'AIL di Taranto (Associazione contro le Leucemie, i Linfomi e il Mieloma) l'appello rivolto alle Istituzioni locali e nazionali volto a sensibilizzare le stesse sull'emergenza ambientale che la Città sta vivendo.

Emissioni diossina a Taranto dell’ILVA S.p.A(rilevazioni Arpa Puglia)


  • 12 Giugno '07 - 2,4 nanogrammi per metro cubo d’aria
  • 14 Giugno '07 - 4,3 nanogrammi per metro cubo d’aria
  • 16 Giugno '07 - 4,9 nanogrammi per metro cubo d’aria

  • Febbraio 2008 - 7 nanogrammi per metro cubo d’aria



Da Leggere :








giovedì 28 agosto 2008

Quante Storie

Così è stata sfruttata l' emergenza del 2003 in Campania.
Chiesti 7 anni per il «cervello» del traffico
Da Napoli a Varese, la truffa dei rifiuti

Truccate le carte, l' immondizia poi tornava al Sud. E lo Stato pagavaIn un' intercettazione si parla di super profitti: «Fatturo 30 mila euro al giorno e non devo neppure scaricare i tir»

MILANO - «I profitti? Sono schizzati in aria: fatturo 30 mila euro al giorno e non devo neanche scaricare la roba». Facile, quando la «roba» è l' inesauribile miniera dei rifiuti di Napoli e i quattrini sono quelli che lo Stato paga per l' emergenza. Facile, quando la monnezza - destinata al recupero - approdava prima in provincia di Varese, per un maquillage di facciata e poi riprendeva abusivamente la strada per il Meridione. Con questo giro d' Italia dei rifiuti, Salvatore Accarino, titolare della «Lombarda servizi ecologici» di Olgiate Olona riusciva a fare girare i 30 mila euro al giorno, una montagna di soldi che però ora gli sono valsi una richiesta di condanna a 7 anni da parte del pm di Milano Fabio Napoleone. Il magistrato ha ricostruito un enorme traffico clandestino di rifiuti, in cui quelli di Napoli sono stati la magna pars, ma non gli unici. Tutti però transitavano dall' azienda di Olgiate, una sorta di «ombelico» dell' immondizia di mezza Italia. Adesso il pm Napoleone ha chiesto la condanna di una ventina di persone tra amministratori di società, camionisti o semplici intermediari del lucroso business. Lucroso quanto? Non bastassero le parole intercettate ad Accarino valgano quelle captate in una telefonata di un altro indagato, Pietro Cavallari: «Ho fatturato 3 miliardi (in lire, ndr), guadagno in un mese quello che prima facevo in un anno». La gallina dalle uova d' oro era naturalmente l' emergenza rifiuti di Napoli (l' inchiesta si riferisce al 2003) e ai soldi pubblici stanziati per affrontarla. «E' all' interno di questo appalto che tutti i profitti vengono racchiusi» ha detto Napoleone in aula. Nel 2003 la discarica campana di Giffoni Valle Piana scoppia, ha bisogno di trasferire l' immondizia altrove. Il servizio se lo aggiudica una ditta di Bologna, la Sineco, che però, scrivono gli inquirenti nelle carte processuali, «non ha lo spazio nemmeno per parcheggiare un camion». E' qui che entra in gioco la «Lombarda» di Olgiate Olona: Accarino firma un contratto con la Sineco; Varese dovrebbe recuperare i rifiuti in realtà, sostiene l' accusa, li fa semplicemente sparire (risparmiando enormemente sui costi) e tutti lucrano: basti pensare che la Sineco riceve 335 lire per ogni chilo di rifiuti portati via dal Sud e 205 le gira ad Accarino. I rifiuti di Napoli arrivavano così a Olgiate dove i documenti di accompagnamento venivano cambiati e i carichi potevano avere due destinazioni: o un impianto di Cuneo dove erano fatti passare per «compost» oppure, questa volta come scarti industriali, facevano a ritroso il percorso di andata per finire interrati in una discarica di Grottaglie (Taranto), spesso dopo essere stati mescolati a vernici, idrocarburi e scarti chimici che la «Lombarda» faceva arrivare ad Olgiate. Il meccanismo era talmente collaudato che a volte i camion non arrivavano nemmeno nel Varesotto: i dipendenti di Olgiate andavano fino a Modena in auto con le carte e i timbri per falsificare i documenti. A quel punto gli autisti appena saliti da Napoli giravano il camion a ripartivano per Grottaglie. cdelfrate@corriere.it 0,17 *** euro al chilo: quanto pagava lo Stato a chi doveva smaltire i rifiuti *** 7 *** Gli anni di carcere chiesti dal pm per il «cervello» del traffico * * * Le tappe Campania 2003 Emergenza rifiuti1 *** La discarica di Giffoni Valle Piana (Salerno) non ha più spazio: i rifiuti devono partire per una nuova destinazione *** La prima fermata è a Bologna 2 *** La Sineco di Bologna si aggiudica per affidamento diretto lo smaltimento dei rifiuti di Giffoni: riceverà 0,17 euro al chilo *** Il «maquillage» di Olgiate Olona3 *** Ma la Sineco non può ricevere i rifiuti e stipula un accordo con la «Lombarda» di Olgiate che dovrà far sparire i rifiuti *** La spazzatura ritorna al Sud4 *** Cambiati i documenti la «Lombarda» spedisce i rifiuti a un impianto di Cuneo o in una discarica di Grottaglie (Taranto)

Del Frate Claudio
Pagina 13(16 maggio 2008) - Corriere della Sera

mercoledì 9 luglio 2008

L'Italia sull'altalena del rischio nucleare


di Simone Florio




Il 4 giugno scorso, l'Europa intera è rimasta per qualche ora col fiato sospeso, alla notizia che la centrale di Krško (Slovenia) - in linea d'aria poco più di cento chilometri da Trieste - aveva subito una perdita di liquidi dall'impianto di raffreddamento. Nonostante l'allarme sia rientrato in serata, si è riproposto ancora più vicino e minaccioso l'incubo di Chernobyl.
Un comunicato diffuso da Alessandro Vuan del Centro di Studi Sismologici di Udine aggiungeva dettagli poco confortanti sia sulla sicurezza della centrale in questione (rimodernata più volte e nonostante questo continuamente a rischio, anche per la presenza di faglie nel sottosuolo), sia sulla mancata applicazione da parte della Regione Friuli - Venezia Giulia delle direttive Euratom 96/29 e 89/618 - che prevedono l'obbligo dei piani d'emergenza e quello d'informazione preliminare in caso di rischio radiologico, anche quando questo si presenti al di fuori del territorio nazionale.
Direttive che d'altra parte sono state ugualmente e sistematicamente ignorate non solo per quanto riguarda le testate nucleari statunitensi alloggiate in Italia nelle basi di Ghedi ed Aviano - la conferma della cui presenza presso l'opinione pubblica è giunta con un recente studio del Natural Resources Defence Council e che oltretutto (secondo lo stesso Dipartimento della Difesa americano) sono alloggiate in siti considerati insicuri - ma anche per tutti i mezzi a propulsione nucleare che transitano nelle acque territoriali senza previa informazione della cittadinanza, come è il caso della portaerei Truman al largo del golfo di Napoli nel novembre 2007.
Sotto questa luce, le ripetute affermazioni del Ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola di tornare al nucleare civile dimostrano quanto insensibile sia il Governo - di qualunque maggioranza - sulla questione sicurezza e protezione della popolazione. Infatti l'Italia, per le sue inadempienze sulle direttive Euratom, è stata il 28 giugno 2006 deferita alla Corte di Giustizia Europea. Il Ministro, invece di scusarsi a nome dello Stato con il popolo italiano, versa benzina sul fuoco asserendo che l'Italia lavorerà per arrivare entro il 2020 ad una quota del 25% di energia atomica sul totale della produzione energetica nazionale (Repubblica, 29/06/2008). Tutto ciò risulta paradossale - se non scandaloso - se è vero che l'Italia (riferisce un rapporto del Consiglio Regionale del Lazio) deve ancora disfarsi di 90.000 metri cubi di scorie derivanti dalla produzione di energia nucleare tra gli anni Sessanta e Ottanta (cioè prima del referendum abrogativo) e smantellare le centrali di vecchia generazione: costi che dal 1989 (e fino al 2021) vengono addebitati sulle bollette dell'Enel. In breve, gli italiani stanno ancora pagando per il nucleare civile di vecchia generazione eppure Scajola ritiene utile - se non necessario - investire, con costi da capogiro, nel nucleare civile di nuova generazione.
Il popolo italiano si è espresso in modo univoco sulla questione del nucleare come fonte energetica l'8 e 9 novembre del 1987, decretandone l'inapplicabilità sul territorio della Repubblica. I rischi per la popolazione e l'ambiente venivano considerati troppo elevati, anche a cambio di energia a basso costo. Ma questa forse è una storia troppo vecchia per il nostro Ministro. Allora è forse il caso di aggiungere altri particolari.
In tempi recenti il mondo accademico e scientifico - in passato spesso reticente o defilato - si è ampiamente mobilitato per dissuadere i nostri politici da una scelta così insana. Si veda innanzitutto il fondamentale documento - facilmente reperibile in rete - a cura del Prof.Baracca (Università di Firenze) che reca l'eloquente titolo 'Cercando di decifrare il libro dei sogni (o degli incubi) dei faraonici programmi nucleari'. In esso si cerca di smontare il mito della bontà del nucleare civile, a partire dai tanto decantati reattori di quarta generazione che - ricorda il fisico - ancora non esistono (sarebbero pronti non prima del 2030) e la cui eccezionale sicurezza non potrebbe quindi essere verificata. Secondo lo scienziato investire in questa fonte di energia sarebbe insomma - senza mezzi termini - regalare un assegno in bianco alla lobby degli industriali.
Ma Baracca appunto non è solo. A marzo è stato infatti promosso dal Prof. Balzani (Università di Bologna) un appello contro la riproposta del nucleare civile. La raccolta firme ad esso collegata è stata sottoscritta in poco tempo da più di 5000 persone, tra cui oltre 1200 tra docenti e ricercatori - cosa che dovrebbe perlomeno far riflettere. Le motivazioni che inducono gli studiosi a scartare l'opzione nucleare per l'approvvigionamento energetico sono infatti molte: "la necessità di enormi finanziamenti pubblici, l'insicurezza intrinseca della filiera tecnologica, le difficoltà a reperire depositi per le scorie radioattive, la stretta connessione tra nucleare civile e militare, il possibile bersaglio per attacchi terroristici, l'aumento delle disuguaglianze tra paesi tecnologicamente avanzati e paesi poveri, la scarsità di combustibili nucleari".
Su questo ultimo punto vale la pena riflettere. Secondo un articolo apparso su Le Temps e in Italia su l'Internazionale «dal 2001 al 2007 il prezzo dell'uranio si è moltiplicato per dieci» (da 7 a 75 dollari) e «dal 1991 non si estrae più abbastanza uranio per coprire il fabbisogno delle attuali 450 centrali nucleari civili sparse per il mondo». Stando così le cose - e considerate le tensioni che la corsa ad accaparrarsi risorse energetiche scatena con sempre maggior frequenza nel mondo, i rischi connessi alla crescita del terrorismo internazionale, la grossa ambiguità insita nella distinzione tra nucleare civile e militare, la difficoltà estrema dello smaltimento delle scorie - vale davvero la pena investire in questo settore e non - piuttosto - nella ricerca e nell'utilizzo di energie pulite, rinnovabili, gestite a livello locale? La conclusione degli autori è netta: oggi solo i politici non hanno ancora capito che il nucleare non ha futuro.
Forse su un problema spinoso come quello del nucleare Scajola dovrebbe avere l'umiltà - e l'onestà - di dichiarare il suo errore di valutazione e fare un passo indietro. O magari raccontare quali reali interessi ci sono dietro questa insistenza. Secondo Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne di Greenpeace Italia, la questione infatti non starebbe nella convenienza dell'energia nucleare - che costituisce, quali che siano gli avanzamenti tecnologici, una minaccia costante per ambiente e popolazioni - quanto piuttosto nella possibilità di siglare accordi milionari con i costruttori stranieri, in primis statunitensi e francesi.
L'ostinazione del Ministro, ribadita in più di un'occasione, non può non apparire grottescamente mistificatoria. Per la prima produzione di energia nucleare ci sarebbe da aspettare non meno di dieci anni. Il sistema energetico nucleare italiano dovrebbe essere appunto reimpiantato da zero, con ingenti finanziamenti statali destinati alla ricerca, agli studi di fattibilità per la localizzazione delle centrali e dei depositi, all'acquisto di materia prima e tecnologie di ultima generazione, al controllo del processo di arricchimento, alle procedure di stoccaggio e smaltimento delle scorie radioattive. Ma quanti crederebbero che questo possa avvenire tutelando adeguatamente i cittadini, in un paese dove non si riesce a smaltire efficacemente neanche i rifiuti urbani?

Leggi anche :

mercoledì 18 giugno 2008

“Nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso ...”

di Alexis de Tocqueville

«Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro.In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso.Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell’abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare.Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti.In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri ...Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso.Basterà che si preoccupi per un po’ di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto.Che garantisca l’ordine anzitutto!Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla.Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere.Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all’universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo».«Se un potere dispotico si insediasse nei paesi democratici, esso avrebbe certamente caratteristiche diverse che nel passato; sarebbe più esteso ma più sopportabile, e degraderebbe gli uomini senza tormentarli.Un sistema che potrebbe sembrare paterno, ma che al contrario cercherebbe di fissare gli uomini alla loro infanzia, preferendo che si divertano piuttosto che pensare [...].Vedo una folla immensa di uomini tutti simili, che girano senza posa su se stessi per procurarsi i piaceri minuti e volgari di cui nutrono la propria anima.Ognuno di loro considerato in sè è come estraneo al destino di tutti gli altri [...].Quanto al resto dei concittadini, non li vede; li tocca, ma non li sente [...]»
da De la démocratie en Amerique, 1840.


sabato 14 giugno 2008

Resoconto di Parco ed Energia Eolica

Si è svolto lo scorso 10 giugno presso la Cittadella della Cultura il convegno sul tema Parco ed Energia, chiavi dello sviluppo laertino. Il convegno coordinato e concluso da Giuseppe Russi ha visto la partecipazione di Franco Catapano, Rocco Loreto, Marinella Marescotti ed Enzo Cripezzi, di seguito si riportano i contenuti salienti dei rispettivi interventi.
Franco Catapano:
Parco, qualità della vita ed energia, sono temi di grande attualità, che hanno una dimensione globale ma hanno ripercussioni sulla vita quotidiana di tutti i cittadini.
Le politiche ambientale e lo sviluppo sostenibile nel nostro territorio si identificano con il Parco delle Gravine, approvato il 13 dicembre del 2005. I comuni della zona occidentale di Taranto all’interno della sub area vasta lo hanno individuato come elemento identificativo e unitario per uno sviluppo duraturo in grado di valorizzare le produzioni e gli imprenditori del territorio. La “cultura del Parco” ci impone di fare molta attenzione alla salvaguardia del territorio attraverso azioni intercomunali capaci di coniugare conservazione e sviluppo. Il tema della produzione di energia da fonti rinnovabili sono compatibili con il Parco e il suo sviluppo a condizione che non essere calate dall’alto e devono essere dimensionate sulla base dell’esigenze del territorio. Ciò non è accaduto per l’energia eolica ed è per questo che nel luglio 2006, in tempi non sospetti, abbiamo posto il problema dell’eolico all’intero consiglio comunale di Laterza. Siamo stati noi dela minoranza a chiedere che il nostro comune si dotasse un Prie in grado di identificare le zone – possibilmente comunali- dove era possibile ubicare le pale eoliche. Purtroppo non siamo stati ascoltati perché il centrodestra si è fatto abbagliare dalla speculazione eolica. Oggi il numero spropositato di convenzioni e pale eoliche approvate dal Consiglio, il contenzioso che si è sviluppato con le Imprese serie, il parere negativo della Regione Puglia, le indagini della magistratura rischiano di costarci molto caro.
L’eolico e il solare possono rappresentare una opportunità di sviluppo per il nostro Comune, che deve incentivare la sensibilità verso l’ambiente promuovendo il risparmio energetico per le abitazioni e incentivando il solare termico. Diversa è la questione delle biomasse e dello stabilimento ubicato nel nostro territorio che è stato autorizzato ed inserito in un contesto territoriale incompatibile con la sua funzione. I cattivi odori che sprigiona oggi rappresentano l’unico solo effetto della sua presenza nel nostro territorio, sul corretto funzionamento dell’impianto, è stato anche richiesto l’intervento dell’Arpa. Ecco perché siamo convinti che con il territorio e l’ambiente non si può “giocare” ed è per questo che consigliamo all’amministrazione comunale di fare chiarezza sui dati della raccolta differenziata. Senza facili e tendenziose strumentalizzazioni di dati che non corrispondono alla verità. In quanto la raccolta differenziata a Laterza è al di sotto della media regionale per i primi quattro mesi dell’anno.
L’iniziativa di questa sera su ambiente, rifiuti, energia ed eolico tenta di far capire che come è tutto intrecciato con il territorio che merita rispetto, attenzione e uno sviluppo pianificato.
Daniela Marescotti
Il Parco è un sistema di valori che interagisce e che se correttamente utilizzato consente di creare sviluppo sul territorio.
Nel 2000-2002 il comitato è nato per fare rete intorno alle amministrazioni e ai cittadini per la valorizzazione del parco. Oggi, c’è un’opportunità importante da cogliere e per la quale ci stiamo battendo, intercettare i fondi dell’Area Vasta, per destinarli allo sviluppo del parco e pianificare gli interventi. Ci auguriamo pertanto che tali fondi, non diventino attrazione per appetiti e speculazioni.
Il parco, potrebbe essere il volano per creare una rete di servizi da offrire in chiave turistica, il che avrebbe una forte ricaduta positiva sull’occupazione. Infine per ritornare alla tematica dell’energia, la legge istitutiva del parco prevede il risparmio energetico e l’utilizzo delle energie rinnovabili.
Rocco Loreto:
Esiste una sproporzione enorme tra domanda di installazione di torri eoliche e possibilità di offerta. In un fazzoletto di terra si vuole impiantare un numero enorme di pale eoliche e la popolazione ignora il problema a cui si va incontro. 560 maxitorri eoliche hanno avuto parere favorevole dalle amministrazioni comunali di Laterza e Castellaneta, una selva di acciaio vera e propria. A Castellaneta sono previste : 335 maxitorri, mentre a Laterza: 225 maxitorri, per un totale di 560 torri pari ad un’energia in megawatt di 1.612.

Tra i due paesi si arriverebbe a produrre quasi la metà di tutta l’energia eolica prevista nel Pear regionale.

Il punto è che si può anche decidere di trasformare il nostro territorio in un polo energetico, ma non è una decisione che deve essere presa alla leggera, va vagliata accuratamente. Bisogna chiedersi: cosa accade quando un territorio diventa parco eolico? Il paesaggio cambia la sua destinazione d’uso, i terreni agricoli adibiti ad ospitare le torri, fiscalmente non saranno più considerati terreni agricoli ma opifici e in base a tale utilizzo, verranno applicati i regimi fiscali.
Voglio fare osservare due paradossi:

  1. il Pd che è sempre stato d’accordo con lo sviluppo dell’energia pulita, chiede una riflessione per frenare, lo scempio che in questo fazzoletto di terra si vuole compiere, la Pdl che da molto tempo volevo porre un freno allo sviluppo dell’eolico, ha invece hanno approvato 560 maxi torri. L’eolico, deve dialogare con il territorio (perché quello che sta accadendo oggi è un vero e proprio attacco al paesaggio).
  2. Dopo la liberalizzazione dell’energia elettrica, sono molte le imprese che stanno entrando nel settore. Noi stiamo assistendo invece ad un vero e proprio monopolio. Su Castellaneta, due imprese, hanno presentato progetti per 229 torri su un totale di 283, quindi l’80% della domanda. Su Laterza c’è un groviglio di società riconducibili tutte ad una, c’è qualcosa che non va. Quando qualcuno investe sul territorio bisogna vederci chiaro.

Per questi due territori, è molto importante l’inserimento nel Pit per intercettare fondi per lo sviluppo. Nel periodo in cui fu approvato il Pit, i comuni di Laterza, Castellaneta, Palagiano, Palagianello, Mottola, non furono ricompresi, perché? Perche invece Ginosa è stata ricompresa nel Pit e anche nel Pis? Bisogna battersi affinché i 5 comuni vengano inseriti nel Pit per la prossima programmazione, in modo da poter partecipare alla spartizione dei fondi per lo sviluppo del territorio. Principio base per la programmazione deve essere la sostenibilità ambientale, quindi eolico sì ma con giudizio.

Enzo Cripezzi

La stessa situazione che si sta oggi vivendo a Laterza, si è verificata qualche anno fa a Foggia, quindi, il consiglio è quello di non commettere lo stesso errore. Diffidare da chi propone la luna nel pozzo ma ha conflitti di interessi. I Parchi eolici non esistono, ma esistono le centrali eoliche industriali. Il termine parco viene usato impropriamente per le centrali eoliche.A Foggia gli agricoltori hanno visto perdere il valore immobiliare dei loro terreni. Eolico non è la risoluzione a tutti i problemi dei comuni, c’è una tale mancanza di regole sul settore, che crea investimenti senza rischio per le aziende che li realizzano, il che diventa un forte incentivo per la speculazione. La LIPU vuole far rispettare le osservazioni di carattere europeo, e promuovere il confronto con il territorio, che deve far rispettare le leggi da chi investe solo per ottenere profitto. Esiste una responsabilità degli organi di informazione che non hanno dato voce a queste situazioni. Provocazione: se su una proposta di impianto di 100 pale eoliche da parte delle aziende, il 3% va ai comuni come royality, perché allora non si impiantanto solo 3 pale eoliche, la cui produzione và esclusivamente ai comuni?
Il territorio è un capitale da utilizzare non da sfruttare. Quindi eolico sì ma a patti e condizioni concordate a priori, che non sono la capienza delle casse comunali.

Giuseppe Russi

Durante il coordinamento e le conclusioni Giuseppe Russi, componente del Pd Taranto, ha evidenziato la necessità di svolgere iniziative per approfondire i temi legati all’ambiente e allo sviluppo con il chiaro intento di applicare la democrazia partecipata. Ha invitato l’intera cittadinanza laertina ad interessarsi della vita politica e amministrativa di Laterza abbondando l’abitudine del voto-delega.
Wanda Pucci

venerdì 16 maggio 2008

Con la scusa del popolo


LA CACCIA ai rom scatenata in tutta Italia sta cominciando a suscitare disagio, ma non ancora la necessaria rivolta morale. Difficile, soprattutto per dei politici, mettersi contro il popolo. Col rischio di passare per difensori della delinquenza, dei violentatori, dei ladri di bambini. E' questa, infatti, la percezione passivamente registrata dai mass media: un popolo esasperato, l'ira dei giusti che finalmente anticipa le forze dell'ordine nel necessario repulisti. Ma siamo sicuri che "il popolo" siano quei giovanotti in motorino che incendiano con le molotov gli effetti personali degli zingari fuggiaschi, le donne del quartiere che sputano su bambini impauriti e davanti a una telecamera concedono: "Bruciarli magari no, ma almeno cacciarli via"? Che importa se parlano a nome del popolo i fautori della "derattizzazione" e della "pulizia etnica", i politici che in campagna elettorale auspicarono "espulsioni di massa", i ministri che brandiscono perfino la tradizione cattolica per accusare di tradimento parroci e vescovi troppo caritatevoli? La vergogna di Napoli, ma anche di Genova, Pavia e tante altre periferie urbane, non ha atteso l'incitamento dei titoloni di prima pagina, cui ci stiamo purtroppo abituando. "Obiettivo: zero campi rom" (salvo scatenarsi se qualche sindaco trova alloggi per loro). "I rom sono la nuova mafia" (contro ogni senso delle proporzioni). "Quei rom ladri di bambini" (la generalizzazione di un grave episodio da chiarire). Dal dire al fare, il passo dell'inciviltà è compiuto. Perfino l'operazione di polizia effettuata ieri con 400 arresti e decine di espulsioni sembra giungere a rimorchio. La legge preceduta in sequenza dalla furia mediatica e popolare, come se si trattasse di una riparazione tardiva. Chi si oppone è fuori dal popolo. Più precisamente, appartiene alla casta dei privilegiati che ignorano il disagio delle periferie. Ti senti buono, superiore? Allora ospitali nel tuo attico! L'accusa, e l'irrisione, risuonano ormai fin dentro al Partito democratico. Proclama Filippo Penati, presidente di centrosinistra della Provincia di Milano: "I rom non devono essere 'ripartiti', bisogna farli semplicemente ripartire". E accusa Prodi di non aver capito l'andazzo, di non aver fatto lui quel che promettono i suoi successori. Nel 2006 fu Penati, insieme al sindaco Moratti, a chiedere al comune di Opera di ospitare provvisoriamente 73 rom (di cui 35 bambini). Dopo l'assedio e l'incendio di quel piccolo campo, adesso è stato eletto sindaco di Opera il leghista rinviato a giudizio per la spedizione punitiva. Mentre si è provveduto al trasferimento del parroco solidale con quegli estranei pericolosi.

La formula lapalissiana secondo cui "la sicurezza non è né di destra né di sinistra" appassisce, si rivela inadeguata nel tumulto delle emozioni che travolge la cultura della convivenza civile. Perfino la politica sembra derogare dal principio giuridico della responsabilità individuale di fronte alla legge. Perché un conto è riconoscere le alte percentuali di devianza riscontrabili all'interno delle comunità rom, che siano di recente immigrazione dalla Romania, oppure residenti da secoli in Italia, o ancora profughe dalla pulizia etnica dei Balcani. Un conto è contrastare gli abusi sull'infanzia, la piaga della misoginia e delle maternità precoci, i clan che boicottano l'inserimento scolastico e lavorativo, la pessima consuetudine degli allacciamenti abusivi alla rete elettrica e idrica. Altra cosa è riproporre lo stereotipo della colpa collettiva di un popolo, giustificandola sulla base di una presunta indole genetica, etnica. Quando gli speaker dei telegiornali annunciano la nomina di "Commissari per i rom", sarebbe obbligatorio ricordare che simili denominazioni sono bandite nella democrazia italiana dal 1945. Il precetto biblico dell'immedesimazione - "In ogni generazione ciascuno deve considerare se stesso come se fosse uscito dall'Egitto" - dovrebbe suggerirci un esercizio: sostituire mentalmente, nei titoli di giornale, la parola "rom" con la parola "ebrei", o "italiani". Ne deriverebbe una cautela salutare, senza che ciò limiti la necessaria azione preventiva e repressiva. La categoria "sicurezza" non è neutrale. Ne sa qualcosa il centrosinistra sconfitto alle elezioni, e solo degli ingenui possono credere che se Prodi, Amato o Veltroni avessero cavalcato l'allarme sociale con gli stessi argomenti della destra il risultato sarebbe stato diverso. Qualora il nuovo governo applichi con coerenza la politica di sicurezza annunciata, è prevedibile che nel giro di pochi anni il numero dei detenuti raddoppi, o triplichi in Italia. Scelta legittima, anche se la sua efficacia è discutibile. Quel che resta inaccettabile è il degrado civile, autorizzato o tollerato con l'alibi della volontà popolare. Insopportabili restano in una democrazia provvedimenti contrari al Codice di navigazione - l'obbligo di soccorso alle carrette del mare - o che puniscano la clandestinità sulla base di criteri aleatori di pericolosità sociale. Da più parti si spiega l'inadeguatezza della sinistra a governare le società occidentali con la sua penitenziale vocazione "buonista". E' un argomento usato di recente da Raffaele Simone nel suo "Mostro Mite" (Garzanti), salvo poi trarne una previsione imbarazzante: la cultura di sinistra col tempo sarebbe destinata a essere inclusa, digerita dalla destra. Discutere un futuro lontano può essere ozioso, ma è utile invece riscontrare l'approdo a scelte comuni là dove meno te l'aspetteresti: per esempio sulla pratica delle ronde a presidio del territorio. Naturalmente gli assalti di matrice camorristica ai campi rom di Ponticelli non sono la stessa cosa della Guardia nazionale padana. Che a sua volta non va confusa con i volontari di quartiere proposti dai sindaci di sinistra a Bologna e a Savona. Nel capoluogo ligure, per giustificare la proposta, è stata addirittura evocata l'esperienza del 1974, quando squadre antifasciste pattugliarono la città dopo una serie di bombe "nere". Il richiamo ai servizi d'ordine sindacali o di partito è suggestivo, quasi si potesse favorire così un ritorno di partecipazione e militanza che la politica non sa più offrire. Ma è dubbio che nell'Italia del 2008 - afflitta da nuove forme di emarginazione come i lavoratori immigrati senza casa, le bidonvilles fucine di criminalità ma spesso impossibili da cancellare - le ronde possano considerarsi uno strumento di democrazia popolare. Dobbiamo sperare in una reazione civile agli avvenimenti di questi giorni, prima che i guasti diventino irrimediabili. Già si levano voci critiche ispirate a saggezza, anche nella compagine dei vincitori (Giuseppe Pisanu). Il silenzio, al contrario, confermerebbe solo l'irresponsabilità di una classe dirigente che ha già cavalcato gli stupri in chiave etnica durante la campagna elettorale.
di GAD LERNER

lunedì 28 aprile 2008

SOLIDARIETA' A LATERZA


In due anni 5mila persone hanno destinato il 5 per mille a Orizzonti Nuovi

Una firma e un codice fiscale. Così oltre cinquemila persone, negli ultimi due anni, hanno destinato il 5 per mille del loro reddito all’associazione diocesana "Orizzonti nuovi" onlus.In cifre, significa 52.473 euro per il solo 2006, e un importo quasi pari per il 2007. Dati precisi, infatti, sono disponibili solo per la prima annualità 2006, le cui somme verranno pagate a partire da maggio prossimo.

Destinazione:

otto progetti solidali nella diocesi di Proprià, nel nord-est del Brasile. Si tratta di recupero scolastico per minori, corsi professionalizzanti per giovani a rischio, laboratori artigianali per adolescenti, sostegno di 306 famiglie di contadini senza terra, educazione alla salute. E ancora ci sarà l’irrigazione della fazenda da Esperanca, la costruzione di un salone - asilo nel villaggio di san Mateus e di un salone comunitario nel villaggio Novi Horizonti. In tutto otto opere per rinsaldare le attività di sostegno a distanza e solidarietà internazionale di "Orizzonti nuovi", nell’ambito di un gemellaggio diocesano tra Castellaneta e Proprià.L’associazione onlus, infatti, nasce solo nel 2000, ma il rapporto di amicizia italo-brasiliana risale a dieci anni prima. Oggi la onlus conta circa 850 benefattori, impegnati nei diversi progetti di adozione a distanza (individuale o collettiva) e di recupero dei minori a rischio. E le 2.638 firme utili registrate nel 2006 sono un bel traguardo per "Orizzonti nuovi", risultata 241esima a livello nazionale tra i vari enti destinatari del 5? nel 2006 e 201esima nel 2007. Dato ancora più importante, poi, se si considera l’aumento, nel 2007, dei soggetti ammessi ai fondi e lo spostamento delle scelte a favore delle grosse organizzazioni nazionali. Tant’è vero che nella diocesi di Castellaneta hanno tenuto solo Orizzonti nuovi, la Casa Famiglia Monftort di Ginosa e La Luce di Laterza.La partita, però, è ancora aperta per il 2008. In questi giorni e nei prossimi mesi, con la dichiarazione dei redditi (730, Unico e Cud), ognuno potrà decidere a chi destinare il 5? del suo reddito, che altrimenti rimane allo Stato. Come? Semplicemente apponendo la propria firma nel riquadro e indicando il codice fiscale dell’ente prescelto.In vista di queste scadenze e delle novità 2008 (l’ammissione nell’elenco dei beneficiari delle società sportive iscritte al Coni), il presidente di Orizzonti nuovi, Pier Paolo Lamola, ha sottolineato potenzialità e insidie di questo strumento: "Non possiamo che essere a favore di una misura molto positiva per il finanziamento di associazioni medio-piccole come la nostra, - ha detto - anche se bisogna fare alcune precisazioni. Innanzitutto, dopo l’eliminazione dai beneficiari delle Fondazioni bancarie e dei Comuni, rimane l’anomalia delle associazioni sportive dilettantistiche, molte delle quali hanno poco o nulla a spartire con la solidarietà sociale e con il volontariato". In secondo luogo, l’ingegnere pone l’accento sulla trasparenza: "Ci pare opportuno che vi siano adeguati controlli, non solo "preventivi" per verificare i requisiti, ma soprattutto "a posteriori" per evitare che i fondi vengano utilizzati per finalità difformi dalla solidarietà sociale; converrebbe poi che i risultati dei controlli fossero resi pubblici. Inoltre, lo Stato dovrebbe favorire un’ampia pubblicizzazione delle norme che regolano il finanziamento del 5?, in modo che possa accedervi il maggior numero possibile di contribuenti".Infine, una difesa delle piccole realtà: "Sarebbe auspicabile individuare - afferma Lamola - un meccanismo compensativo che eviti l’effetto di fagocitazione delle piccole organizzazioni da parte delle grosse, che già accedono a vari tipi di finanziamenti pubblici e possono permettersi grosse campagne pubblicitarie".Per un’associazione diocesana come "Orizzonti nuovi", l’unica pubblicità è la fiducia dei suoi benefattori. E il credito acquisito sul campo. Sulla carta, invece, basta una firma e un codice fiscale: "un’arma efficace - chiude Lamola - per compiere scelte precise nel mondo del sociale e premiare quelle associazioni che veramente dimostrano di sapersi spendere per gli altri".» Visita il sito di Orizzonti Nuovi

martedì 26 febbraio 2008

TERRITORIO CASA COMUNE DEI CITTADINI

Sabato 1 Marzo 2008 alle ore 20.00 presso la Parrocchia Santa Croce di Laterza, ci sarà il secondo appuntamento della rassegna culturale “Incontri con la Santità”, organizzato dalla Parrocchia S.Croce in collaborazione con l’Azione Cattolica laertina.

L’incontro, entrato a far parte del programma cittadino della Visita Pastorale di Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Pietro Maria Fragnelli a Laterza, ha per titolo Territorio casa comune dei cittadini: “La Chiesa del Grembiule, a partire dall’esperienza di Don Tonino Bello”

Ospite della serata sarà il Dott.Luigi SPARAPANO collaboratore di Don Tonino BELLO, già Presidente di Azione Cattolica della Diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, attualmente Vice Direttore del Settimanale Diocesano “Luce e Vita”.

A quasi 15 anni dalla morte, dopo che il 27 novembre 2007 la Congregazione per le Cause dei Santi ha avviato il processo di beatificazione, si vuole cercare di conoscere meglio questa figura straordinaria del nostro tempo, “uomo autentico” della nostra amata terra di Puglia; soprattutto comprendere, attraverso chi lo ha conosciuto da vicino, i segni di una beatitudine vissuta davvero. Rispondere alla domanda: qual è l’eredità spirituale, quali le “profezie” che Don Tonino Bello ha lasciato a tutti noi; lui che ha vissuto la sua esistenza sempre con gioia e che un giorno disse : «Non c’è che una sola tristezza, quella di non essere santi abbastanza».

L’incontrò vedrà il saluto del Parroco Don Lorenzo CANGIULLI, gli interventi del Dott. Giovanni PIETRICOLA Presidente parrocchiale dell’Azione Cattolica e di Domenico SAVINO Responsabile tecnico organizzativo della rassegna. Seguirà l’approfondimento ed il dibattito pubblico con la conclusione di Sua Ecc.za Mons.Fragnelli.