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mercoledì 26 marzo 2008

Immorale evasioni e sprechi

I Comuni, chiamati a votare i bilanci di previsione per l’anno in corso, sono alle prese con tasse, imposte e tributi.

L’imposizione e la riscossione dei tributi costituisce la massima espressione del potere, esercizio di "autorità", di gerarchia sovraordinata, imposta, posta cioè sopra. Mentre in passato l’imposizione trovava la sua fonte nell’autorità del sovrano, nelle moderne democrazie, a partire dalla "Magna Charta" (1200) il principio di autorità viene temperato dalla enunciazione che nessuna tassazione può essere imposta senza (il consenso del)la rappresentanza (dei contribuenti), ovvero "no taxation without representation".

Il conflitto che ha sempre opposto gli obbligati (soggetti all’imposta) agli obbliganti è sfociato spesso in rivolte (ad esempio contro la famigerata ’tassa sul macinato’), quando non addirittura in rivoluzioni (americana e francese le più note). Il tentativo di sottrarre persone e cose all’imposta è storia antica: mirabile è l’esempio dei trulli, riconosciuti "patrimonio dell’umanità", montabili e smontabili con straordinaria rapidità, pare per sottrarre velocemente il cespite alle attenzioni degli esattori del sovrano.

La sopportabilità
Il labile confine della ’sopportabilità’ del pagamento dell’imposta è strettamente connesso alla percezione della visibilità (oltre che utilità) della relativa destinazione. Più si smarrisce il filo che lega il prelievo alla sua destinazione, più cresce l’"allergia" per il tributo e si affievolisce la "legittimazione" di una pubblica istituzione.

Tasse ed imposte
Spesso si rileva una grande confusione semantica circa il significato delle parole, con un uso indistinto di termini quali tasse ed imposte (entrambe ricomprese nei tributi).
Pare utile precisare che, mentre la tassa è richiesta a fronte di servizi di-visibili (si pagano le tasse scolastiche solo a seguito dell’iscrizione ad un corso didattico), l’imposta è richiesta per la erogazione di servizi indivisibili (difesa, giustizia, opere pubbliche, ecc.). Vero è che taluni tributi sono impropriamente presentati come ’tasse’, pur avendo uno spiccato connotato impositivo (esempio: la tassa per la raccolta dei rifiuti solidi urbani non è richiesta in rapporto all’intensità di utilizzo del servizio, ma semplicemente in quanto lo stesso risulti istituito. Stessa cosa dicasi per il canone Rai, dovuto per il possesso di tv, indipendentemente dall’utilizzo reale). In ogni caso i soggetti che pagano i tributi diventano sempre più esigenti. Essi richiedono così che la spesa pubblica diventi più divisibile (quindi meno in-divisibile, perciò meno in-visibile). Infatti, più cresce la in(di)visibilità della spesa, più aumenta l’insopportabilità del sacrificio imposto. Croce e delizia Tasse ed imposte, ovvero i tributi: delizia delle opposizioni, croce dei governi.
Prima (in campagna elettorale) si compete a suon di promesse ed elenchi di interventi (ossia di spese da effettuare). Dopo (una volta vinte le elezioni), cominciano i problemi: chi è chiamato a governare non può sottrarsi dal misurare le risorse effettivamente disponibili, i debiti da pagare, i costi in aumento, i fondi trasferiti in diminuzione. Si pongono allora due questioni cruciali, tra loro strettamente intrecciate: il livello minimo di servizi richiesti ed il reperimento delle risorse per farvi fronte. Bilanci e debito pubblico In Italia negli anni ’80 il debito pubblico ha assunto le proporzioni gigantesche che conosciamo (solo per pagare gli interessi ogni anno si distolgono dalle finalità di sviluppo oltre 70 miliardi di euro, ossia circa 140.000 milamiliardi delle vecchie lire su un deficit di 1596 miliardi di euro a tutto il 2007, il 104% del Pil). La gigantesca voragine del debito pubblico italiano ha conseguenze immediate, dirette e nefaste sul bilancio dello Stato e degli altri enti pubblici (compresa la solidità e veridicità di quello degli enti locali). Infatti, in virtù della continua compressione, i bilanci di molti enti locali si stanno avviando a grandi passi verso una catastrofica implosione, con la conseguente impossibilità di erogare finanche i servizi primari, a fronte della persistenza comunque di spese considerevoli. In una spirale sempre più vorticosa, si tagliano i servizi, ma risulta impossibile sopprimere i bisogni (si trasferiscono semplicemente i costi della relativa soddisfazione su altri soggetti).

Proposte, non slogans
Va con onestà sottolineato che non è certo invidiabile la assai scomoda posizione di quei pubblici amministratori (ministri ed assessori alle finanze) chiamati a "far cassa", provvedendo alla provvista di fondi che i loro colleghi amabilmente spalmeranno poi sui beneficiari (quando non clienti).
Quindi, a fronte di "esigenze di cassa" immediate e non eludibili, non si può comodamente rispondere solo con slogans. L’aumento del gettito dei tributi è operazione complessa, che richiede tempi, equilibrio e ponderazione. Ma soprattutto credibilità.
In un contesto di "federalismo fiscale", con una continua riduzione di risorse trasferite da altri livelli di governo, si può evitare la "implosione di bilancio" solo puntando sulle "risorse proprie". Si pongono così alcuni interrogativi.
Prima questione: con quali criteri e modalità si gestisce il patrimonio pubblico e quale redditività ne ricavano gli enti? Chi utilizza aree e beni pubblici, quale corrispettivo paga rispetto al beneficio indotto da tali ’utilità’? E gli oneri di manutenzione dei beni utilizzati su chi gravano? Come procede poi la riscossione degli introiti dovuti per servizi quali, ad esempio, smaltimento rifiuti e acquedotto? E l’incameramento degli oneri di urbanizzazione?
Gli incrementi di valore indotti da grandi investimenti (spesso assistiti da cospicui contributi pubblici), quali aumenti di tributi hanno determinato nelle casse pubbliche (e quale ricchezza sociale hanno prodotto anche attraverso nuova e stabile occupazione)? Ultimo interrogativo: quali progetti, quali programmi si predispongono ed avviano per il recupero dei crediti vantati dagli enti, senza riguardi per alcuno (ponendo così fine a trasversali "indulgenze" e dannose pratiche di "gestione del consenso" a spese di Pantalone)?

Evasione e sperpero

L’autorevolezza degli amministratori pubblici ad imporre aumenti di tributi può derivare esclusivamente da una chiara esplicitazione di ciò che si è fatto e si intenda fare, per garantire la qualità ed utilità pubblica della spesa. Non pagare i tributi è certamente immorale; ma è altrettanto immorale dilapidare le risorse pubbliche con pratiche clientelari e con atti non finalizzati al benessere collettivo.

Leonardo Rubino

Articolo apparso sul corriere del giorno il 25 marzo 2008

martedì 25 marzo 2008

Spirito di servizio

Chi l’ha detto che politica e società debbano esser lontani. Nel viaggio che sto compiendo in giro per l’Italia avverto il bisogno di realizzare una sintonia nuova tra il Paese e la politica. Una sintonia che chiede alla politica la ricerca di una sobrietà, di uno spirito di servizio.

Da qui anche la necessità della riduzione reale dei costi della politica che appaiono spesso come frutto di privilegi ingiustificati. È un tema vero, che è dentro il Dna del Partito democratico: noi abbiamo sempre parlato della necessità di una profonda riforma della politica che accompagni quella delle istituzioni.

Io parto da una semplice constatazione: abbiamo la possibilità e la necessità di riportare molti di questi costi sotto controllo. Come? Ad esempio riducendo drasticamente il numero dei parlamentari che possono esser sostanzialmente dimezzati.

La nostra proposta di riforma istituzionale parte dall’esigenza di dare efficienza e rapidità ai lavori dei legislatori, ma ha come effetto per nulla secondario anche quello di toccare costi che appaiono alla grande maggioranza dei cittadini come eccessivi. Così passando ad una Camera di 470 deputati e ad un Senato di 100 membri scendono i costi diretti e indiretti. Lo stesso vale per il dimagrimento secco del governo che ­ grazie ad una legge già approvata dal centrosinistra ­ dovrà essere composto da 12 ministri e da un numero totale che non supera le 60 persone.

A tutto questo ­ ho sostenuto nel mio contestatissimo intervento ­ va aggiunto anche un elemento “personale”: gli stipendi dei parlamentari italiani sono tra i più alti d’Europa, mentre salari e pensioni sono tra i più bassi del continente. Un equilibrio nuovo va trovato, così come il trattamento pensionistico dei parlamentari deve uniformarsi a quello di tutti i cittadini, passando dal sistema retributivo a quello contributivo. Potrei anche aggiungere il fatto che la limitazione del numero dei gruppi parlamentari (abbiamo proposto di modificare i regolamenti per impedire la frammentazione assurda cui si era arrivati in queste legislature) è un altro utile contributo a risparmiare.

A sentire i commenti di qualcuno staremmo parlando di piccole cose. Credo che non sia così. Anche se le misure di cui ho parlato sinora sono solo l’inizio. Esse contengono un messaggio politico rilevante che non è il cedimento all’antipolitica ma al contrario la prova che la Politica (stavolta con la P maiuscola) ha la capacità di riformarsi e di rispondere con autorevolezza alle domande dei cittadini.

Certo, poi ci sono altri capitoli su cui intervenire, come ad esempio certe norme sui rimborsi elettorali che sembrano scritte apposta per favorire i micro-partiti e che rischiano persino di essere all'origine di tanta frammentazione. Ma credo che esista un legame più radicale tra il tema dell’efficienza della politica e i suoi costi.

Nel programma che abbiamo presentato candidandoci alla guida del Paese abbiamo parlato di una “democrazia che decide”. È qui una delle grandi insidie e dei nodi profondi che riguardano la nostra democrazia perché è nella indeterminatezza delle responsabilità, nella farraginosità dei passaggi politico-amministrativi che si nasconde l’inefficienza.

La semplificazione è una delle chiavi per affrontare il problema. E semplificare significa anche eliminare uffici e strutture che pesano e costano e che insieme determinano inefficienza. Perché non eliminare quelle comunità montane a livello del mare? E che senso ha mantenere le provincie nelle aree metropolitane con una duplicazione di ruoli e di costi? Sono cose che vogliamo fare subito.

Ma credo ci sia anche un capitolo più largo che riguarda complessivamente il ruolo della politica rispetto alla cosa pubblica. Penso ad esempio alle società pubbliche dove vanno tagliati drasticamente i componenti degli organismi societari (e qui forse sarebbero da tagliare anche i gettoni di presenza), penso alla moltiplicazione sul territorio di organismi legati alla gestione dei servizi pubblici da semplificare e diminuire complessivamente.

Mettere insieme un pacchetto complessivo di misure come quelle che ho sinora sommariamente descritto significa produrre un risparmio percepibile che può essere trasformato invece in servizi migliori con un doppio effetto positivo: i cittadini vedrebbero con chiarezza lo sforzo della politica per eliminare eccessi, privilegi e sprechi e avrebbero in cambio qualcosa di immediatamente utile.

Una cosa deve essere certa per tutti: se vince il Pd il taglio ai costi della politica ci sarà davvero. Se vince la destra siamo avvertiti: al di là delle speculazioni politiche non farà nulla.
Walter Veltroni

mercoledì 19 marzo 2008

COSTI POLITICA: VELTRONI, HO SUSCITATO REAZIONI NERVOSE

Le dichiarazioni del candidato premier del Pd, Walter Veltroni, che ha avanzato la necessita' di diminuire gli stipendi dei parlamentari, "ha suscitato reazioni nervose". Veltroni, durante un comizio elettorale a Pavia, e' tornato a ribadire la necessita' di "dimezzare il numero dei parlamentari" e abbassare i loro stipendi. Occorre fare cio' che ho detto - ha aggiunto - che ha suscitato reazioni nervose. Ma lo ribadisco. E per alcuni si e' rivelata come una martellata sulla fronte. Ma in un Paese che vive in grande difficolta' dobbiamo dare un segnale. Gli stipendi dei parlamentari devono essere portati alla media di quelli europei. Nulla di meno, pero' occorre un segnale". Secondo Veltroni, occorre rendere "tutto piu' sobrio", in questo modo arriveranno a fare politica coloro che "davvero sono animati da passione, da idee e non da altro. Il Paese scelga una via nuova".

Da L'espresso on line - 19 Marzo 2008

martedì 2 ottobre 2007

A proposito della montagna piana

MOTTOLA – Chiariamo un fatto: tra Gian Antonio Stella, Sergio Rizzo e la Comunità Montana della Murgia Tarantina non c’è nulla di personale. Beh, quasi nulla. Se non fosse per una querela che il presidente Arcangelo Rizzi ha sporto due mesi fa contro gli autori de "La Casta", il best seller che ha venduto un milione di copie in pochi mesi ed è diventato un caso nazionale, si potrebbe dire che la "stima" reciproca non è per nulla compromessa.

Il fatto è che da aprile – confessa il presidente montano - «qui non viviamo più: sono venuti a farci domande decine di giornalisti, quelli di Ballarò e persino l’inviato del New York Times». Parte di qui lo sfogo andato in onda ieri mattina nella sede della Cmmt. C’erano Rizzi, tre assessori su sei (i massafresi Vittorio piccolo e Antonio D’Eri e il ginosino Enzo Russo), un consigliere montano in pectore (il mottolese Francesco Lapenna) sui 27 d'ordinanza e un consulente (esterno, ovviamente).

«Da mesi – ha cominciato Rizzi, quasi fosse un fiume in piena – siamo soggetti ad una gogna pubblica. Va bene che chi fa politica certe cose le mette in preventivo, ma a tutto c’è un limite. Ci hanno fatto una pubblicità che ci saremmo volentieri risparmiata». Almeno, è il lato positivo, tutti sanno dov’è la Comunità Montana più pianeggiante d’Italia.

Ma perché lo sfogo (e la querela) contro Rizzo e Stella? «Perché – risponde il presidente, che parla per tutti – qui non hanno mai messo piede e non hanno scritto una notizia vera che fosse una. La sede non è a Palagiano (?!), ma a Mottola, parlano di stipendi che non esistono: pensate che hanno scritto che io e gli altri prendiamo quanto sindaco, assessori e consiglieri della città di Padova: mica vero". E invece? "Io – risponde prontamente Rizzi - guadagno 700 euro al mese (cioè mezzo stipendio, essendo un dipendente delle Forze Armate, ndr.), gli assessori 400 se lavorano, 800 se non lo fanno". E ancora: "Qui ci sono soltanto 3 dipendenti. E non si può far intendere che ce ne sono una trentina e sono pure fannulloni". Certo, poi ci sono anche 12 Lsu (pagati dall’Inps) e 6 ex Lsu (pagati da nessuno), ma nella Comunità sono solo parcheggiati in attesa di fare non si sa cosa.

Qualcosa in effetti non torna, perché chi ha letto il libro ha informazioni decisamente (anche se parzialmente) diverse. Particolari, bazzecole, per chi è in cerca di pagliuzze o travi, dipende dai punti di vista. Così, strada facendo, lo sfogo diventa grido di dolore e persino attacco politico. Obiettivo: Nichi Vendola. Che pochi giorni fa ha scritto una lettera al presidente del Consiglio regionale, Pietro Pepe, per denunciare gli sprechi pugliesi e suggerire qualche taglio qui e là. Uno a caso: le comunità montane. E dai. Tutte e sei quelle pugliesi, senza distinzione di "colori", giunte e presidenti. E a quanto pare sarebbe già in moto l'iter per commissariare (ci sarebbe pure una mezza data: novembre) queste comunità che difendono a spada tratta montagne che non esistono.

Rizzi s'inalbera: «Non è tollerabile l'attacco di Vendola contro gli sprechi e contro le Comunità Montane. Noi, dopo tanto silenzio, ora ci difendiamo, perchè non vogliamo essere il capro espiatorio dell'Italia degli sprechi e neppure la "pezza" per mascherare le lacune dell'Amministrazione Vendola». Toccata e affondo. Col carico da undici: «Vendola, piuttosto, dica perchè spende otto milioni di euro per gli assessori esterni?».

Di qui in poi è un'arringa appassionata. Rizzi ha in serbo una lista lunga così di argomenti a discolpa. Eccoli: «Eliminando le Comunità la Regione non risparmia nulla, perchè dal 2004 (l'anno della legge di riforma, ndr.) nè Fitto nè Vendola ci hanno dato un euro». Touché. E la pecunia chi la mette? «Lo Stato, con la legge della montagna, i Comuni e ancora la legge Finanziaria: 1,8 euro per ogni abitante». Il tutto finisce in un bilancio, l'ultimo, da 600mila euro: «In attivo per 15mila - attacca Rizzi -, mentre l'abbiamo trovato in rosso di 600mila». Se poi 80-90 mila euro vanno via in stipendi per gli amministratori fa parte del gioco: «La politica - dice il presidente - ha i suoi costi, purché siano giustificati e produttivi, non vedo problemi». Problemi, invece, secondo Rizzi potrebbero sorgere senza la "sua" Comunità: «Perderemmo fondi europei che sono destinati alle aree disagiate e montane. Abolissero, piuttosto, i consorzi di bonifica che chiedono gabelle per servizi inesistenti». Ma la Puglia, ci risulta, è obiettivo 1: cioè per l'Europa è tutta disagiata, mica solo oltre una certa quota...

Fioccano, comunque, i sassolini da levare: «La legge prevede che il Parco delle Gravine sia gestito dalla comunità montana nel cui territorio ricade: perchè non ce lo fanno gestire? Avremmo anche la sede già bell'e pronta. E invece, c'è persino chi ci ha detto, "ma che fate? Tanto vi aboliranno..."». La lingua batte e ribatte dove il dente duole.

Così l'elenco continua, ma con le "cose buone" realizzate. Il recupero della Masseria Dolce Morso, 16 trulli trasformati in centro d'accoglienza e promozione turistica con fondi europei; i Patti territoriali agricoli "rimessi in moto dopo due anni di nulla"; il Prie, piano regolatore per gli impianti eolici "che consentirà ai Comuni di guadagnare con le royalties"; l'azzeramento di 100mila euro di contenziosi delle precedenti gestioni; il futuro marchio per i prodotti della Murgia e il futuribile acquedotto rurale da 17 milioni di euro da realizzare con la comunità di Gioia del Colle. E come non citare l'appalto (già fatto) per un impianto d'illuminazione rurale a Laterza, paesello natio del presidente.

Insomma prima di Rizzi il nulla e forse, dopo, lo stesso. «Abbiamo ridato dignità ad una Comunità che non veniva nemmeno invitata agli incontri con gli altri Enti, ma, in compenso, produceva cene, consulenze e viaggi all'estero. E oggi, invece, siamo persino entrati nell'Area Vasta».

Il veleno, e vuoi vedere, arriva in coda. Ed è tutto per il sindaco Ressa, quello della comunità montana declassata in costiera o, se vogliamo, dell'aggettivo che fa la differenza: «Ma dov'era nel 2004 quando fece fare un emendamento apposta per tenere Palagiano nella Comunità? Forse, allora, era funzionale al ribaltone che c'era appena stato, col passaggio della presidenza al centrosinistra. E soprattutto, prima della Casta, perchè non ha parlato? Perchè non ha chiesto di uscire prima? E ora, lui che non paga le quote dal '99, vorrebbe pure un duplicato costiero...». Punto dolente per uno che fa il maresciallo di Marina e, in fondo, alla comunità costiera potrebbe farci un pensierino: sarebbe comunque al posto giusto. Così, per restarvi, il 1° ottobre le sei comunità pugliesi si vedranno per mettere a punto la loro controproposta di legge diretta a Vendola. Nel frattempo, però, c'è già in cammino quella del Governo (Lanzillotta-Santagata), basata su un concetto apparentemente rivoluzionario: la montagna comincia a 600 metri e le comunità pure. E addio Mottola e dintorni.

Alla fine della giornata, tuttavia, è stato impossibile tenersi dentro la domanda delle domande: «Scusate, ma voi politici il libro l’avete letto?». E' seguito un secondo (interminabile) di gelo. Teste che oscillano da sinistra a destra in segno di convinto diniego; e, poi, la risposta lapidaria del presidente: "No. E non voglio nemmeno leggerlo…". Peccato. Un’occasione persa per capire come va – o meglio non va – l’Italia. Da Destra a Sinistra.

Massimo D’Onofrio - Corriere del Giorno

mercoledì 26 settembre 2007

Comunità Montana: «Ente ormai inutile, meglio chiuderlo»

Antonio Gentile, il primo presidente della Comunità Montana della Murgia Tarantina è convinto che l’ente che ha sede a Mottola, è da cancellare. La colpa, secondo lui è dei presidenti giunti dopo di lui, incapaci di gestire; della Regione Puglia e di alcuni sindaci che non hanno voluto demandare alla Comunità Montana la competenza di alcuni servizi.
Il 4 dicembre del 1997 Gentile venne eletto presidente della Comunità Montana interprovinciale di Gioia del Colle. Facevano parte 5 comuni della Provincia di Taranto (Mottola, Martina Franca, Crispiano, Massafra e Laterza) e 6 della Provincia di Bari (Gioia del Colle, Noci, Acquaviva, Santeramo, Cassano Murge e Grumo Appula). In base alla legge regionale n. 20 /99 il 29 marzo del 1999 venne nominato Commissario, con decreto regionale emesso dall’allora Governatore Fitto, per gestire lo sdoppiamento dell’Ente Montano sud orientale in due Comunità di competenza per la provincia di Bari e per quella di Taranto. Gentile si assunse l’onere di suddividere il patrimonio esistente, la riorganizzazione del personale, la formulazione di due bilanci e l’avvio dei due nuovi Enti, che avvenne con decreto del Ministero del Tesoro dell’agosto 1999, data in cui ufficialmente nacque la Comunità Montana della Murgia Tarantina. Di concerto, i Consigli Comunali di Mottola, Massafra, Crispiano e Laterza, classificati parzialmente montani, e Palagiano, Palagianello, Castellaneta, Montemesola e Ginosa, considerati aree omogenee) nominarono i componenti del Consiglio. L’assemblea si insediò il 25 settembre 1999 e nella stessa seduta venne eletto Presidente Antonio Gentile, da una maggioranza di centro sinistra con 17 voti su 20 (tre assenti) e 7 astenuti, l’opposizione. La prima Giunta della Comunità Montana era composta da 8 assessori, uno per ogni comune. Il primo atto adottato fu quello della richiesta alla Regione Puglia dell’omologazione dei comuni non montani, con relativo finanziamento a carico. La risposta fu la concessione di un miliardo. Fu il primo e l’ultimo finanziamento concesso dal governo regionale. Il 30 giugno del 2001 Mongelli di Ginosa Marina prese il posto di Gentile. Con orgoglio Gentile ha rimarcato che ai tempi della sua Presidenza, la Comunità Montana di Mottola si era sostituita all’Amministrazione Provinciale per le numerose opere realizzate grazie alla capacità di reperimento dei fondi, citandone alcune: forestazione 8 miliardi; indennità compensativa agli agricoltori 5 miliardi; patti territoriali 33 miliardi e 403 milioni, acquisto masseria dolcemorso; corsi di formazione per 3 miliardi; progetto per la trasformazione del siero 16 miliardi e 500 milioni, fondi per il Giubileo per 3 miliardi, strade di campagna e realizzazione di pozzi artesiani in tutto il territorio.
» Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno
» Autore: Francesco Francavilla

martedì 4 settembre 2007

Commento di un visitatore critico

Di seguito riportiamo il commento lasciato da un visitatore, che si è firmato come "estintore", che ha trattato diversi argomenti del Blog. Il commento è inserito nel post "sull'uscita del nuovo numero di Agorà" e probabilmente se non evidenziato rischiava di non essere letto e commentato. A tal proposito stiamo tentando di inserire un sistema che evidenzi in home page gli ultimi commenti che vengono rilasciati.

Estintore ha detto...

Quando cosi' gentilmente mi vien chiesto di partecipare al dibattito, seppur l'invito mi sia stato consegnato via e-mail, non posso fare a meno che fermarmi, leggere, pensare e finalmente stendere fiumi di parole che forse scalderanno gli animi di qualcuno, ad altri ilare potranno sembrare ma purtroppo di realta' parlano.

Cari amici/nemici,
non ho potuto fare a meno di leggere e di testare personalmente, lo spropositato aumento del pane, che secondo i calcoli dei bravi matematici di questo blog, portera' nelle casse dei panificatori oltre un milione di euro in piu'. Che dire. Piu' che un aumento trattasi di un colpo di stato, un vero e proprio golpe... i poveri cittadini nulla possono fare se non evitare di mangiare il tanto decantato pane di laterza magari sostituendolo col pane del Mulino Bianco il cui prezzo resta invariato.
Abbiamo facilmente risolto un problema.
Per quanto riguarda i costi della politica sto preparandomi ad intraprendere un discorso molto lungo cosi' da poter analizzare tutti i punti uno per uno in maniera chiara e dettagliata, rimando quindi fra qualche giorno le mie riflessioni.
Per quanto riguarda il blog vedo che e' anche strumento propagandistico per l'ormai vetusto AGORA', giornale sempre uguale, con persone sempre uguali, con idee sempre uguali. Democrazia vuol dire liberta', quindi continuate pure a editare Agora'... pero' che palle.
Alla prossima.

lunedì 3 settembre 2007

I COSTI DELLA POLITICA

Un elemento che ha contribuito alla ormai endemica disaffezione degli italiani rispetto alla politica è senz’altro l’esosità dei costi della stessa. In un momento in cui la nostra classe politica ci chiede di compiere dei sacrifici per il raggiungimento degli obiettivi di stabilità dei conti pubblici, i costi della pubblica amministrazione e più in generale della politica appaiono stridenti rispetto a tali sforzi. E’ stato stimato che annualmente “la politica” ci costi all’incirca 4 miliardi di euro e, dato che questa cifra non incide in modo drammatico sul nostro PIL, in passato si è ritenuto di poter rimandare quei correttivi necessari per un ridimensionamento di tali costi. All’istanza di maggiore sobrietà della politica proveniente dai cittadini, il governo Prodi ha risposto attraverso il disegno di legge “ Santagata-Lanzilotta” varato lo scorso 13 Luglio. Il decreto prevede un risparmio di circa 1,3 miliardi di euro l’anno, quindi una flessione della spesa di oltre il 25%, che riguarderà gli enti pubblici centrali per un importo non inferiore agli 800 milioni di euro e gli enti territoriali per non meno di 500 milioni di euro. Nello specifico il ddl prevede:

-una razionalizzazione degli enti pubblici e delle società partecipate attraverso procedure di riordino, trasformazione e liquidazione;

-predisposizione di un meccanismo di soppressione automatica degli organismi pubblici aventi funzioni accessorie di studio,consulenza e valutazione, trascorsi tre anni dalla loro istituzione;

-riduzione ad un massimo di 5 o 7 dei componenti degli organi societari delle società in mano pubblica;

-razionalizzazione delle spese per la dotazione di autovetture (auto blu) e di patrimonio immobiliare;

-razionalizzazione delle spese telefoniche mediante migrazione verso i servizi VOIP;

-utilizzo delle posta elettronica certificata per le comunicazioni tra le amministrazioni pubbliche (con ingenti risparmi connessi ai costi di archiviazione);

eliminazione dei consigli circoscrizionali nei comuni al di sotto dei 250.000 abitanti (in luogo dei 100.000 attuali);

-innalzamento a 600 metri di altitudine del requisito altimetrico minimo per l’insediamento della Comunità Montana;

-aumento delle incompatibilità per coloro i quali ricoprono un incarico pubblico, anche a diverso livello territoriale;

-riduzione del 20% dei consiglieri comunali e provinciali;

-riduzione da 16 a 12 del numero massimo degli assessori comunali e provinciali;

-limitazione delle aspettative per mandato elettorale dei sindaci, presidenti delle province, presidenti dei consigli comunali e provinciali e membri delle giunte comunali e provinciali;

-divieto per gli amministratori locali di ricoprire cariche di governo se operano contestualmente nel settore privato (limitatamente alle materie connesse alla specifica carica di governo locale ricoperta);

-obbligo di pubblicizzare sul sito istituzionale delle amministrazioni pubbliche:

  • Bilanci
  • Elenco di bandi di gara e di concorso
  • Criteri di selezione per gli incarichi
  • Indicazione del trattamento economico corrisposto ai consulenti e ai membri di commissioni e collegi.