venerdì 9 gennaio 2009

EDILECO: polemica al vetriolo fra centrodestra e Pd

“Botti” d’inizio anno. Al veleno. Sullo sfondo, la richiesta della Edileco-Lidl relativa ad un supermercato da realizzare in un’area attigua alla Statale 7 che collega Laterza a Matera. Pratica vecchia di due anni, oggetto di contenzioso: il “rigetto” della richiesta, votato a maggioranza nell’ultimo consiglio comunale, ha scatenato una dura battaglia verbale fra il Popolo della libertà e il Partito democratico.
“Il Pd voleva l’ipermercato” titola un volantino del Pdl: il “Buon Natale” - rafforza il Pdl - di chi voleva “abbassare le serrande al commercio laertino”. “Abbiamo votato contro un contraddittorio provvedimento di revoca, le cui conseguenze rischiano di ricadere sull'intera cittadinanza” è la risposta del Pd.
“E se noi non abbiamo riguardo dei piccoli commercianti, come mai l’Amministrazione Cristella ha dato sempre parere favorevole a quell'insediamento? E ci voleva proprio una sentenza del Tar - chiede il Pd - perché il Consiglio comunale si potesse pronunciare dopo due anni su questa vicenda?”.

Francesco Romano - La Gazzetta del Mezzogiorno

Cinque aziende, due capannoni

Si avvia a conclusione la tenace battaglia degli operai dello stabilimento ginosino.
“Caso Miroglio”, sul tavolo del ministero dello Sviluppo economico e della Regione le richieste di subentro.
Spiragli, anzi certezze possibili.La grande battaglia combattuta dagli operai della Miroglio ginosina, aiutati da sindacati e politici, si avvia ad una vittoriosa conclusione. Sui tavoli del ministero dello Sviluppo economico e della Regione sono arrivate alcune proposte per rilevare l'azienda o subentrarvi, le possibilità occupazionali vanno da un ventina fino a 180 unità.Si ha però una qual inquietudine: i capannoni sono due, quello di Ginosa (12 mila mq) e quello di Castellaneta (5000 mq) i richiedenti sono più di due: i tempi di magra non è un bello spettacolo veder sfumare altre possibilità di lavoro.Si è dinanzi a boatos, a voci, ma così concrete e dettagliate che non si può non credere. La preoccupazione di tutti ora è usare raziocinio e prudenza perché i capannoni tornino a pulsare di vita e a produrre ricchezza per i singoli e le comunità nelle quali sono insediati.Le richieste che saranno esaminate al ministero e alla Regione sarebbero almeno cinque. Un'azienda veneta del legno, interessata al capannone di Castellaneta; una società di legno per arredamenti, già in trattativa co i Miroglio; un'azienda di Barletta, che amplierebbe e diversificherebbe la sua produzione con il tessile abbigliamento, interessata a rilevare tutto lo stabilimento di Ginosa, cioè capannone, telai e altre macchine e, naturalmente quasi tutti gli operai; un'altra azienda di logistica agroalimentare, filiazione della Coldiretti, anche questa interessata allo stabilimento di Ginosa, per la sua vicinanza alla strada statale 106, questa per una ventina di posti; infine un'azienda modenese per lo smaltimento dei pneumatici, da una cinquantina di posti.Per cronisti, ma anche per gli storici di domani, il “caso Miroglio” può essere assunto ad emblema sia per la tenacia adoperata dagli operai nel mantenere integro il loro diritto al lavoro sia come elaborazione di una politica economica, di piccolo e grande respiro.La battaglia dei “ragazzi” di Ginosa cominciò su queste colonne, con un'intervista corale in cui fu rimproverata una qual inerzia da rassegnazione di sindacati e politica dinanzi alla frenesia fuggitiva dell'azienda, alla quale per il suo arrivo a Castellaneta e Ginosa era stati costruiti ponti d'oro, nel senso letterale del termine, per le agevolazioni finanziarie ottenute. Partì il treno della difesa del lavoro: assemblee, viaggi a Bari, Roma ed Alba, madre patria della Miroglio, nel lontanissimo Piemonte.Ministero, Regione, azienda capirono che quegli operai, scottati dalla chiusura del capannone castellanetano, non avrebbero ceduto e si misero a lavorare con concretezza alla ricerca di soluzioni. Ma la determinazione di quegli operai, il loro attaccamento al lavoro, come diritto, ma anche dome dovere, un tempo elogiati da Miroglio senjor come di altissima produttività, uscì dai confini ginosini e la sua eco giunse in aziende in cerca di occasioni di espansione.Ed eccole qui, le aziende, alcune senza nessuna pretesa d'aiuti statali, in grado di comprare il capannone e le macchine e di cominciare subito a lavorare, anche grazie alla qualità professionale e deontologica di quei “ragazzi”, quasi tutti under 40, i più alla loro prima esperienza lavorativa, sulla quale avevano impostato famiglia e futuro dei figli.Tornando ai boatos, alle aziende che hanno chiesto di lavorare nei capannoni, si sa con precisione di due progetti operativi di imprese pugliesi, entrambe interessate al capannone di Ginosa, come di un polo industriale polifunzionale. Le due proposte fanno capo rispettivamente ad Antonio Battaglia, assistito nello specifico da Paolo De Pace, e alla Op Jonica Fruit del gruppo Coldiretti.Antonio Battaglia, imprenditore di Barletta, attivo da oltre 30 anni nel comparto tessile-calzaturiero, è azionista di riferimento della Bicap srl, leader mondiale nella calzatura per antiinfortunistica, con un fatturato consolidato di circa 30 milioni di euro e export in oltre 26 paesi. Il progetto riguarda l'acquisizione del ramo di azienda costituito da macchinari, strutture immobiliari e rapporti di lavoro dipendente dello stabilimento Miroglio di Ginosa per creazione di una linea produttiva tessile-abbigliamento, con un'occupazione stimata in 120 unità nell'ipotesi minimale e 180 nell'ipotesi di un contratto di continuità con il gruppo Miroglio per la fornitura di tessuti e filati. L'operazione prevede investimenti nel segmento produttivo dell'abbigliamento e del calzaturiero, in quanto la linea di prodotto finale, con marchio proprio e per marchi terzi, sarebbe comprensiva anche dell'accessorio calzatura.Per una definizione completa del piano i tecnici del Battaglia sono in attesa di concordare la data del sopralluogo.Il progetto della Jonica Fruit, che chiude il 2008 con un fatturato prossimo a 10 milioni di euro, prevede invece la creazione di un polo di logistica agroalimentare per la conservazione e lavorazione di prodotto dell'ortofrutta di produzione locale. In questo caso, l'interesse è per una parte delle strutture immobiliari e per l'assunzione di 10-20 unità lavorative, con investimenti concentrati sui sistemi di refrigerazione e smistamento dei prodotti. Il progetto si avvale del potenziale produttivo del territorio e della completata viabilità della ss 106 e successivi collegamenti a livello nazionale.Anche in questo caso, è stato chiesto alla Miroglio, sempre per il tramite del Ministero, di un sopralluogo.Delle altre tre imprese interessate ad insediarsi a Ca stel laneta e Ginosa si hanno notizie generiche sulla loro ragione sociale, ma certe sul loro interessamento.I sindaci di Ginosa e Castellaneta ora sono dinanzi ad una prospettiva: due capannoni per cinque aziende. Che fare? Lasciare che tre vadano via? O trovare posto anche per esse e per altro lavoro in una zona in crisi endemica?I sindaci della zona, Luigi Montanaro, di Ginosa, Giuseppe Cristella di Laterza, Giovanni Quero di Mottola e Michele Labalestra di Palagianello, insieme con i consiglieri regionali di Ginosa, Pietro Lospinuso di An e Paolo Costantino del Pd e con l'on. Ludovico Vico, del Pd, quasi sempre presente nelle manifestazioni in quanto ex segretario provinciale e regionale della Cgil, faranno fronte comune, politica bipartisan, per mantenere in loco tutte e cinque le aziende?»

da Corriere del Giorno di Michele Cristella

giovedì 8 gennaio 2009

Ne vale la pena?

Molti lettori mi hanno chiesto "che fare?" dinanzi alle tante cose che non vanno e alle tante storture che anche su questo blog raccontiamo.

Dietro questa domanda in alcuni casi se ne nasconde con evidenza un'altra: "A che serve questo che state facendo?" E anche: "Ma vale la pena impegnarsi se poi le cose non cambiano?"
Accade spesso che gli esseri umani, col senno del poi, si pongano la più banale e usuale delle domande: ne è valsa la pena?

Scrive Aristotele: “Nello stesso tempo uno vede e ha veduto, conosce e ha conosciuto, pensa e ha pensato, mentre non può imparare e aver imparato, né guarire e essere guarito”.
La frase potrebbe apparire contorta e priva di senso, se non fosse che essa coglie una differenza di fondo nell’agire umano: da una parte le azioni che non sono dirette a “produrre”, ma consistono in un “attivarsi” della propria natura (praxis), dall’altra quelle che sono dirette a “produrre” (poiesis).
Sulla scia del pensiero antico, un profondo filosofo contemporaneo, prematuramente scomparso, così si esprime: “La prassi etica è dunque prima ancora che un fare, un essere; anche se è un essere che si deve continuamente fare” (F. Calvo).
Dunque l’etica spinge a fare, ma, per dir così, questo fare segue l’interrogativo seguente: “Cosa fare in quanto uomo?”, dove il “fare” è, all’evidenza, frutto del mantenersi nell’orizzonte della propria natura: l’attuarsi della propria natura. Il nostro essere – afferma Aristotele – è un “cammino verso la natura”.
Ecco dunque che l’attivarsi della propria natura segue regole del tutto diverse dal “fabbricare” qualcosa al di fuori di sé (o anche in sé). Credo bisogni sempre aver davanti agli occhi, come una stella polare, la summa divisio cui sopra accennavo: da una parte la poiesis, dall’altra la praxis.
Da una parte c’è il produrre, il fare, insomma c’è tutto quello che giustifica il porre, da parte nostra, la risposta all’interrogativo di sempre: ne è valsa la pena? C’è stata un’utilità? A che pro infatti vendere scarpe se nessuno le acquista?
Ma, dall’altra parte, c’è quella che gli antichi chiamavano praxis: l’attivare la propria natura o, per dirla, colloquialmente, l’agire da uomini: fare esattamente ciò che un uomo, in quanto tale, è chiamato a fare in determinate circostanze.
Soprattutto nella contingenza delle umane vicende l’uomo è chiamato, nelle scelte, a scoprire il suo esser-uomo.
Non a caso, posiamo distinguere due generi di norme: quelle che hanno senso a condizione di reciprocità (che senso ha “tenere la destra” in un città dove ogni veicolo circola come meglio gli aggrada?); quelle che rendono ossequio alla propria natura e alla quali l’ossequio è prestato per rispettare se stessi, anche se il resto del mondo fosse così sventurato da tradire la propria natura (è dunque ben fortunato chi non ruba in un mondo dove i più rubano!).

Sia detto tra parentesi, questo modo di vedere le cose, consente di controbattere (almeno così mi illudo) affermazioni del tipo “solo i fessi non rubano” o “è meglio gestite una pizzeria che studiare”, etc etc.
Dunque, al quesito “ne è valsa la pena?” rispondo così: nell’assalto alla torta, nel degrado del bene comune, nel lievitare dei privilegi, nel trionfo della menzogna organizzata, abbiamo fatto ciò che ogni uomo, in quanto tale, è chiamato a fare: ci siamo opposti sine spe nec metu.
Non avremmo potuto conservare la nostra dignità chiudendo occhi, orecchi e bocca. Punto.
Fossimo rimasti in due a farlo, lo avremmo fatto. Ma c’è dell’altro.
C’è che forse, a ben vedere, oltre che soddisfare le esigenze della praxis, abbiamo anche messo in atto un po’ di poiesis: oltre che a essere noi stessi, abbiamo anche “fabbricato” qualcosa, non siamo rimasti a mani vuote: è iniziato un pubblico dibattito sul correntismo; si è posto il tema della libertà di espressione nei gruppi (di più: lo si è posto a parametro di giudizio quanto alla “bontà” di un gruppo); è in atto, da parte nostra, un confronto serio e leale con la “società civile” (questo blog ne è prova lampante).
Certo, sono d’accordissimo: occorre avere ben presenti le ragioni del “fare” e si deve fare - dobbiamo fare - molto di più. E’ su questo “di più” che si sta meditando.
Ma non demoralizziamoci: abbiamo seminato e piantato alcune tenere piante: non sono questi tempi in cui raccogliere frutti. Sono tempi di semina tenace più che di gioiosa raccolta; di speranza più che di consolazione: speranze rafforzate dalla coscienza di esserci comportati da uomini liberi.
E scusate se è poco.



Davide

Job Opportunities

Come richiesto dai nostri lettori, Vi proponiamo una sezione dedicata alle offerte di lavoro :







lunedì 5 gennaio 2009

Federalismo Fiscale e amministratori locali

Dipendesse da lui, forse Silvio Berlusconi non riserverebbe neppure un minuto al federalismo fiscale. Dipendesse da lui, forse Umberto Bossi non dedicherebbe nemmeno un secondo alla riforma della giustizia. Ma, dal momento che per raggiungere il proprio obiettivo, Silvio deve battersi per il traguardo di Umberto, e Umberto per quello di Silvio, il federalismo e la giustizia saranno i temi caldi dell’anno appena incominciato.
Bossi ha ottenuto la corsia preferenziale. Si comincerà con la riforma che sta a cuore alla Lega: i soldi dei contribuenti devono essere gestiti sul territorio da Regioni, Province e Comuni. Almeno a parole, il federalismo fiscale ha ottenuto il primo successo: la quadratura del cerchio. Al Nord, infatti, viene garantito che resteranno più quattrini nelle loro regioni. Al Sud viene assicurato che i suoi enti locali non perderanno un euro. Come sarà un possibile realizzare un miracolo, che riuscirebbe difficile persino ad un’autorità divina, nessuno lo spiega. A meno che, ciclicamente, non si torni a chiedere ai contribuenti di rimettere mano al portafogli.
Due economisti di scuola liberista - Piercamillo Falasca e Carlo Lottieri - hanno di recente dato alle stampe un libro, edito da Rubettino, il cui titolo non ha bisogno di esegesi: «Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno». La tesi dei due autori si può riassumere così: basta con l’assistenzialismo e la logica della perequazione, gli aiuti al Sud finora hanno premiato solo una minoranza ben rappresentata, il Mezzogiorno ha bisogno di autonomia e responsabilità, il ceto politico meridionale deve dare conto direttamente ai cittadini di come spende le risorse ricavate dalla tassazione.
Sulla carta il ragionamento non fa una piega: «Pago, vedo, voto». Sulla carta. In realtà, quanti fra gli elettori saprebbero districarsi tra le competenze che spettano ai vari enti, dalle comunità montane alle Regioni, dalle Province ai Comuni e valutare di conseguenza l’operato degli eletti?
Gli stessi esperti avrebbero difficoltà ad orientarsi in un labirinto istituzionale più complicato di un brano di Tacito (55-117 dopo Cristo).
Ma Falasca e Lottieri vanno oltre: anziché chiedere una maggiore redistribuzione a loro favore, la classe politica e l’opinione pubblica meridionale dovrebbero accettare la sfida tra territori, rinunciare allo status quo e proporre al Centro-Nord uno scambio di questo tipo: alla riforma federale e all’abolizione di ogni sussidio deve accompagnarsi l’abbattimento generalizzato e per dieci anni dell’imposta sul reddito di impresa per chi investe al Sud. Il costo per l’erario, per i due saggisti, sarebbe sostenibile: si creerebbero quelle condizioni favorevoli allo sviluppo rincorse invano per 50 anni, il Mezzogiorno si trasformerebbe in una «tigre mediterannea» in grado di azzannare e spaventare chiunque. Tutto può essere. Anche se la storia economica è un oceano di terapie e previsioni sbagliate. Ma non è questo il punto.
Il federalismo fiscale comporterà inevitabilmente un aumento dei poteri delle classi dirigenti locali. Domanda: sono all’altezza, sul piano culturale oltre che politico, le nomenklature territoriali di favorire lo sviluppo senza mortificare il mercato e la trasparenza? Il caso Romeo, la cui tipologia non costituisce un’esclusiva campana, indurrebbe a credere il contrario. Le ultime inchieste sulla corruzione non sconcertano tanto per i loro risvolti penali quanto per le scoperte delle nuove frontiere che, diciamo così, hanno raggiunto i rapporti fra amministrazioni locali e imprese. Non si capisce chi guidi le danze, se siano certe imprese a pilotare le amministrazioni o certe amministrazioni a eterodirigere le imprese.
L’impressione è che parecchi amministratori locali puntino a divenire i suggeritori esterni, i manager occulti, i faccendieri clandestini di certe imprese. Non sempre è l’imprenditore a proporre l’«affare». A volte è direttamente il politico o il burocrate influente. A leggere le carte di alcuni processi si direbbe che il mestiere di alcuni amministratori consista, in prevalenza, nel procurare consulenze agli amici e nell’offrire «dritte», su cui lucrare copiose provvigioni, alle imprese disposte a «cooperare». Se poi le opere realizzate si riveleranno inutili, oltre che ipercostose, o richiederanno nuovi salassi sulla pelle dei già tassati, poco importa. Tanto, chi saprebbe indicare la gerarchia delle responsabilità?
In questo scenario, ritenere che il federalismo fiscale possa rendere più efficienti le istituzioni è come credere che l’interista Adriano rinuncerà alla vita notturna: è solo un atto di fede. Ma la politica non può procedere col «vediamo che succede». La premessa della rivoluzione federale è una classe dirigente educata alla cultura del buongoverno (a cominciare, anche, dalla soppressione di enti inutili come le Province). Ma se la classe dirigente rema in tutt’altra direzione, un obiettivo teoricamente condivisibile come il federalismo fiscale rischia di produrre un rimedio peggiore del male. Altro che Sud tigre del Mediterraneo.
di Giuseppe De Tomaso - gazzetta del mezzogiorno

sabato 3 gennaio 2009

Laterza: inizia il 2009

Un nuovo anno è iniziato e il Partito Democratico di Laterza, augura a tutti i cittadini di poter trascorrere un 2009 più sereno e meno incerto. Il nostro pensiero va in particolar modo ai, sempre più numerosi lavoratori che stanno attraversando un momento difficile. Il nostro augurio vuole essere un piccolo segnale di serenità verso l’incertezza per il futuro, ma anche verso la mestizia del clima che si respira in un paese inaspettatamente privo di luci, addobbi e decori natalizi.
Il 2008 è stato un anno importante per il Pd che ha avviato la sua attività politica, ma è anche stato l’anno dei cattivi odori e dell’inerzia politica che caratterizza Laterza. E’ inutile nascondere il nostro rammarico per tante cose successe e il nostro disappunto per una gestione amministrativa dimostratasi miope e arrogante. Il Pd rimarca l’assenza di una qualsivoglia pianificazione del territorio, e denuncia una distratta gestione dell’urbanizzazione delle aree di espansione ed una inconsistente manutenzione del patrimonio edilizio esistente. Priorità assoluta di questo ambito è sicuramente la mappatura degli edifici scolastici di competenza comunale al fine di verificarne la sicurezza, funzionalità e idoneità sismica.
La disattenzione per le periferie è sotto gli occhi di tutti. Ci sono zone del paese che ancora attendono la realizzazione di urbanizzazioni primarie e secondarie. La protesta dei cittadini residenti in parco Avucchiara è un chiaro esempio di superficialità ed inerzia nell’affrontare i reali problemi che sciaguratamente si ripropongono ogni qualvolta si verifichi una pioggia abbondante o addirittura un principio di incendio. Le molteplici sollecitazioni che riceviamo dai cittadini su queste questioni sono una prova diretta e tangibile di una diffusa disattenzione nei confronti del problema “casa”.
Sono questi alcuni degli argomenti che il PD di Laterza riproporrà nella sua azione politica per il 2009.
Siamo tuttavia consapevoli del fatto che il modello di governo proposto dalla maggioranza di centro-destra rende complicato, se non addirittura impossibile, il confronto a causa di una totale assenza di ascolto e dialogo in un contesto opaco e privo del benché minimo rispetto dei principi di trasparenza e imparzialità amministrativa.
Il pasticcio sul Regolamento del Consiglio Comunale, dopo 2 anni di inutili commissioni, dimostra l’inconcludenza e l’insensibilità democratica della maggioranza. Il Pd aveva presentato una propria bozza di modifica del regolamento perché ritiene fondamentale rilanciare il ruolo del Consiglio Comunale in termini di indirizzo, controllo e rappresentanza dell’intera comunità. La palese spregiudicatezza istituzionale ha raggiunto il suo apice con l’approvazione del regolamento sulle “civiche benemerenze” che ora permette alla Giunta (organo di gestione) di conferire tale onorificenze in modo strumentale e parziale per rincorrere un becero consenso che deprime il livello di convivenza della comunità laertina.
L’incapacità di ascolto è la causa principale della vicenda Progeva, per la quale sono state sottovalutate le preoccupazioni dei consiglieri di opposizione e dei responsabili dei servizi ASL del territorio. In questi giorni si è “conclusa” un’altra vicenda di cui sentiremo ancora parlare e che testimonia l’indiscutibile incapacità amministrativa che contraddistingue la Giunta Cristella e le sue maggioranze. Parliamo della questione EDILECO-LIDL, una vicenda paradossale che evidenzia la continua confusione esistente tra ruolo politico e tecnico che caratterizza anche il secondo mandato del sindaco Cristella.
Il senso di responsabilità del PD ha portato i propri consiglieri a votare contro un insulso e contraddittorio provvedimento di revoca, consci che le conseguenze di tale decisione potranno ricadere sull’intera cittadinanza. Oggi ci vien detto di non avere riguardo per i piccoli commercianti locali! Bene, ci chiediamo perché l’amministrazione Cristella ha sempre dato parere favorevole a quell’insediamento? E ancora, era davvero necessaria una sentenza del TAR, per far sì che dopo 2 anni il Consiglio Comunale si potesse pronunciare su questa vicenda?
Intanto un altro anno è passato e la pressione tributaria è ancora ai massimi consentiti mentre assistiamo ad un continuo susseguirsi di spese inutili che distraggono fondi ad interventi ben più urgenti, che però vengono accantonati perché inidonei a garantire ai nostri amministratori utili vetrine propagandistiche da utilizzare per le proprie ambizioni politiche. Un solo riferimento alla “mania delle giostrine” che stanno invadendo le nostre piazze.
Speriamo che per il nuovo anno siano i cittadini, le loro esigenze e necessità, ad essere al centro dei provvedimenti amministrativi affinché effettivamente prevalgano gli interessi generali su quelli particolari ed individuali.
Comunicato Stampa - Pd Laterza

venerdì 2 gennaio 2009

Fitto dove sei?

Ecco come il Governo Berlusconi si occupa del Meridione. La delibera del Cipe del 18/12/2008 ha previsto questo riparto dei fondi per le Opere Pubbliche. Tutto questo in un quadro più complessivo di "saccheggio" del Fas (Fondo Aree Sottoutilizzate),a vantaggio del centro-nord in totale violazione del riparto previsto che prevede che l'85% del fondo sia destinato al centro-sud.
Ministro Fitto dove sei?



Ironicamente 2009

“Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po'
e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò. 
Da quando sei partito c'è una grossa novità,
l'anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va"

Il 2008, l’anno della crisi delle banche, della crisi energetica, della crisi dell'industria automobilistica, dell'incertezza su tutti i settori, passerà tristemente alla storia per l'anno della Crisi Mondiale, come quel famoso 1929.

Per noi italiani invece, il 2008 sarà ricordato anche come l'anno della "social card" da 40 euro, che rievoca tanto "la tessera per il pane” di un ventennio passato, ma che sporadicamente riaffiora; del “bonus”, elemosina per i poveri, strombazzato dal governo, anzi dal suo commercialista Tritamonti, come geniale risoluzione della crisi delle famiglie.

 L’anno che verrà, il 2009, sarà migliore?

 “Er Pupazzo Incipriato”, cavallerizzo  di Arcore, ha detto che  “il  2009 sarà un anno terribile“, forse la fine della democrazia?; per Bonanni della CISL, “sarà un anno orribile”; Romiti a Ballarò ha annunciato per il 2009 cataclismi per l’economia mondiale e italiana in particolare.

 Anche le previsioni di Confindustria non sono rosee: la crisi continuerà per tutto il 2009 e per la prima volta dal 1994 ci sarà un calo dell’occupazione dell'1,4%.  

Dopo tali solenne dichiarazioni, è davvero duro essere ottimista.

Dobbiamo ricorrere all’ “ottimismo della ragione” di gramsciana memoria, sapendo con certezza che il 2009 sarà un anno storico di grande novità:

il 20 gennaio Barack Obama, un “giovane, bello e abbronzato”, giurerà come Presidente degli Stati Uniti.

E’ il segnale che un altro mondo è possibile; un mondo in cui un “nero” diventa Presidente degli Stati Uniti d’America, un mondo senza più guerre, fame,  violenza, odio, senza più paura delle bombe dei kamikaze, della guerra biologica, senza più effetto serra e riscaldamento globale, non più sommersi dai rifiuti, ma più tempo per sorridere e per dedicare agli altri.

Cerchiamo di cambiare anche noi, noi che vogliamo cambiare il mondo.

 Moretti aveva ragione quando diceva che “con questa sinistra non vinceremo mai”; ma è altrettanto vero che  con  l’ idea  retorica e noiosa di far politica  siamo  lo stesso destinati a perdere.

Non è con la contestazione giornaliera che si cambia la vita.

E’ ora di cambiare, di stupire con iniziative ironiche e intelligenti, con la voglia di “prendere per il culo”.

La notte del 31 dicembre, invece di sparare petardi e bombe, che oltretutto creano danni, facciamo qualcosa di imprevedibile, intelligente, ironico;incontriamoci tutti in piazza, tenendoci per mano e tutti insieme, in coro, a mezzanotte, spariamo  una sonora pernacchia a Gisella KRISTALLIN, a SCACCO MATTO e a tutta la magnoranza con gli auguri di andare via insieme al 2008. "……….. vedi caro amico, è questa la verità"

Un conto da 4 miliardi Accordo fatto con Air France

DIECI mesi dopo, con quasi lo 0,3 per cento di pil sottratto ai contribuenti e 7.000 posti di lavoro in meno, Alitalia torna a parlare francese. Era il 14 marzo 2008 quando Air France-KLM depositava la propria offerta vincolante, subito accettata dal Consiglio di Amministrazione di Alitalia. Sono stati 10 mesi da incubo per i viaggiatori, presi ripetutamente in ostaggio in una battaglia senza esclusioni di colpi in cui la politica ha occupato un ruolo centrale, dimentica della recessione che ci stava investendo. In questi 300 giorni gli italiani hanno visto franare il prestito ponte di 300 milioni di euro concesso quasi all'unanimità dal Parlamento italiano. Oltre a perdere così un milione al giorno, i contribuenti si sono accollati i debiti contratti dalla bad company per quasi tre miliardi.

Ci sono poi circa 7.000 posti di lavoro in meno nella nuova compagnia rispetto all'offerta iniziale di Air France, che comporteranno, oltre ai costi sociali degli esuberi (soprattutto di quelli che riguardano i lavoratori precari), oneri aggiuntivi sul contribuente legati al finanziamento in deroga degli ammortizzatori sociali, per almeno un miliardo di euro. Il conto pagato dal contribuente è, dunque superiore ai 4 miliardi di euro, più o meno un terzo di punto di pil, quasi due volte il costo della social card e del bonus famiglia messi insieme.

Sarà Air France-KLM l'azionista di maggioranza, in grado di decidere vita, morte e miracoli della compagnia sorta dalle ceneri di Alitalia. Poco importa che sia italiana la faccia, che si chiami ancora Alitalia la nuova compagnia. Sarebbe stato così comunque, anche con il 100 per cento del capitale nelle mani di Air France-KLM. Come canta Carla Bruni, chi mette la faccia "non è nulla", chi mette la testa "è tutto".

La composita cordata italiana ha dovuto subito rinunciare all'italianità della compagnia perché non era da sola in grado di far decollare neanche il primo aereo, previsto in volo sui nostri cieli il 13 gennaio prossimo venturo. Air France rileva il 25% della nuova compagnia, versando 300 milioni. Questo significa che il 100 per cento del capitale viene oggi valutato 1200 miliardi, circa 150 milioni in più dei 1052 pagati a Fantozzi da Colaninno e soci solo un mese fa. Questo sovrapprezzo si spiega col fatto che CAI ha nel frattempo acquisito Air One. Si tratta di una compagnia in crisi, con un debito verso i soli fornitori valutato attorno ai 500 milioni di euro, ma il valore dell'acquisizione di Air One è tutto nella soppressione dell'unico concorrente sulla tratta Milano-Roma, consumatosi con il beneplacito della nostra Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Anche questi 150 milioni vanno aggiunti al conto pagato dagli italiani. E' sono sicuramente una sottostima dei costi che dovremo pagare per la mancata concorrenza.

Conti fatti, è soprattutto Air France dunque ad aver fatto un affare. Rileva una compagnia più leggera di 7000 dipendenti rispetto a quella che avrebbe acquisito nel marzo scorso, che ha nel frattempo assunto una posizione di monopolio nella tratta più redditizia versando molto meno di quel miliardo su cui si era impegnata solo 10 mesi fa.

Dopo avere subìto un danno ingente in conto capitale e avere assistito alla beffa finale di vedere documentata, nero su bianco, la svendita della loro compagnia di bandiera allo straniero da parte dei "patrioti" della Cai, i cittadini italiani rischiano ora di vedere salire ulteriormente le tariffe aeree, in barba alla deflazione. Per scongiurare questo pericolo l'Autorità Antitrust dovrà assicurarsi fin da subito che gli slot lasciati liberi da Alitalià vengano venduti sul mercato. Le speranze di concorrenza in Italia riposano ormai solo sull'ingresso di Lufthansa-Italia nella tratta Milano-Roma. Varrà senz'altro molto di più della moral suasion esercitata da chi, dopo aver benedetto la fusione fra CAI e Air One il 3 dicembre scorso, oggi promette di monitorare da vicino le tariffe della nuova compagnia.

TITO BOERI
Repubblica
(2 gennaio 2009)

martedì 23 dicembre 2008

I DONI DI FEFE’

Sabato 20 dicembre sono fermo sul marciapiede di fronte alla scuola d’infanzia di via per Santeramo, dall’altra parte vestito a festa, tutto lavato, shampato e sbarbato, bidet appena fatto, pannolino pulito, sta Gisella KRISTALLIN con la sua banda, quando arriva, fermandosi davanti all’ingresso della scuola, una grossa macchina blù.

L’autista, rapidamente, corre a spalancare la portella posteriore di destra.

Non ne scende nessuno.

E’ FEFE’, il ministro Sfascia Sud, allenato dopo aver chiuso gli ospedali in Puglia.

Lieti di non rivederlo, dopo tanto tempo che non lo avevamo mai visto.

Fefè, bisogna ricordalo, protesi, ma non sappiamo quale organo, di Pupazzo Incipriato, unico sudista di un governo antimeridionale, ha capito che il solo caso in cui al governo lo prendono in parola è quando ripete, con la sua cortesia nota, questa frase: “Fate come se io non ci fossi”.

Infatti il porcellone, lo zombi e tutti i “ce l’hanno alle sei-e-mezzo”, giustamente non lo tengono in considerazione.

Il sud non esiste nell’agenda di questo governo.

Il ministro allo sfascia-sud Fefè ha detto che lui è molto legato a Lo voglio bene al mio paese, lo porta nel cuore e, al prossimo consiglio dei ministri, segnalerà tutte le raccomandazioni dei suoi amici.

Per onestà intellettuale (sic!), aggiunge che nessuno al governo si preoccupa di chiedere il suo parere e lui si ribella soltanto quando sente dire che viviamo in tempi difficili.

Difficili? Ma se è diventato ministro!

“Ma che tempi difficili.”- ha esclamato Gisella KRISTALLIN, “chi l’avrebbe mai pensto che io sarei diventato sindaco!” e, spinti da un sentimento comune di grande amore, i due ronzini forza italioti si sono abbracciati.

Ricordato di essersi venuto a Lo voglio bene al mio paese, ma non sapendo perché, Fefè ha donato a Gisella KRISTALLIN 10 alberi appena innestati, 20 piante tipicamente del salento, un albero di Natale, caduco, per non dire spennacchiato, ma illuminato, l’unico nel paese di un anno molto austero, perché SCACCO MATTO, assessore alla povertà, nuova figura istituzionale di un paese tradizionalmente ricco e fiorente, molto generosamente, ha voluto donare, a differenza degli altri anni, i soldi che si sprecano per le feste, ai poveri.

Finita la festa, gabbato lo santo.


lucifero


lunedì 22 dicembre 2008

Straordinario......

A Laterza si è inaugurato un nuovo Asilo. Finalmente diranno molti. Straordinario! Provate a pensarci. E' l'aggettivo più straripante di questi anni. Una volta lo usavano solo i presentatori televisivi per il loro ospite o il loro pubblico. Ora tutto è straordinario. Più nessuno è "solo" bravo, intelligente od operoso. Più niente è "solo" funzionale, pulito, comodo. C'è ovunque un'ansia di straordinarietà. Nelle parole, nei sogni, nelle promesse. 
Da tempo imperversa l'ideologia delle grandi opere come misura ultima delle qualità di un politico. Come dire che il più virtuoso capofamiglia è colui che porta moglie e figli a Cortina mentre piove dal soffitto o i lavandini puzzano di fogna. Si inaugurano tante piazzette con tante giostrine. Intanto ci sono buche nelle strade, manca la manutenzione delle scuole e le periferie sono sempre più abbandonate a loro stesse. 
Dietro i problemi della quotidianità c'è questa sciagurata cultura della straordinarietà che porta a considerare sprechi tutti i soldi investiti nella manutenzione, nell'edilizia minore, nelle semplici dotazioni della vita quotidiana, più semplicemente in tutto ciò che "non si vede", che non produce nastri da tagliare o folle in delirio. Non importa che queste cose non straordinarie possano rendere più sicura e piacevole la vita di chi studia, di chi lavora o deve curarsi.
Straordinario e ordinario, si intende, non sono sempre alternativi. Il guaio è che a Laterza lo sono diventati. Siamo il regno della magia e del sogno. Questo e' il mondo di Laterza, che coltiva i sogni di favolose carriere politiche e dimentica i cittadini.

venerdì 19 dicembre 2008

I giovani sono ad alto rischio povertà

Nuclei monoreddito, con un alto numero di componenti a carico, in cui nemmeno la laurea e il lavoro dipendente danno sufficienti garanzie per una vita dignitosa e in cui gli autonomi sono più a rischio dei pensionati. È la fotografia che emerge dall’indagine sui redditi e le condizioni di vita delle famiglie meridionali pubblicata sull'ultimo numero della pubblicazione trimestrale della Svimez. Lo studio, condotto su dati Eurostat e Istat relativi al 2005 e al 2006, evidenzia come più di un meridionale su tre è stato esposto al rischio povertà contro l’11% del centro-nord. Sicilia e Puglia sono risultate le regioni con il più alto rischio di povertà (40% e 37%). Nel 2005, al sud, una famiglia su tre ha guadagnato tra 500 e 1500 euro al mese, contro il 18,4% del centro-nord. Tra i fattori che incidono sulla diseguaglianza dei redditi c'è l’incidenza di famiglie monoreddito, più alta al sud (47% contro il 41% del centro-nord. Il rischio di povertà è inoltre determinato dalla condizione lavorativa: il 51% dei disoccupati meridionali è infatti a rischio, percentuale che si dimezza al centro-nord (26%). Ma non si salva nemmeno chi lavora: quasi il 35% degli autonomi nel sud e quasi il 20% dei dipendenti è a rischio. Nel resto dell’Italia le percentuali sono riducono dalle 3 alle 5 volte.

Quanto all’età, nelle due aree la situazione è diametralmente opposta: se al centro-nord sono in pericolo gli anziani over 65, al sud sono i giovani con meno di 24 anni a essere penalizzati. In generale, inoltre, studiare di meno mette più a rischio, ma si trova in condizioni svantaggiate anche il 9% dei laureati meridionali. I meno abbienti hanno una percentuale di esclusione sociale molto più alta degli altri: nel 2005 al sud più di un povero su tre non è mai andato a teatro, al cinema, a visitare una mostra o ad assistere a un evento sportivo.

Lo studio mette anche in evidenza come il 15% e il 21% delle famiglie meridionali ha avuto difficoltà a pagare bollette e affitti, quasi il doppio rispetto al centro-nord. Quasi il 78% delle famiglie meridionali, infine, non è riuscito a mettere da parte risparmi e il 41% ha dichiarato di non poter sostenere una spesa imprevista di 600 euro.

MENO TRAFFICO PER TUTTI, BUS E BICI A TIRANA

TIRANA – 14 anni fa a Monaco un turista camminava su un marciapiedi. Da dietro gli inveirono contro: stava camminando sulla pista ciclabile indicata con un colore appena diverso. Si scostò immediatamente, poi vide all’incrocio un semaforo apposito per le bici. Il silenzio del traffico di quella città da più di un milione di abitanti era la cosa che più colpiva. Quei risultati ottenuti applicando l’organizzazione della mobilità (mobility management) magari in forma sostenibile si stanno via via applicando anche alle nostre città. Il 20 Dicembre un convegno a Tirana presso l’Hotel International in Piazza Skanderberg sarà il momento conclusivo di uno progetto complesso chiamato MOST, Mobilità Sostenibile a Tirana. Una sfida impossibile se si pensa al traffico caotico e alla imperante cultura dell’automobile. Eppure il Progetto MOST ha tutte le carte per realizzare praticamente quei concetti. Innanzitutto ha messo insieme i Comuni di Bari e Tirana, il Politecnico di Tirana, l’Assessorato ai Trasporti della Regione Puglia che finanzia con i POR il progetto ed Eco-logica, una società di ingegneria e consulenza ambientale di Bari con una consolidata esperienza nel settore. Senza dimenticare l’AMTAB, la municipalizzata dei trasporti pubblici baresi. Primo passo del progetto finanziato anche con Fondi Europei la formazione dei decisori pubblici sui temi del mobility management (la direzione della mobilità) e della mobilità sostenibile.

Secondo la creazione di una rete che metta in comune le decisioni che hanno ispirato i Sindaci di molte città del Belgio, dell’Olanda, della Svizzera, casi rivelatisi di successo.

Terzo progettare insieme modalità di trasporto alternative all’uso dell’auto privata e passare al coinvolgimento attivo di aziende private ed altri enti pubblici. Il tutto con un obiettivo generale: dire basta a inquinamento, stress, rumore e consumo di carburante.

Si è spesso ironizzato sui frequenti rapporti di Bari con Tirana, anche attraverso l’Assessorato del Mediterraneo ma il corretto sviluppo di quelle terre è la nostra prima sfida. Se questi esempi di cooperazione applicata alla gestione intermodale del traffico daranno risultati sarà la Puglia la prima ad averne vantaggio, anche in termini commerciali. Del resto è l’Europa a volerlo per prima. Prima di aggredire lontani mercati possiamo pensare a trovare nuovi consumatori sotto casa. Patrizia Milano, architetto, referente del Progetto MOST sui temi della mobilità sostenibile prova a sostenere queste ragioni. In fondo un Paese che non ha petrolio dovrebbe considerare prioritario il modo in cui ci si muove. Anche per i suoi polmoni.


giovedì 18 dicembre 2008

Per favore dateci una dittatura dell'onestà

Più violenta dell’ultima ondata di maltempo, una bufera giudiziaria si sta abbattendo su Abruzzo, Basilicata, Campania e Calabria. È una grandinata che sembra non aver fine, con uno scandalo al giorno e ogni giorno più squallido. I fatti sono diversi, ma la sostanza resta la stessa: le ruberie, con tutte le tecniche e le strategie immaginabili. Sembra che la tangentopoli milanese degli anni ‘90 non si sia mai conclusa e che il terremoto che provocò non abbia insegnato niente. Anzi, a voler essere perfidi bisognerebbe dire che oggi una novità c’è: anche chi si riteneva in qualche modo vaccinato contro la corruzione e il malcostume, oggi si scopre con scarse difese immunitarie.
Nel clima rovente di questi giorni è fin troppo facile perdere lucidità. E’ troppo facile prendersela con i magistrati e con una loro certa voglia di protagonismo. Sì, c’è anche questo aspetto, ma è marginale, non è il problema. Così come il problema non è la riforma della giustizia, che prima o poi bisognerà pur varare. Ciò con cui bisogna fare i conti è proprio la cosiddetta questione morale, due parole che si sono trasformate in uno slogan logoro, forse ancora buono per qualche convegno.
Il dilagare del malcostume e della mala amministrazione portano purtroppo ad alcune amare considerazioni.
La prima. La corruzione è praticata a ogni livello ed è un morbo contagioso che colpisce da Nord a Sud: ovunque ci sia del denaro pubblico lì c’è un possibile focolaio d’infezione tangentizia.
La seconda. Per contrastare questa situazione non è più pensabile - per la verità non lo era neppure prima - che possa bastare la logica del penalmente rilevante. Perché quando le situazioni arrivano al «penalmente rilevante» vuol dire che le mazzette sono già in tasca a qualcuno.
Terza considerazione. È facile a parole chiedere una rifondazione morale della società, scomodare i mostri sacri dell’etica pubblica, ma questi sono processi di lungo periodo, complessi e che è impossibile gestire quasi fossero i lavori di un convegno.

La prima reazione può essere di rabbia o di scoraggiamento. Non bisogna cedere. Fino a quando in ogni città ci sarà una persona onesta si avranno ragioni per sperare. Il passaggio più difficile da compiere è convincere e convincersi che la pratica dell’onestà è più redditizia, soprattutto sul piano economico. Senza tutte le ruberie, costruire opere pubbliche richiederebbe la metà del tempo e un terzo dei denari che oggi mediamente si impiegano. Siamo tra i contribuenti più tartassati: riflettiamo sul fatto che buona parte delle nostre tasse si perdono nei mille rivoli delle tangenti, delle consulenze, dei favori, dei sì da dire per costruire il consenso e poter avere così la possibilità di accedere a un livello più alto della piramide corruttiva.
Siamo in tempo di crisi economica, anzi di recessione. In molti rischiamo di dover abbassare il tenore di vita. Ce la faremo con qualche sacrificio e qualche rinuncia, anche se ci costeranno perché non siamo più abituati. Però anche il giro delle tangenti deve avere il suo venerdì nero. Soprattutto deve scomparire quella zona grigia in cui è difficile distinguere la linea che separa l’onestà da tutto il resto. Se vogliamo arrivare a un qualche risultato occorre tornare a ragionare con la logica del bianco e nero: non abbiamo più la tensione etica per consentirci sfumature nei comportamenti e nei giudizi. Questo significa - per esempio - premere sui partiti perché escano dalla vita pubblica non solo i condannati, ma anche e principalmente i «chiacchierati». Il senso della Stato invocato più volte dal presidente della Repubblica deve tradursi in una dittatura dell’onestà. Non si può continuare ad assistere alla farsa delle «autorizzazioni a procedere» che non vengono concesse neppure nei casi di più evidente compromissione dei parlamentari indagati. Per coerenza semantica bisognerebbe parlare di «negazioni a procedere». Un sacrosanto principio di difesa delle idee e delle prerogative dei rappresentanti del popolo si va trasformando ormai in una sorta di diritto feudale per cui tutti i cittadini possono essere perseguiti tranne che i parlamentari. Da questo equivoco bisogna uscirne, senza leggi né riforme né interventi speciali: è sufficiente che alla logica dell’interesse privato si sostituisca quella dell’interesse pubblico.
Ci aspetta una stagione lunga e difficile, forse più dell’inverno preannunciato dai meteorologi. Ma dopo ogni inverno, per fortuna, c’è sempre una primavera.
di Michele Partipilo - Gazzetta del Mezzogiorno

Laterza al Buio

«Laterza sembra essere piombato negli anni trenta o giù di lì: un paese al buio». A pensarla così è l’avvocato Marcello Lasalvia dell’Unione Nazionale Consumatori che, in una lettera inviata all’Enel e al sindaco di Laterza, denuncia i notevoli disagi subiti dai consumatori per via dei continui problemi all’illuminazione privata e pubblica.
«Interruzioni frequentissime di energia elettrica (anche dieci al giorno) – scrive Lasalvia nella lettera - mettono a repentaglio l'incolumità dei cittadini, spesso intrappolati negli ascensori, e compromettono l'integrità degli strumenti alimentati da energia elettrica paralizzando di fatto le attività produttive, commerciali e domestiche. Ancora oggi, nel 2008, la cittadinanza è costretta a subire, per colpa di chi non è dato sapere (Enel?), interruzioni e sbalzi di tensione alle linee elettriche».
«Fenomeno ancora più grave ed allarmante – sottolinea l’avvocato - se si considera che la maggior parte delle utenze sono fornite di elettrodomestici (lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie etc.) utensili ed apparecchi alimentati elettricamente (si pensi alle tapparelle, ai portoni dei garage). Una problematica da paesi del terzo mondo non nuova, peraltro, per Laterza, che si presenta puntualmente non solo quando le condizioni meteorologiche sono particolarmente avverse (come in questi giorni) bensì anche nei giorni di pioggia (anche lieve) e di umidità».
La lettera di protesta è quindi il frutto di numerose lamentele dei cittadini, giunte all’Unione Consumatori, che denunciano disagi e guasti, dai computer ad apparecchi vari.
«Non abbiamo mancato – scrive ancora Lasalvia - di segnalare all'Enel questa ed altre problematiche (nelle scorse settimane l'interruzione elettrica nel centro urbano si è protratta per oltre otto ore) senza riceverne risposte esaurienti e convincenti. Se poi aggiungiamo che anche la pubblica illuminazione a Laterza funziona - per usare un eufemismo - a macchia di leopardo, con zone dell'abitato che di sera restano completamente al buio, il quadro della situazione risulta più chiaro nella sua gravità».
Insomma, il rappresentante dell’Unione Consumatori, chiama in causa direttamente l’Enel: «Se ci sei batti un colpo». Ma anche l'Amministrazione comunale: «Che cosa sta facendo in merito?» si chiede. E l’avvocato conclude così la sua lettera: «Attendiamo risposte e, soprattutto, che si faccia, finalmente, “luce” sul perché di questo continuo disagio».
Corriere del Giorno- redazione provincia