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mercoledì 14 gennaio 2009

Boccia (Pd): un patto per Taranto con Riva

Professor Boccia, ora è l’industria dell’acciaio in grave difficoltà per la crisi. A quasi tre anni dal dissesto sembra che gli incubi per Taranto non finiscano mai.
«Proprio Riva deve capire che, con la crisi, il tempo del ricatto occupazionale è finito. L’Ilva, le aziende dell’area industriale e la stessa città, in tutti i suoi ceti a partire dalla classe dirigente, devono ascoltare l’appello del presidente Napolitano: non c’è altra strada per superare il momento difficile se non quella di creare una società più giusta. A Taranto questo lo dissi subito dopo il dissesto e mi fa piacere la sintonia col capo dello Stato».


Lei fu già critico con l’Ilva . . .
«Attenzione, perché non mi sono trasformato in un figlio dei fiori, in un antindustrialista. Dico però che la questione ambientale non è lo sfizio di un amministratore. E’ la premessa perché tra 20 anni i nostri figli vivano in una Puglia migliore di quella in cui viviamo oggi. A Riva dico: vuoi restare? Investi sulla città. Penso a un patto per reimpiegare parte degli utili a Taranto. Il Gruppo Riva dice che il siderurgico è centrale nella loro strategia d’impresa. Ma se scaricano su Taranto, sui lavoratori, i costi della crisi non sembra proprio così. Ecco, quindi, che il campo va sgombrato dagli equivoci. Ovvio che gli investimenti cui alludevo dovrebbero riguardare l’ambiente e avere anche altre ricadute benefiche sulla collettività. Sarò un illuso, ma penso ad un modello industriale e sociale come quello di cui fu artefice Adriano Olivetti».


Onorevole sembra un sogno.
«E allora, se nell’impresa, e nella comunità, non penetra il concetto che si perde insieme e si guadagna insieme, soprattutto nei momenti di crisi, rovesciamo il ragionamento chiamando in causa il governo Berlusconi. Visto che è stata elargita ad Alitalia una cassa integrazione di sette anni, pagata ai lavoratori, in gran parte milanesi e romani, con i soldi che spettavano al Mezzogiorno, allora il governo preveda una cassa integrazione di dieci anni all’Ilva: chiudiamo lo stabilimento e così “liberiamo” Taranto. Potremmo estendere la provocazione all’Eni, perché no? Cosa resterebbe? Ah, sì Alenia. Il mercato, si sa, è impietoso se qualcosa non va per il verso giusto. Mi auguro che l’azienda voglia continuare a mantenere la sua presenza forte in provincia di Taranto».


C’è chi teme lo spostamento della direzione di Alenia a Napoli.
«Per carità, risparmiamoci la guerra tra poveri. Puglia e Campania, depurate da criminalità e sommerso, potrebbero essere l’asse che traina il Sud come la Lombardia e il Veneto al Nord».


E la politica? Per far le cose bisogna essere in due.
«Infatti. Parlo di comunità e di politica, perché per me coincidono. A Taranto la classe dirigente sarà sottoposta al giudizio degli elettori a partire dalle provinciali di giugno. Il Pd, e il suo candidato Florido, hanno una chance».


Scenderà in campo con una lista?
«Dipende da come si muovono Florido e il partito. Non è da escludere. Certo, il Pd deve coinvolgere la gente, i ceti delle professioni, i giovani, non come elettori, ma come nuova classe dirigente. Parlo dei tanti che finora sono stati tagliati fuori. Chi ha governato per 15 anni ora scriva qualche articolo sul giornale. Occorrono forza e coraggio di cambiare».


di FULVIO COLUCCI da "La Gazzetta del Mezzogiorno"

giovedì 16 ottobre 2008

Salva la scuola!

Oggi giovedì 16 ottobre, alle ore 18.00, presso il Salone degli Stemmi della Provincia di Taranto, il Partito Democratico provinciale presenterà il dibattito dal titolo "Salva la scuola!". All'iniziativa, introdotta da Anna Rita Lemma, parteciperanno, Michele Dentico, studente, Chiara Mastroserio, insegnante, Stefano Fabbiano, Vicepresidente della Provincia di Taranto, l'onorevole Ludovico Vico, deputato del PD e Donato Pentassuglia, Segretario Provinciale del PD.
Le conclusioni saranno affidate all'onorevole Emanula Ghizzoni, capogruppo PD commissione Cultura e Pubblica Istruzione della Camera.

Segnalazioni:
Scuole e atenei in rivolta
La protesta città per cittàNotti bianche, a Roma (video) Sapienza a rischio occupazione, a Bologna bloccata Lettere. Classi separate (testo) sotto accusa
MANDATECI LE VOSTRE FOTO - GALLERIE 1- 2 - 3

venerdì 5 settembre 2008

Tutto deciso: niente primarie

TARANTO - Sarà Gianni Florido il candidato del Pd alla presidenza della Provincia per le elezioni della prossima primavera. Il nome di Florido è stato già individuato dall’esecutivo del Partito Democratico, anche se ora sarà l’assemblea provinciale a doverne discutere, nella riunione convocata per lunedì prossimo.

L’incontro si terrà presso l’auditorium del circolo Vaccarella, a partire dalle ore 17. «Il primo punto all’ordine del giorno — afferma il presidente dell’assemblea, Cosimo Nume — sarà la discussione sulla candidatura per la presidenza della Provincia, che l’esecutivo provinciale del Pd individua nella figura del Presidente uscente, Gianni Florido. Si parlerà, inoltre, delle prossime iniziative politiche e della ripresa dei lavori dopo la pausa estiva».

I lavori dell’assemblea saranno introdotti dal segretario provinciale del Pd, Donato Pentassuglia. In quella sede sarà finalmente chiaro se esistono componenti all’interno del Pd che vogliono avanzare proposte alternative rispetto a quella dell’esecutivo, che appunto vede nel presidente uscente il candidato naturale alle elezioni del prossimo anno. Florido, peraltro, ha già offerto la propria disponibilità alle eventuali primarie, se nel centrosinistra dovessero emergere altre candidature. Che al momento non ci sono. Resta sempre aperta la possibilità di un accordo con la componente Stefàno.

Taranto Sera

lunedì 11 agosto 2008

Pentassuglia e i fantasmi del passato

Pentassuglia, si sente sotto attacco?
«Perché? Lei sa che sono sempre sincero. Allora da segretario provinciale del Pd dico: tra un mese, se non ci saranno le condizioni per l’unità di tutte le forze del centrosinistra, comprese le liste civiche, ognuno andrà per la sua strada. Il Partito democratico è pronto a correre con chi ci sta, candidando il presidente della Provincia uscente, Gianni Florido».
E le primarie?

«Anche su questo voglio esser chiaro: alle primarie il Pd sta lavorando. C’è un tavolo della coalizione. C’è una bozza di regolamento in fase di preparazione. Entro fine mese questa bozza sarà completata. A settembre verranno presentate le candidature e ad ottobre il popolo del centrosinistra sarà chiamato a pronunciarsi. Chi vuole potrà fare le sue proposte, candidarsi. Siamo aperti soprattutto al contributo della società. L’idea di un gruppo dirigente immobile è assolutamente falsa. Però se salta il progetto al quale lavoriamo in questo momento, cioè il ricompattamento della coalizione, non escludo che si possa andare al voto con i propri candidati senza primarie».
Mette le mani avanti?
«No, difendo l’unico obiettivo sensato per il centrosinistra: l’unità delle forze politiche vincitrici delle provinciali 2004. Certo, rispetto a quattro anni fa lo scenario è mutato. La coalizione ha vissuto una fase difficile, con strappi laceranti. Ma io credo in quel progetto, riveduto e corretto. Perciò incontrerò prossimamente la lista Stefàno e gli Sds. Perciò lavoro all’ingresso del Pd nella maggioranza al Comune e sono, da questo punto di vista, fiducioso. Ci chiariremo e troveremo l’intesa con il sindaco e le forze della maggioranza. Per affrontare al meglio le difficoltà di questa fase amministrativa a Taranto. Per rilanciare e rinnovare la Provincia, pensando a vincere le elezioni, a sconfiggere la destra, a dare una nuova prospettiva di governo al territorio ionico. Nella consapevolezza, ripeto, che tanto è cambiato rispetto al passato e che, se una lezione c’è da trarre dal voto comunale del 2007, questa implica l’allargamento della coalizione alle liste civiche e a tutte le istanze della società, soprattutto quelle che si ritengono rappresentate al meglio da soggetti non partitici. Ecco la mia linea politica, ecco la linea politica del Pd. Ripeto: sono sempre pronto a discuterla, ma non accetto chi parla di “gravi insulti” subiti dai consiglieri comunali tarantini del Pd, chi parla di mancanza di chiarezza sulla linea politica, chi, resosi responsabile dello sfascio di questi anni, continua a berciare di una linea politica inesistente. Voglio ricordare che poche settimane fa anche il circolo di Palagiano del Pd, paese del sindaco Ressa oggi critico col partito, votò all’unanimità, con me e con il segretario regionale Michele Emiliano, un documento nel quale si condivideva la linea del Pd sull’unità del centrosinistra.
E con il rimpasto alla Regione come la mettiamo?

«Io continuo a non dar nulla per scontato. Ho ritirato le dimissioni, credendo in una rapida soluzione della crisi e in una più larga rappresentanza tarantina nella giunta Vendola. E sono convinto che il Pd troverà un accordo con il presidente. Monitoriamo, comunque, la situazione».
Tornando alle provinciali, qualcuno sostiene che una lista trasversale, di disturbo al centrosinistra e al centrodestra, potrebbe nascere. E che potrebbe avere sponsor eccellenti: Stefàno, Cito, Carrozzo, Ostillio...

«Il rischio di pateracchi stile comunali 2007 a Taranto sussiste. Per questo lavoriamo alla semplificazione del quadro politico, sperimentando la coalizione allargata: la politica deve aprire le porte ai cittadini. Io ho grande rispetto della storia politica di persone come Stefàno e Carrozzo, ma bisogna guardare avanti».

Fulvio Colucci – Gazzetta del Mezzogiorno – 11 agosto 08

domenica 10 agosto 2008

Supplizio divino o condanna democratica?

Quante resistenze, quanta fatica per essere un partito democratico capace di cambiare la politica.
Poco più di un anno fa di fronte alla crisi di consenso del governo Prodi e travolti dallo scandalo Unipol gli attuali capicorrenti (o capi fondazione) decisero di andare in processione da Veltroni per chiedergli di accelerare il processo costituente del partito democratico e di assumere la leadership. Dopo il discorso al lingotto di Torino e la manifestata volontà di Veltroni si acquietarono felici dietro di lui (D'Alema, Marini, Fioroni, Fassino, Rutelli, Latorre ....) convinti che era meglio, per il momento, nascondersi. Si decise di dar vita al processo costituente del PD attraverso lo strumento fondativo popolare: LE PRIMARIE!
Già verso fine luglio 2007, durante la composizione del regolamento, iniziarono a mettere i paletti per imprigionare il futuro leader democratico: liste chiuse senza preferenze ed una sola lista a supporto del candidato. Un chiaro tentativo di egemonizzare il processo tenendosi nascosti e nel contempo controllando il nuovo leader. Veltroni riuscì ad allargare la competizione pretendendo e ottenendo almeno che vi fossero più liste a supporto del candidato. Ciò permise, quantomeno, di fare delle primarie vere (ricordo quante difficoltà fummo costretti a superare per partecipare alle primarie senza sottometterci ai padroni del listone) e di competere nei diversi collegi. Eravamo convinti che si poteva partecipare alle primarie e sostenere Veltroni ed Emiliano, senza necessariamente genuflettersi ai capibastone regionali o provinciali. Le primarie in Italia ed in Puglia furono un successo, oltre qualsiasi previsione, grazie alla competizione tra le liste.
Le tappe successive al 14 ottobre, ovvero la fase della COSTRUZIONE DEL PD, è stata una "escalation depressiva" prima il commissariamento Mazzarano e poi l'investitura Pentassuglia hanno alimentato "l'oligarchia democratica". Un partito senza regole, senza merito (devi essere amico di qualcuno e dire con chi stai) comandato da "Generali senza esercito", senza una linea politica, alla ricerca solo di posti di "potere" alla Regione e al Comune. Dove la ricerca, l'elaborazione, i contenuti contano quanto al "2 di bastone quando la briscola è a coppe", mentre si assiste all'esaltazione del potere e alla distorsione dei processi democratici.
Come è bello essere liberi di dire quello che si pensa, senza preoccuparsi di dispiacere ai potenti di turno. Libero di pensare, di esprimersi senza subalternità e timori reverenziali, di non accettare contentini, di votare contro anche quando tutti svogliatamente votano a favore. Libero senza avere nulla da perdere perchè con la politica hai solo messo il resto, libero di essere riformista senza essere RED.
Senza le primarie è difficile essere liberi nel Pd, senza le primarie si commettono di nuovo gli stessi errori, senza le primarie "vere" il centrosinistra e il Pd perdono. Senza le primarie i mediocri e gli YesMan vincono. Senza le primarie non ci sono nuove idee perchè non c'è partecipazione altro che supplizio divino.

Franco Catapano - democraticamente libero

sabato 9 agosto 2008

Nasce patto Jonico 2009

TARANTO - Un patto per fare chiarezza all’interno del Pd e nella coalizione di centrosinistra sulla questione “Taranto” e sulla svolgimento delle primarie per l’individuazione del candidato presidente per le prossime provinciali.
E’ così che è stato presentato stamattina nella sede di via Capotagliata il Patto jonico 2009 dal sindaco di Palagiano Rocco Ressa e da Franco Catapano, che è consigliere al Comune di Laterza. “Il patto jonico - ha spiegato Catapano - è un gruppo nato all’interno del Pd, la maggioranza degli esponenti è del partito democratico ma ci sono anche altre adesioni”. Tre le questioni poste, la definizione di un modello di sviluppo della Provincia.
Il nodo fondamentale, le primarie. “Chiediamo lo svolgimento delle primarie aperte a tutti (anche ai non iscritti, ndr). Che siano delle primarie serie. Bisogna partire dal regolamento”. “Alle primarie possono confrontarsi proposte di programma e di candidature alternative - è la linea del Patto Jonico. Ma tutte le alternative devono stare dentro una linea politica chiara e condivisa che presuppone il primato dei programmi, la conseguente limpida azione di opposizione al Comune di Taranto”. E’ un’altra delle questioni sollevate. “Bisogna capire come si colloca il Pd all’interno dell’amministrazione comunale di Taranto. Se fa o meno opposizione. Finora non è stato chiaro, esempio ne è la votazione sul bilancio”.
Chiedono la convocazione degli organismi dirigenti, per decidere sulla linea politica e, solo conseguentemente organizzare le primarie.
TarantoSera - 8 agosto 2008 -

domenica 15 giugno 2008

Il Pd chiude la porta in faccia ai dissidenti che si battono per il voto

Inagibilità democratica?
Per il Pd le primarie sono un peccato mortale al punto che il partito organizza una serrata contro se stesso.
Ieri mattina il gruppo che si identifica nello slogan «Primarie sempre, primarie vere» ha trovato inopinatamente chiusa la sede dell’ex federazione provinciale dei Democratici di sinistra di Taranto (attuale sede del Pd insieme agli uffici di via Principe Amedeo già sede della Margherita).
Una saracinesca abbassata in faccia alla richiesta di ospitare una conferenza stampa nella quale i «dissidenti» - ma non chiamateli così! - avrebbero spiegato perché chiedono le primarie per la scelta del candidato alla presidenza della Provincia. Il gruppo ha una leadership a tre: il sindaco di Palagiano, Rocco Ressa, il capogruppo Pd al Comune di Massafra Mino Fedele e il consigliere comunale di Laterza Franco Catapano.
Occorre tuttavia un obbligatorio distinguo, sfogliando i pedigree personali: Franco Catapano, vicepresidente regionale della Cia, è punto di riferimento sul versante occidentale della componente veltroniana che alle primarie dell’ottobre 2007 si presentò con la lista «Agricoltura, ambiente, innovazione». Tra lui e le primarie c’è, quindi, un feeling antico, vero, e consolidato. Discorso diverso per Ressa e Fedele, saliti in corsa sul carro del dissenso dopo aver maturato, evidentemente, la progressiva emarginazione dalle scelte dell’oligarchia Pd. Ressa, parlando con i giornalisti, ha insistito: «Non chiamateci dissidenti. E’ il regolamento del partito a prevedere la raccolta di firme (basta il 15 per cento degli iscritti, ndr) per chiedere le primarie. Lo faremo e speriamo di convocarle a settembre. Noi non vogliamo sfiduciare Florido, ma invitarlo a dare prova di democrazia sottoponendosi alla consultazione popolare.
Quella stessa più volte negata negli ultimi mesi quando si andavano formando i quadri del partito». Il sindaco avrà certamente masticato amaro da ex enfant prodige diessino nel veder sigillata la porta di una sede che tante volte, in passato, ha varcato con orgogliosa sicurezza.
Una metafora della chiusura operata nei suoi confronti dal «quartier generale» alla quale Ressa ha replicato: «Ci costringono a fare la conferenza stampa sul marciapiede? Bene, non c’è immagine migliore per spiegare che noi rappresentiamo quella parte del Pd che sta con la gente, che parla alla gente, che non decide senza confrontarsi come fa Mazzarano (il vicesegretario regionale, ndr) chiuso nella sua scricchiolante roccaforte».
Ce n’è per tutti sotto questo cielo di baruffa color Pd. Persino il parlamentare tarantino Ludovico Vico finisce sotto il fuoco (ex) amico. Il gruppo lo accusa di «latitanza» - «aspettiamo da mesi una sua telefonata» - rispetto ai problemi del partito. E che sia Vita Surico, eletta nell’assemblea regionale, a dare il là alle critiche non stupisce ma offre una interessante cartina di tornasole del clima e degli orientamenti.
A proposito, la domanda finale: il gruppo delle primarie ha candidati da opporre a Florido in questa corsa che rischia di rivelarsi un pericolosissimo harakiri? «Ci sono tanti nomi spendibili, le primarie non sono quel supplizio divino che Florido vuol far credere», hanno concluso in coro i rappresentanti della nuova corrente del Pd. Sullo sfondo, si sussurra, una scelta eccellente, quella di Rocco Loreto, leader storico del centrosinistra ionico pronto, da vecchio combattente, a tornare in trincea.
Ma a che prezzo?
Fulvio Colucci - Gazzetta del Mezzogiorno -15/06/2008

venerdì 13 giugno 2008

Manovre e primarie, intervista a Rocco Ressa

Ma a nome di chi parlerà domani (oggi , ndr) Pentassuglia? Il sindaco di Palagiano, Rocco Ressa, manda dalle pagine del “Corriere” un avviso al segretario provinciale del Pd per la riunione che il centrosinistra terrà oggi con gli alleati della maggioranza provinciale sul tema: elezioni provinciali e candidatura.
Dice il sindaco Ressa: Donato Pentassuglia è segretario provinciale dimissionario del Pd, quindi che dovrebbe occuparsi solo di ordinaria amministrazione; invece mette sul tavolo un tema scottante, qual è la situazione del Centrosinistra per le provinciali a cominciare dal candidato presidente. Invece, continua Ressa, argomenti così importanti vanno discussi negli organismi statutari del partito, Assemblea provinciale e Coordinamento per elaborare una strategia, per impostare le modalità di scelta dei candidati, per rispondere alla domanda di primarie che giunge da molta parte della base.

Ma Gianni Florido è un presidente uscente…

Anche Sergio Cofferati è un sindaco uscente e, senza che nessuno glielo abbia chiesto, ha deciso di sottoporsi alla primarie, per verificare il giudizio del popolo sul suo operato…

Sindaco, paese che vai usanza che trovi…

Invece le primarie non sono un mezzo, sono una necessità, innanzi tutto un modo d’essere diverso dal centrodestra, un altro agire politico. Poi sono una necessità perché, dopo la sconfitta dello stesso Florido alle comunali di due anni fa e dopo la cocente sconfitta alle politiche nazionali dell’aprile scorso, il Centrosinistra ha un bisogno vitale per ottenere nuova forza da militanti, elettori e simpatizzanti su un progetto condiviso.

Scusi, sindaco, ma queste cose invece di mandarle a dire perché non le dice lei nella riunione?
Perché non ci sarò, la riunione sarà fatta fra pochi intimi, quindi quale che sia la decisione sarà una decisione illegittima, perché non elaborata prima negli organi di partito e sostenuta da un segretario dimissionario, una vera e propria fuga in avanti.

Un tempo si sarebbe detto manovre di corridoio…
Contro le quali il miglior antidoto sono le primarie aperte, a cui più saranno i partecipanti, più sarà rafforzata la posizione del Pd…

Sindaco, le primarie sono comunque una competizione, le si può perdere anche vincendo, se il margine di vittoria è esiguo il candidato, almeno in Italia, ne esce indebolito.
Invece accettare le primarie, anzi decidere di sottoporsi ad esse, è un atto di coraggio e di trasparenza, che rafforza la posizione del candidato, e quella del partito e della coalizione.

L’elettorato che sceglie il proprio candidato presidente…
Si sente partecipe, si galvanizza. Noi per questo stiamo per costituire il Comitato “primarie vere e primarie sempre”, per radicare la partecipazione dei cittadini e per sottolineare la nostra diversità dal Centrodestra.

Ultima domanda, sindaco: ci sono altri candidati?
Non è detto.

M. C. - Corriere del Giorno

giovedì 29 maggio 2008

IL COORDINAMENTO DEL PD LAERTINO E LE DIMISSIONI DI PENTASSUGLIA

Ieri sera si è svolta la riunione del coordinamento del Pd, come sempre ricco (anche fin troppo) di temi da affrontare. Tra gli altri, si è discusso delle dimissioni “choc “ del segretario provinciale tarantino del Partito democratico, Donato Pentassuglia, e di un documento “pro Pentassuglia”, che nel pomeriggio il nostro segretario cittadino, aveva ricevuto da un altro circolo jonico.
In questo documento, nel quale si specificava che l’azione del segretario non era “una mera rivendicazione di spazi di potere figlia dei partiti famelici di posti, ma una sacrosanta battaglia politica che nasce dalla necessità di un rapporto più stretto tra il territorio e il governo regionale”, si esprimeva “piena condivisione alla iniziativa intrapresa con serietà dal segretario provinciale, impegnato a dare forza e rappresentanza al territorio jonico nel governo della regione Puglia” e pertanto gli si chiedeva “di proseguire nella strada intrapresa, rimanendo al suo posto”. Documento, che per acquisire valore, prevedeva l’apposizione della firma di tutti i segretari cittadini.
Così, ho voluto approfondire le ragioni di tanta amarezza da parte di Pentassuglia, cito le sue stesse parole:
1. «Vanno cambiati i metodi non si può a parole dire di aver rispetto per il territorio e poi non far seguire fatti concreti. Non ho verificato continuità di ragionamento rispetto agli impegni assunti fino all’altro giorno».

Solidarizzo pienamente con il segretario, quando dice che vanno cambiati i metodi, e rivendica maggiore attenzione al territorio, ma è paradossale che poi, lui stesso non segua la stessa linea nella provincia. Infatti, Pentassuglia per primo non ha avuto rispetto di tutto il territorio jonico allo stesso modo, avendo di fatto usato 100 pesi ed una misura: quando si è trattato di scegliere i membri dell’esecutivo del Pd provinciale infatti, ha scelto chi ha ritenuto, senza condividere il criterio di scelta con il territorio. Tengo a sottolineare, che Laterza è uno dei pochissimi comuni della provincia nel quale il Pd ha vinto, ma inspiegabilmente (!?) non ha un rappresentante nell’organismo esecutivo! Perchè? Forse il criterio di scelta si è basato su “sponsorizzazioni” dall’alto??? In effetti a Laterza non ne avevamo…
Quando Pentassuglia è stato eletto però, non si era presentato così, diceva di considerare fondamentale tutti i comuni della provincia e che sempre avrebbe consultato la base per prendere decisioni importanti, ma non è quello che ha fatto, quindi alla fine dei conti anche lui non ha avuto rispetto per il nostro territorio, non facendo seguire alle parole, fatti concreti!

2. Pentassuglia, asserisce che “Il problema non è di assessorati ma è nelle questioni politiche. Non vedo un riconoscimento dell’importanza del nostro territorio e dell’impegno che il nostro partito sta profondendo qui a Taranto”,

Anche per me, questa rivendicazione, non è un problema di candidati all’esecutivo del Pd, ma è nella questione politica, ovvero non vedo un riconoscimento dell’importanza del mio comune (Laterza) e dell’impegno e dei risultati che il nostro Pd laertino sta raggiungendo a livello locale. Ne è la dimostrazione, la voluta rinuncia da parte del nostro delegato regionale Franco Catapano alla nomina a responsabile del Dipartimento Agricoltura del Pd. Nomina calata dall’alto, di cui non se ne condivide i metodi, in quanto decisa non si sa come e da chi, senza essere stata condivisa preventivamente con il candidato prescelto, ma soprattutto senza aver lasciato al partito laertino la possibilità di decidere chi avrebbe potuto essere il nostro eventuale rappresentante! Della serie predico bene e razzolo male!

3. Il Pd regionale e Michele Emiliano hanno sbagliato l’approccio con la città. Non si può avere un atteggiamento di stampo pre-elettorale con la presunzione di volerti portare a passaggio subito dopo le elezioni.

Ma anche Pentassuglia come il Pd regionale e Michele Emiliano, ha sbagliato l’approccio al territorio. Non ha fatto, secondo me (anche per quanto esposto sopra), quello che avrebbe dovuto per il ruolo che ricopre pardon, che ricopriva, per radicare il partito, consolidare ed allargare la base elettorale ed i relativi consensi, o meglio, se lo ha fatto, è stato in maniera del tutto parziale.

Io penso che il partito democratico, sarà veramente tale se e solo se, innanzitutto comincerà a pensare alla politica non come qualcosa per raggiungere obiettivi personali o di lobbies ma come attività di servizio per i cittadini, e poi se proseguirà seriamente nel processo iniziato da Walter Veltroni di aprire le porte della politica a tutta la società civile facendo sì che le scelte dei dirigenti vengano partecipate sempre dalla base, quindi PRIMARIE VERE, PRIMARIE SEMPRE.

Concludo, sostenendo pienamente le dimissioni del segretario provinciale, e tengo a precisare che il Pd Laterza, contrariamente a quanto hanno riportato alcuni quotidiani, NON HA ad oggi FIRMATO il documento che chiedeva al segretario dimissionario di rimanere al suo posto.

Wanda Pucci
Coordinamento Pd Laterza

lunedì 26 maggio 2008

Comunicazione e territorio

Riportiamo l'ultima parte dell'articolo di Vicenzo Cerami "pensieri sul voto, sull'Italia, sul PD" che può essere letto sul sito del PD, affinché siano di monito e riflessione per raddrizzare la barra nel Pd Jonico e ritornare ad essere il partito della novità e dell'apertura.

".... Questo poco edificante ritratto della situazione ci dice che bisogna studiare i modi migliori per comunicare con efficacia i nostri progetti. Stare all’opposizione, per lo meno, aiuta a creare di noi l’immagine di una forte e costruttiva alternativa alla destra. Bisogna farlo da subito, denunciando tutti i mali prodotti dall’avversario e proponendo le nostre soluzioni. Non solo, ma si deve essere presenti con un nostro parere anche su questioni non immediatamente politiche, cosicché la nostra voce, nel tempo, diventi un punto di riferimento sicuro per gli scontenti. Gli argomenti di certo non ci mancheranno. Ma la questione rimane sempre la stessa: non bastano gli argomenti, sono altrettanto fondamentali i modi con i quali lanciamo i nostri messaggi. È evidente che con la voce del leader si esprime tutto il partito. Tutti possiamo e dobbiamo dare i nostri pareri, anche in pubblico, ma l’ultima parola spetta al leader, che fa la sintesi ed esprime in due parole le prese di posizione del Pd. In buona sostanza, è necessario uno staff di comunicatori che forniscano dati e sondaggi al partito ed elaborino la forma dei messaggi su indicazioni politiche precise. Partiamo dal principio che è sempre più forte la voce di chi attacca rispetto a quella di chi si difende. Non dimentichiamo che nell’ultima campagna elettorale Veltroni ha entusiasmato circa un milione di persone che hanno riempito le piazze, ma ricordiamo anche che gli elettori erano più di 40 milioni. Malgrado questo, il risultato ottenuto è grande e significativo. Bisogna rivolgersi ai grandi numeri, e di conseguenza semplificare e teatralizzare i messaggi, che devono avere una loro «universalità». Non dobbiamo disdegnare l’idea di considerare l’elettorato come un grande numero di persone che hanno rotto le righe. Ogni alternativa a questo «modo di parlare» è solo demagogia, buoni, quanto vuoti, sentimenti. Bisogna essere tutti solidali sotto il grande manifesto di Veltroni, legittimato dalle primarie a essere voce di tutti noi. È giustissimo aver scelto la strada del radicamento attraverso l’iscrizione al partito, ma è altrettanto indispensabile portare a termine il rinnovamento politico promesso. È bene da un lato alimentare il dibattito interno e dall’altro non tornare alla logica devastante dei gruppi di potere. I tentativi, in questo momento, di un ripensamento o di un cambio della guardia confonderebbero e scoraggerebbero anche lo zoccolo duro dei nostri elettori.
Queste mie riflessioni vogliono suggerire un lavoro che a mio avviso il Pd deve fare. Esse vogliono porre al centro della nostra attenzione l’importanza della voce che dobbiamo scegliere quando parliamo, la voce forte dei nostri valori. Dobbiamo essere in grado di restituire valore ai valori creando serenità e sicurezza, e per farlo è bene sapere che non basta dire le cose: è necessario scegliere la strada giusta per dirle. Occuparsi seriamente della comunicazione comporta come conseguenza un forte ridimensionamento dei «caminetti». Significa uscire dal palazzo e scendere tra gli italiani. E questa è sicuramente l’immagine più originale e luminosa che il Pd può dare di sé.

sabato 24 maggio 2008

Bloccati dalle rendite di posizioni

L’altra sera si è riunito il coordinamento provinciale del Pd di Taranto.

C’è stata una discussione viva, dura e spesso anche contraddittoria in cui, nell’arco di due serate, si sono succeduti oltre 30 interventi.

Se da un lato molti di questi andavano nella direzione di analizzare seriamente il risultato elettorale, altri hanno registrato soltanto la volontà di continuare a guardare al voto del 13 e 14 Aprile con lo spirito di chi cerca delle conferme alle opinioni che aveva prima.

Il dato che sembra però emergere da tutte le parti è la fragilità del risultato del Pd, specie in raffronto con la base effettiva dei consensi presi solo due anni fa dall'Ulivo, con l’aggravante che, qui nel tarantino, ci troviamo oggi in una realtà territoriale in cui siamo forza di governo alla Regione e alla Provincia ed anche il Comune capoluogo è amministrato dal centro-sinistra. Inoltre è da sottolineare che a Taranto il centro-destra ha condotto il Comune ad un dissesto finanziario di dimensioni eclatanti. Ebbene in questa situazione che sembrerebbe estremamente favorevole per noi, non si va oltre il 33% del dato nazionale che, come ormai sappiamo, si fonda in parte su un afflusso di consensi indotti dal meccanismo del "voto utile" e che quindi andrebbe drenato ulteriormente dei voti dalla Sinistra arcobaleno (va ricordato che siede tra i banchi della maggioranza nel Comune di Taranto). Nonostante tutto questo però non bisogna drammatizzare, quello che servirebbe è, piuttosto, la capacità di distinguere tra i segnali positivi che sono venuti e le difficoltà che adesso vanno affrontate. Se ci si dovesse esimere da questa incombenza si rischierebbe di affossare definitivamente quello che sembrava un grande progetto. E nessuno di noi, davvero nessuno, può assumersi questa responsabilità.

La prima questione è l'agibilità democratica del nostro nuovo Partito.

Il 13 e 14 aprile abbiamo perso le elezioni e riconsegnato il Paese, per la terza volta, al centro-destra. Da allora sono stati convocati solo una volta, a Milano, i segretari regionali e non più di due o tre volte il presunto "caminetto". Anche a Taranto non siamo riusciti a resistere al fascino di procrastinare la data del confronto rinviando più volte le direzioni fino a l’altro ieri sera; l’attesa è sembrata ancor più vana quando, invece di ascoltare una seria analisi del voto, le conclusioni del Segretario Provinciale hanno prospettato il futuro scenario del nostro partito liquidando con troppa scioltezza quella che appariva una situazione intricata e oltremodo spinosa. La cosa più strana non è però che il nostro Deus ex machina abbia pensato bene di chiudere andando ad indicare una soluzione che non presti il dovuto riguardo alla logica interna delle vicende stesse e per questo poco credibile ma che, in un momento in cui la logica vorrebbe una profonda autocritica ed un’apertura più democratica verso la base, si sia preso la briga di indicare in maniera autonoma e secondo metodi di cencelliana memoria una organizzazione di partito sottolineando, a chi gli faceva notare la mancata condivisione del metodo e del merito, le prerogative personali di quelle scelte.

Detto ciò bisognerebbe ragionare con più attenzione sul “dopo”. Su cosa sia ragionevole fare adesso del nostro Partito; Partito, va ricordato per inciso, che del rifiuto delle correnti e della loro logica ha fatto un baluardo all'atto della sua fondazione, avvenuto poco meno di un anno fa.

Bisognerebbe adesso interrogarsi su quanto sia ragionevole, dopo un risultato elettorale come quello dello scorso Aprile, prendere delle decisioni in maniera non condivisa, quando tutti si è concordi nel testimoniare una sconfitta venuta anche perché non si è “riusciti” a condividere le scelte delle candidature, e quanto sia lungimirante continuare a seguire queste logiche. Adesso che siamo emancipati dai tempi contingentati bisognerebbe puntare, prima di mettersi a lavorare per tornare o per continuare ad essere Partito di governo, a discutere e ponderare le decisioni condividendole, parlando di metodo e di merito. Di tutto questo, purtroppo, non si è sentito nulla nelle parole del Segretario Provinciale che forse più umilmente, dopo un risultato del genere, avrebbe dovuto intravedere la necessità di un confronto politico tra tutti i circoli o, almeno, avrebbe dovuto sentite di legare la nomina di un esecutivo ad una, seppur minima, dichiarazione di metodo. A tutto questo, invece, nemmeno un cenno; all’assemblea, o meglio a quel poco che ne restava, rimane, oltre al supponente epilogo di accettare prima e di ratificare dopo, una decisione che appare se non altro incomprensibile. Come non condividere la posizione dei tanti che hanno abbandonando l’aula trasformando quella votazione in farsa e, soprattutto, il coraggio di chi è rimasto e astenendosi si è guardato bene dal rendersi compartecipe di tali decisione?

Non resta che un'amarezza di fondo e una difficoltà nel comprendere alcune scelte: abbiamo perso le elezioni e in cambio, ci si concede di poter assentire, senza diritto di replica, alla decisione della Segreteria Provinciale di costituire un organo esecutivo che ha per primo obiettivo dichiarato quello di indicare, nella persona di Florido, il prossimo candidato alla Presidenza della Provincia senza un solo momento di discussione politica e senza aver sentito una parola da parte di coloro che, democraticamente, hanno scelto di far parte di questo Partito. Adesso bisognerebbe interrogarsi sulla ragionevolezza di questo metodo. Se è questo il modo di prendere le decisioni del PD. Sicuramente non è quello che era stato prospettato nel momento in cui si chiedeva alla gente di aderire al progetto del Partito Democratico. In queste settimane si sono sentite parole sagge circa il bisogno di valorizzare quanto di buono sia venuto dal voto: il consenso raccolto dal Pd, il coraggio di alcune discontinuità, la scelta di proseguire sulla via dell'innovazione, la necessità di costruire e radicare il Partito nei territori. Ma il primo passo da compiere per rafforzare e radicare questo Partito è dargli forma e un assetto accessibile a tutti. Metterlo nella condizione di ragionare, confrontarsi, discutere. Oltre i caminetti e i circoli ristretti la prima condizione per rafforzare e radicare il Pd sia quella di rendere agibile e accessibile la sua vita democratica. Per questo non si può pensare, che pochi illuminati, possano sbrogliare tutti i nodi di fondo (strategia, identità, cultura politica, assetti...) e rinviare a dopo la fase della riflessione sul Paese. La sfida adesso è quella di costruire in maniera condivisa il Partito che tutti quanti abbiamo auspicato; facendo scelte partecipate, aprendosi alle istanze della base, ascoltando i problemi della gente. Se questo non avverrà avremo perso l’opportunità di recepire quanto si chiedeva alle nuove classi dirigenti. Bisogna avere, ancora una volta il coraggio di crederci, pretendendo che il gruppo dirigente del Pd imposti su basi più solide e democratiche l'edificazione di una grande forza riformista che sia capace di costruire, senza scorciatoie, le condizioni sociali e politiche per l’accessibilità di tutti, e va sottolineato di tutti, alla partecipazione.

IL PRESENTE DOCUMENTO E’ STATO DISCUSSO DAL DIRETTIVO DEL CIRCOLO TERRITORIALE DI PALAGIANO VOTATO E CONDIVISO DALLA MAGGIORANZA IL 21/05/08

Il COORDINAMENTO CITTADINO DI PALAGIANO

venerdì 23 maggio 2008

Voler Pensare è Poter Cambiare

Insomma la strada è tutta in salita e bisogna ricominciare dal fissare parole d’ordine chiare: valore del partito, democrazia interna e ispirazione riformista. Ma più di tutto il Pd deve tornare
ad avere “canali di rappresentanza e non di rappresentazione della società: candidare un operaio non basta per rappresentare gli operai. C’è bisogno di riaprire canali di dialogo con i singoli segmenti della società e favorire la formazione di una loro leadership autonoma che poi contribuisca alla definizione complessiva delle linee del partito”.
Solo in questo modo il Pd potrà sperare di dotarsi di una proposta politica moderna e autenticamente riformista, cosa che nelle ultime elezioni evidentemente non è accaduta. Anzi queste elezioni dimostrano come la destra sia stata moderna e contemporanea molto più della sinistra, esprimendo un’insolita capacità di rielaborazione e di adattamento al nuovo. Insomma,mentre il Pd riproponeva l’agenda Giavazzi, un’idea da anni 90, il Pdl rielaborava un’idea di globalizzazionee una visione del paese molto più attuale ed efficace. Proprio per questo quindi “chi riduce la vittoria della destra alla strumentalizzazione delle paure degli italiani non coglie il vero dato di base e cioè che Berlusconi, con un’abile politica di alleanze, è stato in grado di

rispondere alla percezione del declino del paese, coniugando un impianto nazionale ad uno locale, mentre la proposta del Pd non è riuscita a coniugare futuro e sicurezza”.

Certo sul fallimento della sinistra hanno pesato gli errori commessi al governo: manovre fiscali sbagliate, finanziarie mastodontiche, tesoretto, ma soprattutto la riproposizione di quella politica dei due tempi che aveva già creato problemi a Prodi nel 9 8. Anche qui però la ragione dell’insuccesso è più profonda e deriva da una semplice constatazione: la sinistra non si è accorta
di aver pareggiato le elezioni e con la sua solita “arroganza tecnocratica” ha pensato di poter dirigere il paese in maniera autosufficiente. Contro l’elitismo.

Ed eccoci allora al cuore del problema, all’elemento più preoccupante e persistente tra i mali della sinistra: l’elitismo. Un problema culturale e antropologico che riguarda almeno i due terzi della classe dirigente del Pd. Il pezzo di matrice post-comunista infatti è per lo più formato da “personale di matrice sessantottina, di ceto medio riflessivo, cioè di studenti universitari che ad un certo punto hanno lasciato gli studi e hanno iniziato il cursus honorum nelle organizzazioni giovanili di partito diventando poi funzionari. Si tratta di personale politico strutturalmente privo di legami con la società”. La situazione non migliora se si considera quel pezzo di classe dirigente di matrice tecnocratica, generalmente riunita attorno a Prodi, che pur vantando un bagaglio formativo assolutamente eccezionale, frutto di una formazione rigorosa nel settore dell’economia mista italiana, è tuttavia completamente privo di qualsivoglia radicamento territoriale. Riflessione a parte va fatta per il terzo pezzo, quello ex-democristiano di ispirazione popolare, che “inspiegabilmente non è ancora riuscito a far emergere le grandi risorse di rappresentanza che pure ha sempre avuto”. Il fatto che il Pd abbia guadagnato voti a sinistra perdendone al centro è un fatto che conferma questa anomalia.
Superare questo stato di cose è assolutamente necessario ma Gualtieri chiarisce che “la rimozione della vecchia classe dirigente non è una strada percorribile”. Piuttosto è indispensabile
creare le condizioni per una vera e propria irruzione dal basso, che rompa i meccanismi di cooptazione attraverso i quali le classi dirigenti riproducono all’infinito i propri difetti.

Quindi basta con la classe dirigente professionista e graduata nel cursus honorum, con corredo di mazzetta di giornale sotto braccio e appuntamento pomeridiano da Feltrinelli. C’è bisogno di una svolta radicale: “smettere i panni di quelli belli, fighetti e buoni e diventare brutti, sporchi e cattivi. Insomma un bagno di nazionalpopolare, quello vero”. Riprendere contatto con la realtà.

Per fare questo è necessario anzitutto mettere da parte l’idea della società liquida, individualista
e atomizzata dove ognuno dà retta solo alla tv. La società di oggi è formata invece “da una miriade di corpi intermedi, associazioni, reti complesse, gruppi formali e informali, corporazioni”.
A tutti questi gruppi non si può semplicemente chiedere di sottoporsi alla frusta del mercato perché si scatenerebbe solo rabbia e frustrazione ma c’è bisogno di dialogo e di legittimazione reciproca. In questo senso “va recuperato il collateralismo che è il cuore del modello di sussidiarietà proprio delle società europee”.
Non è vero dunque che non ci siano copri intermedi con cui dialogare e non è vero che sia impossibile produrre convergenze tra di essi: tutto dipende dalla qualità della proposta politica che si mette in campo che deve essere pragmatica e priva di schematismi preconcetti. Le primarie “possono essere uno strumento di questo percorso solo a patto che non siano l’unico e che non se ne faccia un’ideologia”.
In più è assolutamente necessario “mettere da parte l’idea che tutto sia politica: gusti, cibi, stili,
musica, perché bisogna cominciare anche a riconoscere i limiti del discorso politico”. Quindi ognuno legga quel che vuole, mangi ciò che gli piace e veda i film che preferisce. Tutto questo sembra difficile da fare, è vero, ma il Pd ce la può fare. Se non per convinzione, almeno per spirito di sopravvivenza.

Postato da anonimo – commendo a Sconfitti e Vincenti

Il Pd e le prospettive culturali

Il Partito Democratico esce frastornato dalla sconfitta elettorale ma reagisce con un dibattito tutto incentrato sulle forme organizzative invece che sui motivi della debacle e le varie anime e fazioni cominciano la loro risalita dopo il momentaneo inabissamento a scopo elettorale. E con queste risalgono a galla anche filoni culturali tra loro immancabilmente contrapposti:
- i post-moderni: i seguaci della lezione di Bauman, tra cui si iscrive lo stesso Veltroni, continuano a pensare che la liquidità di un partito sia condizione indispensabile per intercettare nuove forme di impegno e di vitalità politica.
- i moderni-riformati: da Bersani a D’Alema, passando per Fioroni e Marini, continuano a chiedere di non abbandonare il modello territoriale proprio dei partiti novecenteschi, pur riconoscendo comunque la necessità di una riforma che lo renda più agile e veloce.

Le prospettive culturali del Pd possono essere così sintetizzate:
neo-campanilismo: radicamento territoriale come esaltazione del particolarismo.Il dibattito sul partito del Nord è il frutto di questa impostazione.

Che fine ha fatto la campagna risorgimentale di Veltroni, tutta inno e bandiera?

  1. fine dell’ecumenismo: l’unica vera ideologia del loft, non solo non è servita a guadagnare consenso ma ha addirittura provocato un’estremizzazione nel profilo degli elettori del Pd.
  2. moralismo: ancora una volta la sinistra dimostra la sua incapacità di gestire i paradossi della realtà, cercando sempre una spiegazione etica, quasi morale, che la rinforzi nel sentirsi diversa, almeno potenzialmente migliore e proprio per questo non capita.
  3. fine del marketing politico, delle candidature-spot, delle community una tantum.
  4. elitismo: il divario elettorale che il Pd fa registrare tra città, dove convince, e provincia, dove sprofonda, significa che l’agenda tematica che sta a cuore all’Italia profonda è fatta di temi su cui la sinistra sconta un ritardo elaborativo e una sostanziale mancanza di credibilità.

G.C. - www.runningonline.org

mercoledì 21 maggio 2008

Sconfitti e vincenti, il paradosso del Pd Jonico

Le analisi del voto oltre ad essere utili per affinare i comportamenti degli elettori servono a mettere alla prova la capacità di autocritica delle classi dirigenti. Il Pd di Taranto, nella doppia riunione del coordinamento 7/5 e 19/5, ha svolto questo esercizio inutile per alcuni, utile per altri.

Per me è un esercizio utile ed è per questo che ho trascritto il mio intervento per condividere e confrontarmi al fine di capire cosa è accaduto, da dove ripartiamo e qual è il percorso da fare.

Il risultato elettorale può essere esaminato e scomposto su tre livelli: elettorale, politico, e culturale. Sul piano elettorale la sconfitta è netta e preoccupante, il baricentro del consenso si è spostato fortemente a destra. Sul piano politico siamo caduti in piedi, soprattutto grazie alla novità Veltroni, perché la nostra proposta ha una prospettiva più lunga e con il passare tempo sarà più comprensibile. Sul piano culturale si è notato uno sfasamento tra il Pd e la società italiana, riusciamo ad interagire solo con una parte, D’Alema dice sono con l’elite che legge i giornali, e facciamo fatica a relazionarci con interi classi di elettorato: donne, operai, pensionati e giovani. L’egemonia culturale della sinistra, quella famosa degli anni ’70, si è esaurita perché la parcellizzazione della società italiana fa emergere gli aspetti localistici e individuali come priorità degli elettori. In questo contesto la Lega è vincente, ma non è una novità: nel 1996 era andata meglio prendendo più voti e una percentuale superiore al 13 e 14 aprile 2008.

La verità è che abbiamo perso in tutta Italia, eccetto nelle zone storicamente rosse, ma abbiamo perso soprattutto al Sud, in particolare in Campania e Puglia.
In Puglia la coalizione di centrosinistra perde l’8% tra il 2006 e il 2008, un chiaro ed inequivocabile segnale per il governo regionale.
Nella provincia di Taranto il centrosinistra tra il 2006 e il 2008 perde il 7%, sommando tutta la coalizione che governa la provincia di Taranto stentiamo ad arrivare al 42%. In provincia di Taranto, malgrado i proclami da “sconfitta vincente” di molti che mi hanno preceduto, il PD prende meno dell’Ulivo del 2006: da 113.750 passiamo a 110.873 voti. Ci sono stati in valore assoluto 2.873 elettori in meno.
A Taranto città, un risultato super enfatizzato, il Pd prende 39.254 voti mentre l’Ulivo (Ds+Margherita) prese 41.930 voti con una perdita secca di 2.406 voti che rappresenta l’84% d tutti i voti persi nella provincia. Sicuramente ha influito l’astensione ma non possiamo no ricordare il dissesto del centrodestra, le votazioni comunali del 2007 con il ballottaggio di 2 candidati di centro-sinistra e la scarsa rappresentanza in Consiglio Comunale del Pdl.
Come hanno potuto i tarantini dimenticare così in fretta il malgoverno del centrodestra?

Dopo questo esito elettorale io avverto due pericoli che sono emersi anche all’interno del nostro dibattito. L’atteggiamento di chi fa finta di niente continuando a far apparire il Re vestito (mentre i dati dicono che è nudo) e tacciando tutti coloro che si permettono di criticare (brutto comportamento per un partito che si chiama democratico). L’altro pericolo che inizia a serpeggiare è lo scoramento e la voglia di rinunciare che in alcuni interventi, e soprattutto nelle molte assenze, è manifestato. Non abbiamo molto tempo, ci aspettano 22 mesi di campagna elettorale, bisogna iniziare a costruire il Partito Democratico Jonico che sinora è stato solo costituito.

Quali le priorità:

  1. Creare l’organizzazione del partito che deve far leva su un coordinamento permanente di tutti i segretari cittadini e sulla filiera degli eletti: comunali, provinciali e regionali.
  2. Identità e Programma per noi non possono essere un optional perché governiamo Provincia e Regione. Dobbiamo dare risposte serie sulla qualità dello sviluppo, sulla lotta agli sprechi e ai privilegi, sulla capacità di far funzionare le istituzioni.
  3. Atteggiamento, dobbiamo velocemente abbondare e superare i personalismi solo cosi possiamo essere credibili al cospetto degli elettori. Siamo percepiti come classe dirigente autoreferenziale e con troppi dirigenti, senza mestiere, che vivono di politica. Un bagno di umiltà ci farebbe solo bene.
Per fare tutto ciò dobbiamo trasformarci e scioglierci nel Partito Democratico che non deve permettere a nessuno di rivendicare rendite di posizioni. Un partito che discute di più (abolendo i caminetti delle oligarchie), che migliori l’elaborazione politica per dare risposte alle diverse esigenze territoriali.
Il Pd Jonico per crescere deve superare le logiche della conta e spartizione delle culture del passato (correnti della Margherita e correnti dei DS) che oramai sono superate ed inutili perché quel ciclo politico si è chiuso.
Possiamo diventare maggioranza di questa provincia e regione se già dalle decisioni di questa sera e quelle future teniamo ben presenti quali sono le coordinate per organizzarsi e radicarsi: MERITO, COMPETENZA E CONSENSO.
Il merito
per premiare le persone che lavorano con passione e lo spirito di servizio verso le proprie comunità.
La Competenza
per dotarci di robuste professionalità capaci di affrontare la complessità dei problemi.
Il Consenso
che sembra smarrito dopo il 14 ottobre, perché i leader senza seguaci possono solo farci perdere tempo ed elezioni.

Intervento trascritto di Franco Catapano
Assemblea Pd Jonico 19 maggio 2008

P.S.
L’epilogo dell’assemblea, mio malgrado, è stato totalmente diverso dalle mie aspettative: merito, competenze e consenso sono stati ancora una volta sacrificati dal vassallaggio politico.
E’ stato nominato un esecutivo di circa 30 persone che non è rappresentativo dei territori (in caso contrario ci sarebbero dovuti stare i coordinatori dei circoli cittadini democraticamente eletti a livello comunale).
Sono stati nominati una quindicina di responsabili di dipartimento (molto inusuale che un partito organizzi la sua elaborazione politica frammentando le tematiche di approfondimento). Per la cronaca ho rifiutato la nomina di responsabile del "dipartimento agricoltura", avevo già comunicato la mia indisponibilità al segretario provinciale, e mi sono astenuto sulla nomina dell'esecutivo e dei dipartimenti.

Esito della Assemblea Provinciale

Si è conclusa lunedì 19 maggio la due giorni dell'Assemblea Provinciale del Partito Democratico della provincia di Taranto.
Il 7 maggio scorso, infatti, la prima seduta era stata aggiornata a lunedì 19 per permettere a tutti i delegati che ne avevano fatto richiesta di intervenire nella discussione.
È stata un'assemblea molto partecipata che ha visto alternarsi più di trenta interventi, fra cui quello del Presidente della Provincia Gianni Florido, del vicesegretario regionale Michele Mazzarano, del consigliere regionale Michele Pelillo e dell'on. Ludovico Vico.
Le conclusioni sono state tratte dal segretario provinciale Donato Pentassuglia che, sintetizzando il dibattito, ha sottolineato l'importanza di radicare maggiormente il partito sul territorio, favorendo maggiormente il dialogo e la partecipazione.
Grande rilievo ha poi dato alla comunicazione che il partito dovrà promuovere per evidenziare gli interventi messi in atto sul territorio, a diversi livelli, dagli enti amministrati dal PD.
Inoltre, Pentassuglia ha presentato l'agenda dei principali impegni politici del PD, che non potrà non partire dai contenuti e dalle principali questioni aperte, quali: la sanità, l'ambiente, la pianificazione strategica di Area Vasta, e le numerose emergenze occupazionali a partire dall'Arsenale.
Il segretario, ha poi parlato dei rapporti con l'attuale maggioranza al Comune di Taranto, auspicando l'apertura di un reale confronto politico oltre che un maggiore dibattito sui diversi temi amministrativi, a cominciare dalla discussione del bilancio, rispetto al quale il PD si riserva di esprimere le proprie valutazioni politiche e di merito dopo i necessari approfondimenti che sono in corso.
Riferendosi al rapporto con il partito regionale, ha espresso la sua volontà di insistere nella richiesta di un maggiore riconoscimento del ruolo del territorio jonico a livello pugliese, alla luce sia dei significativi risultati elettorali ottenuti nelle ultime politiche dal PD di Taranto che delle rilevanti problematiche locali, che necessitano di essere maggiormente rappresentate.
Infine, richiamando l'appuntamento delle prossime elezioni provinciali, ha ribadito il sostegno alla riconferma della candidatura di Gianni Florido come Presidente e ha annunciato l'intenzione di avviare quanto prima un confronto con tutte le forze dell'attuale maggioranza in Provincia, aggiungendo che le primarie saranno adottate secondo quanto sarà previsto dallo Statuto regionale e dovranno essere opportunamente regolamentate.
L'assemblea si è conclusa con il completamento degli organismi dirigenti del PD, "nella formazione dei quali", ha specificato Pentassuglia, "si è tenuto conto della rappresentanza del partito sul territorio".
Si sono quindi votati l'esecutivo, i responsabili dei dipartimenti, il coordinamento politico, il consiglio dei garanti e l'ufficio di presidenza della Assemblea Provinciale, organismi che si aggiungeranno alle figure già esistenti, ovvero: il segretario provinciale, Donato Pentassuglia, il vice segretario Luciano Santoro, il presidente dell'Assemblea, Cosimo Nume, il segretario cittadino, Teresa Chiatante, il coordinatore della fase costituente, Ennio Pascarella, il tesoriere, Giampiero Mancarelli, il responsabile comunicazione Pino Mellone, il capogruppo al comune di Taranto, Dante Capriulo e il capogruppo alla Provincia Gaetano Blè.

Ufficio Stampa del PD della provincia di Taranto