giovedì 7 febbraio 2008

Pd verso le elezioni

“L'Italia ha voglia di cambiare, di qualcosa di nuovo. Il centrodestra ha governato per sette anni questo Paese e chi si candida alla presidenza del Consiglio lo fa per la quinta volta. Noi - insiste Veltroni - questo nuovo di cui il Paese ha bisogno possiamo interpretarlo e rappresentarlo”. Il giorno in cui il presidente della Repubblica annuncia lo scioglimento delle Camere e in cui il Consiglio dei ministri fissa le elezioni politiche nazionale per il 13 e 14 aprile, Walter Veltroni annuncia la vera, grande novità dello scenario politico italiano.

Il Pd si presenterà da solo davanti agli elettori. “L'obiettivo non è la solitudine. L'obiettivo è presentare una proposta coerente”. Il segretario, d’altronde, l’aveva detto chiaramente nel giorno in cui la delegazione del partito aveva incontrato il presidente del Senato Franco Marini, incaricato di ricercare una maggioranza per formare un governo in grado di varare una riforma elettorale: “Se non vi sarà la possibilità di cambiare il sistema, il Pd perseguirà comunque questo obiettivo”. E così sarà.

“Tutto il gruppo dirigente – ha detto oggi Veltroni incontrando i giornalisti alla sede di piazza Sant’Anastasia – è d’accordo. In questo momento, nella situazione in cui sta il Paese solo una offerta assolutamente nuova può costituire per chi non ha votato un buon motivo per tornare a votare, chi è indeciso per decidere e chi si è stufato per avere un nuovo bipolarismo”. Il Pd, dunque, si presenterà da solo alle elezioni, sulla base di un programma moderno, riformista e condiviso. No ad alleanze con la sinistra radicale. Sì ad eventuali “convergenze” sulla base del programma “riformista” che il partito metterà a punto.

“Una scelta coraggiosa”, ha sottolineato Veltroni. Un accordo programmatico con la sinistra radicale per le prossime elezioni politiche non è dunque proponibile. “Alla sinistra radicale – spiega – auguro tutto il bene possibile, le nostre sono due strade che continueranno a collaborare a livello locale. Ma a livello nazionale le posizioni sono obiettivamente diverse. Noi diciamo agli italiani che se voteranno per il Pd voteranno per una posizione chiara, univoca, che non dovrà mediare con 18 forze politiche diverse”. Bocciata anche l’ipotesi di ‘accordi tecnici’ al Senato. “Non credo – ha precisato il segretario del Pd – che abbia senso qualcosa che appaia un pasticcio. Gli italiani hanno bisogno di chiarezza”.

Durante l’incontro con i giornalisti, Veltroni non ha omesso di parlare delle gravi criticità che stanno attanagliando il Paese e preoccupando notevolmente i cittadini. La congiuntura economica internazionale è assolutamente allarmante. L’Italia non può aspettare “quattro mesi” per prendere provvedimenti a sostegno dei salari, e quindi della crescita, e per questo motivo il segretario del Pd Walter Veltroni rivolge un appello all'opposizione e alle parti sociali per un patto che permetta di intervenire immediatamente, senza aspettare le elezioni.

“Serve un’iniziativa a sostegno della domanda interna. La Fed (la Banca centrale degli Stati Uniti, ndr) ha tagliato i tassi del 30 per cento e nonostante questo le Borse vanno come vanno”. Un dato che non può non suscitare “allarme e preoccupazione in tutte le persone responsabili”. Dunque, bisogna utilizzare “ciò che il governo Prodi ha accumulato grazie al risanamento finanziario”, bisogna fare in modo che queste risorse diventino oggetto di una “intesa tra le forze sociali" che permetta un “intervento a sostegno dei salari”.

La campagna elettorale, comunque, può considerarsi aperta. Veltroni ha annunciato quali saranno i prossimi passi. Innanzi tutto l’assemblea costituente del partito, che si terrà il prossimo 16 febbraio a Roma. “Al centro – ha detto il leader del Pd – ci saranno i contenuti e i temi della campagna elettorale”. Dopodiché lo stesso Veltroni comincerà “un viaggio in tutta l’Italia che mi porterà in tutte le centodieci province del Paese”. Un viaggio con cui il segretario del Partito democratico spera di “portare un messaggio di speranza e di novità”. Un messaggio con il quale Veltroni cercherà di fare capire che questo Paese ce la può fare, che il Partito democratico ce la può fare. “Yes, we can”. Risponde così il segretario del Pd ai cronisti che gli chiedono se intenda fare suo il lo slogan del candidato alla presidenza degli Stati Uniti Barack Obama.

mercoledì 6 febbraio 2008

Primarie e Statuto

SI PUO' FARE ANCORA MEGLIO - pubblichiamo una lettera di Gilda Binetti

L’approvazione della bozza, licenziata ieri dalla Commissione Statuto del PD è solo il primo passo. E l’astensione di ben 11 dei poco meno di 60 presenti, non può che far riflettere sulla necessità di non fermarsi nel processo di innovazione avviato. La bozza è un risultato di tutto rispetto, soprattutto se si considera l’accelerazione progressiva che è chiesta a questa nuova creatura politica, questo PD al quale chiediamo di correre prima ancora che impari a camminare. Ma può e deve ancora migliorare.

Lo Statuto disegna un partito vero, ancorato territorialmente ma che non si chiude alle nuove possibilità partecipative aperte dalla rete; un partito che coraggiosamente afferma le responsabilità di chi intende governare il Paese con l’affermazione del legame necessario tra leadership e premiership; un partito che mette in campo azioni positive per il ricambio della classe politica, affermando la parità di genere come principio, il limite del numero dei mandati e della cumulabilità delle cariche, il finanziamento ad ambiti di formazione politica plurimi.

Si ha però la sensazione di trovarsi di fronte a un processo che non ha avuto il coraggio di spingersi un po’ oltre. Nel merito e nel metodo. Nel merito:scotta non aver sancito, senza se e senza ma, il principio delle primarie. Spieghiamoci: le primarie sono definite come il sistema ordinario al quale fare riferimento ogniqualvolta si debbano decidere le candidature ai ruoli di partito o istituzionali rilevanti. Questo principio, però, incorpora una eccezione non da poco: i parlamentari. Non spaventa l’idea che possano esserci circostanze il cui l’applicazione del principio contrasta con le esigenze dettate dalla situazione effettiva e contingente. Oggi non sarebbe stato possibile, nell’arco brevissimo di tempo che sembra separarci dalla tornata elettorale, investire tempo e risorse per una seria campagna primaria. Cionondimeno la previsione che, per questa particolare categoria di rappresentanti istituzionali sia già pronta una via di fuga dal principio generale fa male. Il recupero di credibilità della classe politica nei confronti dei cittadini passa anche per gesti simbolici, e uno Statuto senza cedimenti su questo fronte avrebbe sancito appieno quel fruttuoso dialogo avviato il 14 ottobre. Un gesto simbolico sarebbe stato approvare l’emendamento che precludeva la candidatura ai funzionari dei partiti, e, soprattutto, un gesto simbolico di grande rilevanza sarebbe stato approvare lo Statuto all’unanimità. Cosa è mancato dunque? E’ mancato un po’ di dialogo in piu’ tra coloro che proponevano idee differenti; è mancata un po’ più di fiducia nelle persone, che sanno dialogare, piuttosto che nelle “parrocchie”, organizzate per difendere la propria tesi; è mancata un po’ di determinazione nel volere questa Commissione come punto di incontro e non di scontro tra visioni diverse. E’rimasta, da parte di tutti, un po’ troppa propensione a vedersi come veltroniani, dalemiani, popolari, lettiani e bindiani piuttosto che, semplicemente, da oggi e in poi, come democratici.

Attendiamo al più presto la convocazione all’assemblea plenaria e speriamo che tornino a essere protagonisti la voglia di ricominciare e la tensione al nuovo. Anche nei metodi.

Gilda Binetti – Commissione Nazionale Statuto Partito Democratico

DISPOSITIVO DELL’ESECUTIVO PROVINCIALE - 10 febbraio 2008

L’Esecutivo Provinciale riunitosi il 4 febbraio 2008 ha discusso dell’appuntamento del prossimo 10 febbraio, quando nasceranno in tutti i comuni della provincia e nei quartieri della città di Taranto i circoli territoriali e saranno completati gli organismi dirigenti cittadino e provinciale del partito.
La situazione politica nazionale e la possibilità di elezioni anticipate fanno diventare questo appuntamento una opportunità per il Partito Democratico di dialogo con i cittadini, a cominciare dal popolo delle primarie del 14 ottobre, per chiarire la natura della crisi e indicare la strada per una sua soluzione positiva.
La democrazia italiana ha bisogno di un profondo rinnovamento: bisogna ridurre la frammentazione in tanti piccoli partiti, è necessario diminuire il numero dei parlamentari e i costi della politica, è indispensabile restituire capacità di decisione ai governi. E’ questa la strada da percorrere per dare risposte ai cittadini che chiedono più occupazione, difesa del potere d’acquisto delle famiglie, più sicurezza e difesa dell’ambiente.

Per queste ragioni bisogna cambiare la legge elettorale in modo da restituire agli elettori la possibilità di scegliere i parlamentari, ridurre il numero dei partiti e garantire governi stabili al Paese.
Il centrodestra si oppone a questa riforma perché ha fretta di votare pensando di essere sicuro di vincere. Ma se si vota con questa legge i parlamentari non saranno scelti dagli elettori e si condanna il Paese alla ingovernabilità.
Il 10 febbraio deve essere una grande giornata di dialogo con i cittadini per denunciare l’irresponsabilità del centrodestra e illustrare le nostre proposte per rinnovare la democrazia e modernizzare il Paese.
L’appuntamento del 10 febbraio, quindi, deve vedere impegnato il partito unitariamente per favorire il massimo di partecipazione, lavorando perché il maggior numero possibile di elettori delle primarie ritiri il certificato di Fondatore del Partito Democratico e deve essere l’occasione per dibattiti aperti a tutti.
L’Esecutivo Provinciale, sulla base di queste considerazioni politiche, delibera:
1. Laddove il numero dei candidati presentati non è superiore al numero di coloro che devono essere eletti si vota in modo palese a conclusione del dibattito politico.
2. L’articolo 4 del regolamento nella parte relativa alla presentazione delle candidature viene così modificato: “La candidatura a componente del Coordinamento di Circolo e/o a delegato all’Assemblea Cittadina e Provinciale deve essere presentata al Presidente/Garante entro le 20.00 di giovedì 7 febbraio. Le candidature che non vengono avanzate dal Coordinamento provvisorio del Circolo devono essere accompagnate da almeno 5 firme di “Fondatori del PD” del Circolo per la candidatura a componente del Coordinamento del Circolo, da almeno 15 firme per la candidatura all'Assemblea Cittadina e da almeno 40 firme per la candidatura all'Assemblea Provinciale”.
3. L’articolo 6 del regolamento nella parte relativa al rapporto delegati elettori per l’Assemblea Cittadina viene così modificato: “Nel comune capoluogo ciascun Circolo elegge un numero di delegati all’Assemblea Cittadina pari al rapporto esistente tra il numero dei votanti alle primarie, residenti nell’ambito territoriale di competenza del Circolo, e 100.”
4. Gli eletti delle Assemblee del livello territoriale superiore fanno parte di diritto degli organismi dirigenti dei livelli territoriali inferiori dove sono residenti o sono stati eletti.
Taranto, 4.02.2008

Elisabetta dalla spagna scrive....

Uffà quante chiacchiere!!!quello che accade nella nostra politica a me risulta inammissibile e visto dalla Spagna mi sembra addirittura ridicolo, una finta.
Dopo anni di viaggi da Nord a Sud dell'Italia mi sono resa conto che non è poi facile incontrare gente che parli di politica con cognizione di causa tanto meno gente che ha una propria idea politica fondata su un programma politico definito, la gente è abituata a votare perchè tutti lo fanno, senza crederci veramente, solo perchè pensa che chi ha diritto al voto sarà sicuramente in grado di fare gli interessi pubblici, o meglio gli interessi propri. Magari fosse così!!!, per me non esistono ne interessi pubblici ne propri ma solo di quelli che vanno al potere e credono di poter fare ciò che vogliono anche gridare parolacce in un'aula pubblica, senza dimostrare educazione e rispetto ma solo ignoranza.
Io credo tra l'altro che i giovani, e specialmente quelli laertini, vedono la politica come qualcosa di troppo complicato per essere considerata, e quindi meglio lasciar perdere, meglio buttarsi su cose futili, meglio vivere con quello che si ha, che cercare di creare un realtà migliore più libera, più democratica dove i diritti di tutti sono anche i nostri, dove esiste una vera coscienza sociale allargata...che bell'Italia sarebbe!!!!!

lunedì 4 febbraio 2008

Riflessione politica di Franco Bruno

La vita politica italiana si fa sempre più barbara. Tanti delitti, tanti processi, restano fermi, impuniti. Esattamente come accade nel Parlamento e in Senato. Parlamentari e Senatori mischiati in tanti presunti reati. Che spesso si fanno le leggi per conto proprio a danno dei cittadini comuni. Mi sembra di assistere ad un film dell’orrore, proprio come l’assoluzione del capo del centrodestra dal “falso”in bilancio, nel centrosinistra invece un Ministro che migra da destra a sinistra come una rondine minacciando magistrati di trasferimento, in Sicilia abbiamo un presidente condannato, che festeggia, si dimette, pronto per candidarsi al Senato sostenuto dal segretario nazionale del suo partito che lo copre infischiandosi di come ha gestito il potere, della fede cattolica e della morale. Sono azioni squalificanti che offendono i cittadini che lavorano tutti i giorni per la sopravivenza. Mi sembra che siamo di fronte ad un’inesorabile discesa verso le oscure paludi d’Acheronte.
Sinceramente da ora in avanti gli italiani con il voto elettorale sono proprio convinti di risolvere il problema delle due Camere, Senato, Deputati eleggendo gli stessi uomini? La destra si porterà tutti coloro che sono inquisiti per ottenere privilegi, come l’immunità parlamentare. In Puglia già ci sono dei casi. Onorevoli inquisiti che oggi sono in Parlamento, che certamente saranno riconfermati nelle liste alle prossime elezioni. La nuova legge elettorale fa paura.
Ecco cosa ha prodotto la legge elettorale del centrodestra. Il crollo di credibilità del Parlamento. Un esecutivo che ha paura, di sottrarsi al controllo della magistratura. Un governo se viola le leggi dello Stato non può ripresentarsi a nuove elezioni. Mi riferisco a destra e a sinistra. Gli ostacoli ci sono e sono numerosi. Il primo consiste che l’elettorato non può fidarsi di una destra che è divisa in due. Quindi Berlusconi che non lascia spazio non ha un partito “ dal volto umano” Casini ha problemi con tanti amici siciliani, Fini si è riconvertito per convenienza al Berlusconismo dopo tante sceneggiate raccontate in tv; Bossi prende lo stipendio a Roma, ma pretende la Republichetta del Nord, come San Marino, e Città del Vaticano. Insomma, le sorti degli italiani sono tinte da colori peggiori. La governabilità del paese continua ad oscillare. A compiere miracoli oggi non vedo nessuno. Se questi signori non cambiano il disegno del nuovo-vecchio gruppo dirigente nei rispettivi partiti l’Italia non crescerà, anzi cresceranno i loro malanni e la sua sostanziale ingovernabilità. Lo scenario nella vita pubblica italiana e immorale, ecco perché si sta ammazzando la democrazia. Cosa fare per avere una classe una classe dirigente credibile? Che alle parole corrispondano i fatti. Se questo avvenisse….”

Lì, 3 febbraio 2008

Dott. Francesco Bruno

sabato 2 febbraio 2008

L'Economist: Berlusconi inadatto a governare

Per l'"Economist" Silvio Berlusconi e' ancora "inadatto" (unfit) per governare l'Italia. A sette anni dalla famosa copertina sul leader di Forza Italia, il settimanale inglese e' tornato a bocciare la prospettiva di un governo guidato dal Cavaliere in un editoriale dal titolo "Traballante se ne va". E in un altro articolo sulla crisi di governo, l'Economist non esclude una vittoria del Partito democratico di Walter Veltroni se correra' da solo
e quindi sfruttera' "l'idiosincrasia" per i piccoli partiti che emerge dai sondaggi: "Le elezioni anticipate restano la migliore scommessa per Berlusconi, ma come in ogni scommessa la vincita non e' assicurata".

L'editoriale dell'Economist sottolinea che l'Italia "ha disperatamente bisogno di un governo stabile e di una dolorosa riforma economica, il problema e' come arrivarci". A suo avviso nel 2001 Berlusconi "ha sprecato una possibilita'" quando ha usato "il capitale politico per proteggere gli interessi dei suoi media e sottrarsi alle accuse dei magistrati, esitando sulle riforme economiche".

Poi, sostiene il settimanale inglese, ha lasciato alle sue spalle "la pillola avvelenata" di una legge elettorale che ha favorito l'instabilita' con la proliferazione di piccoli partiti che lo stesso leader di Forza Italia "ha sempre piu' difficolta' a controllare nella sua coalizione". Ma, legge elettorale a parte, per l'Economist il vero problema resta la mancanza di "riformatori autenticamente liberisti" tra i leader italiani: il governo Prodi ha ridotto l'indebitamento pubblico e migliorato la raccolta fiscale, ma non e' riuscito a riformare il settore pubblico, ne' ha risolto i nodi del Mezzogiorno, come dimostra l'emergenza rifiuti.

E nell'analisi del settimanale "non c'e' alcuna speranza" che Berlusconi, con le sue priorita' di rivedere le riforme sul fisco e di limitare l'uso delle intercettazioni telefoniche, si riveli una "scommessa migliore di Prodi". "Per quanto successo abbia avuto negli affari, Berlusconi resta inadatto per l'incarico a cui aspira. Povera Italia", conclude l'editoriale.

Nemo propheta in patria

Pubblichiamo qui di seguito l'intervento del commissario europeo Almunia, che fa il punto sull'attuale situazione dei conti pubblici italiani.

"Mi auguro che si vada avanti con le politiche lodevoli portate avanti da Prodi e Padoa-Schioppa". E' quanto ha dichiarato il commissario Ue agli Affari economici Joaquin Almunia, presentando la valutazione del programma di stabilita' italiano. "In effetti si tratta di un momento difficilissimo", ha spiegato Almunia, aggiungendo di non poter fare "commenti di natura politica sulla situazione interna dell'Italia". In ogni caso, ha continuato il commissario europeo "spero che le cose si risolvano presto spero in una soluzione che possa incoraggiare le buone tendenze che noi abbiamo gia' osservato negli ultimi anni", e cioe' "le politiche fiscali seguite dal Governo e dal ministro Padoa-Schioppa" che "hanno avuto ottimi risultati nella riduzione del deficit eccessivo e nella capacita' di ottenere gettito per finanziare la spesa pubblica", mentre "certi aspetti importanti della spesa pubblica sono messi sotto controllo e cosi' anche l'evoluzione del debito pubblico". Quindi, ha concluso Almunia, "mi auguro che si vada avanti con queste politiche lodevoli che sono state seguite da Prodi e Padoa-Schioppa fino adesso".

venerdì 1 febbraio 2008

i Porcellum da abbattere

«Prima cambiare la legge elettorale attraverso la riforma in Parlamento o attraverso il referendum, poi andare a votare». Al termine dell’incontro con i rappresentanti del Comitato promotore dei referendum: Giovanni Guzzetta, Mario Segni e Natale D'Amico, il Partito democratico ribadisce il suo più totale sostegno al tentativo di Franco Marini di cercare i numeri e il consenso per realizzare le riforme in Parlamento, ma chiarisce anche che se questo non dovesse accadere, il Pd è pronto a sostenere un esecutivo che consenta lo svolgimento del referendum in primavera per poi andare al voto prima dell'estate.


«Chiunque capisce – spiega infatti il vicesegretario Dario Franceschini al termine dell’incontro al quale ha partecipato con Walter Veltroni - che avrebbe senso prima cambiare una legge elettorale che tutti dicono non funziona e poi andare a votare e non viceversa».

Per questo, aggiunge, «sosteniamo fino in fondo il tentativo del presidente del Senato e poi pensiamo che avrebbe più senso sentire prima come la pensano gli italiani sulla legge elettorale attraverso il referendum e subito dopo, tra qualche mese, votare con la legge che gli italiani hanno scelto».

Una scelta dettata esclusivamente dal senso del dovere. «La cosa più sciocca – conclude, infatti - è pensare che noi abbiamo paura delle elezioni, visto che il consenso verso il Pd sta crescendo».

Una scelta apprezzata anche dal presidente del Comitato referendario. «Il segretario Veltroni ha dato la disponibilità del Pd a sostenere un governo che faccia la legge elettorale in Parlamento o accompagni e consenta il referendum prima del voto, ha raccontato Giovanni Guzzetta aggiungendo: «Noi non strizziamo l'occhio ai tentativi dilatori ma è davvero irragionevole – ha concluso - andare al voto con una legge tanto criticata che invece potrebbe essere modificata ritardando le elezioni solo di poche settimane».

giovedì 31 gennaio 2008

Giustizia è fatta..

Dopo solo cinque minuti di camera di consiglio, Silvio Berlusconi è stato prosciolto dall'accusa di falso in bilancio, così come richiesto dal P.M. Ilda Boccassini.
Motivo del proscioglimento, il fatto non costituisce più reato a seguito della sua derubricazione.
A chi si deve tale provvedimento? Al governo Berlusconi che non appena insediato nel corso della scorsa legislatura aveva previsto la depenalizzazione del reato di falso in bilancio.
Che coincidenza..

mercoledì 30 gennaio 2008

Napolitano si affida a Marini, "Incarico per la legge elettorale"

ROMA - Incarico a Franco Marini. Come previsto. Ma Napolitano, ai giornalisti raccolti al Quirinale, ha voluto fornire, come aveva promesso, le "motivazioni" della sua decisione. In sintesi: 1) prima della crisi c'era un dialogo sulla riforma elettorale, non si vede perché non possa dare frutti;
2) sciogliere le Camere è decisione "gravosa", l'ultima che il presidente vorrebbe prendere;
3) sentiti i partiti emerge che quasi tutti vorrebbero una riforma del sistema elettorale, ma alcuni ritengono impossibile farla adesso;
4) il capo dello Stato ha quantomeno il dovere di provarci, Marini è la persona adatta;
5) Se qualcuno avesse dei dubbi, in questa scelta non c'è nulla di dilatorio.
Incarico per la legge elettorale. Questo, insomma, ha deciso il capo dello Stato. Per la precisione si tratta di un incarico a "verificare le possibilità di consenso su un preciso progetto di riforma della legge elettorale e di sostegno ad un governo funzionale all'approvazione di quel progetto e all'assunzione delle decisioni più urgenti in alcuni campi".

martedì 29 gennaio 2008

VELTRONI AL QUIRINALE: ELEZIONI OGGI SIGNIFICANO INSTABILITA' DOMANI

«Trovare una soluzione positiva per dare stabilità al Paese. Le elezioni anticipate sono un’alternativa che non corrisponde ai bisogni del Paese». Sono queste le prime, significative, parole pronunciate dal segretario del Pd Walter Veltroni al termine dell’incontro avuto al Quirinale tra il capo dello Stato Giorgio Napolitano e la delegazione del Partito democratico, rappresentata dallo stesso Veltroni, dai capigruppo di Senato e Camera Anna Finocchiaro ed Antonello Soro e dal vicesegretario Dario Franceschini.
«Abbiamo presentato – ha riferito Veltroni – due ipotesi: fissare la data delle elezioni per la primavera dell'anno prossimo e poi svolgere ciò che gli italiani si attendono, ossia portare a termine il pacchetto di riforme istituzionali e di revisione dei regolamenti parlamentari, oltre che il varo di una legge elettorale che di stabilità al Paese», oppure «fissare la data delle elezioni entro qualche mese, nel primo semestre di quest'anno, e affrontare alcune questioni come la legge elettorale, legge che si può cambiare in breve tempo. Queste – ha spiegato – sono le nostre proposte: due governi con scadenza e poi le elezioni».

Il leader del Pd ha quindi confermato tutta la contrarietà del partito nei confronti di un immediato ritorno alle urne. «Elezioni oggi – ha sottolineato Veltroni – significano instabilità domani. Si andrebbe a votare con una legge elettorale per l'abrogazione della quale alcune forze politiche, che ora chiedono il voto, hanno promosso un referendum. Tra un anno ci troveremmo di nuovo di fronte a questo referendum».

La riflessione del sindaco di Roma investe tutti gli aspetti che rendono estremamente critico l’assetto politico-istituzionale del Paese, sul quale occorre mettere mano in brevissimo tempo se non si vuole rischiare ulteriori derive antidemocratiche. «Il momento - ha detto Veltroni - richiede uno scatto di responsabilità nazionale da parte di tutti. Occorrono assicurazioni di stabilità per garantire innovazione».

Collaborare per riformare le regole, la legge elettorale, le regole istituzionali, non significa annullare le differenze politiche, perché la dialettica resterebbe intatta sulle scelte e sui programmi. «Perciò abbiamo avanzato al Presidente della Repubblica la proposta di fissare la data delle elezioni per la primavera dell'anno prossimo e nel frattempo lavorare in Parlamento per realizzare le riforme istituzionali già incardinate, che prevedono la riduzione del numero dei parlamentari, una sola camera con potere legislativo, regolamenti più adeguati, e naturalmente una riforma elettorale che dia stabilità. Questo significa usare questi mesi per essere sicuri che dopo il voto nascerà un governo».

L’alternativa minima, come detto, riguarda un governo che, in pochi mesi, si limiti alle necessità più impellenti per il Paese e che provveda alla riforma della sola legge elettorale. Su questo punto, inoltre, lo stesso Walter Veltroni ha ricordato come tra le forze politiche dei due schieramenti si fosse giunti ormai «ad un passo dall’accordo. Io credo – ha aggiunto – che possiamo partire dalla prima bozza Bianco e da lì cercare una possibile convergenza per dare al paese stabilità e ai governi governabilità».

Questo governo di pochi mesi, d'altronde, che potrebbe consentire elezioni entro l'estate, non dovrebbe affrontare solo la legge elettorale ma anche «altre questioni urgenti», quella dei salari e dei redditi delle famiglie, una questione per la quale «oggi ci sono risorse grazie all'azione di risanamento del governo Prodi»; misure di sostegno alle imprese; una riduzione dei costi della politica. «Avanzare queste proposte non è – ha concluso Veltroni - un modo per dilazionare le scelte. E' un modo per evitare che le elezioni servano a far proseguire il vecchio».

lunedì 28 gennaio 2008

E' IL TEMPO DELLA CHIAREZZA, DELLA RESPONSABILITA', DELLA SERENITA'

Un appello al senso di responsabilità nazionale di tutti per dare vita ad un governo capace di affrontare le riforme istituzionali o quanto meno di portare a termine il varo di una nuova legge elettorale che dia stabilità e governabilità al Paese. Walter Veltroni, intervenendo oggi all’incontro dei Liberal del Pd, ribadisce la linea con la quale il Partito democratico ha deciso di affrontare la crisi seguita alla caduta del governo Prodi. Linea peraltro già esplicitata in modo unitario dopo la prima riunione dell’unità di crisi – un vertice composto dalle maggiori personalità politiche del partito – con la quale il Pd sta affrontando la delicata situazione istituzionale.

Prendendo parola oggi a Roma, il leader democratico sottolinea come “precipitare verso le elezioni” sia “in contraddizione con il senso di responsabilità” che, in un momento così travagliato e delicato per democrazia, tutte le forze politiche dovrebbero anteporre agli interessi particolari. Un messaggio chiaro a quelle “forze sane”, politiche e non, “del Paese reale” che hanno espresso le loro preoccupazioni per un ritorno al voto in queste condizioni, considerate strutturalmente inadeguate. Un messaggio altrettanto diretto a chi, invece, in questo momento, sembra disinteressarsi di ciò che è necessario per il nostro Paese.

E’ con questo spirito che il segretario del Pd rivela di aver molto apprezzato le parole del presidente di Confindustria Luca di Montezemolo che proprio ieri ribadiva tutto il suo scetticismo per un'immediata indizione di elezioni anticipate. Ugualmente, il sindaco di Roma esprime il suo giudizio positivo per quanto detto dal leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini e per la posizione assunta da alcune forze politiche consultate in questi giorni dal presidente Napolitano. "E’ positivo che abbiano sostenuto di essere contrarie alle elezioni anticipate e a favore di un governo che riscriva le regole del gioco. Allo stesso modo – aggiunge – giudico di grande importanza quello che ha detto Casini parlando della necessità di un esecutivo di responsabilità nazionale”.

E’ proprio con lo stesso spirito che il segretario del Pd critica invece le posizioni che in questi giorni stanno andando assumendo le due maggiori forze politiche del centrodestra, Forza Italia e Alleanza Nazionale, che spingono per un immediato ritorno alle urne, pur in condizioni ampiamente precarie da un punto di vista istituzionale. “Il centrodestra – afferma Veltroni – si ripresenterebbe alle elezioni con un’alleanza da vecchia stagione, fatta di coalizioni eterogenee e di incapacità di avere senso di responsabilità”. Il giudizio più duro è proprio per l’atteggiamento di profonda incoerenza che ha assunto Allenanza Nazionale: “Prima ha votato a favore della legge Calderoli, poi ha promosso il referendum per abrogarla quando bastava non averla votata in Parlamento per non dover disturbare tante persone, e ora vuole andare a votare con quella stessa legge contro la quale ha promosso il referendum. Una posizione incomprensibile”.

Quanto ai margini per giungere ad una nuova legge elettorale condivisa, veltroni si mostra fiducioso. “C’è uno spazio intermedio tra la prima e la seconda bozza Bianco in cui si può trovare una soluzione. Le condizioni ci sono”. Arrivare ad un nuovo sistema di voto è d’altronde la condizione necessaria per iniziare a riformare un assetto che non è riuscito in questi anni a dare i frutti sperati. “Servono maggioranze coese – sottolinea il numero uno del Pd – un programma fatto in libertà dalle forze che si propongono di governare il Paese e non mediato dalla necessità di mettere insieme tutti: questa è la garanzia di riformismo”. Quanto alle alleanze, Veltroni conferma di “guardare con interesse alla nascita della Cosa Rossa”, si dice sicuro che la collaborazione nei governi locali “possa continuare”, ma “a livello nazionale si deve arrivare a programmi chiari e ad alleanze che in quei programmi si riconoscono: è tempo della chiarezza, della governabilità, della serenità”.

sabato 26 gennaio 2008

L’ultimo taglio

Riportiamo di seguito un articolo pubblicato dal quotidiano "La Stampa" che credo possa aiutare a comprendere tante cose successe in questi ultimi 20 mesi:
Mentre tutti gli altri ministri con la valigia in mano s’affannavano a riempire di sederi amici le poltrone del sottopotere, ieri Tommaso Padoa-Schioppa ha chiuso ottanta sedi periferiche del Tesoro e messo in mobilità centinaia di impiegati e dirigenti. Non so se abbia fatto la cosa giusta. Di sicuro ha fatto quella contraria. Un tagliatore che continua a tagliare persino nel giorno dell’addio, incurante della scia di impopolarità che si lascia alle spalle: sembra quasi surreale, in un Paese come il nostro. Immaginiamo lo stupore di Pecoraro Scanio e di Mastella, che ha appena cantato le lodi della lottizzazione dei primari ospedalieri come quintessenza della politica.

Del resto Padoa-Schioppa non è un politico. È un banchiere che in un attacco di narcisismo masochista ha accettato di fare il ministro dell’Economia: il mestiere più detestato dagli italiani dopo l’arbitro di calcio, specie adesso che l’economia ha perso la maiuscola e va a rotoli un po’ ovunque, da noi con particolare vigore. La storia ci dirà che tipo di ministro è stato. Ma la cronaca è già in grado di raccontarci che tipo di uomo è. Coerente e cocciuto. Aggettivi oggi fuori moda, ma non fra quelli della sua generazione, venuta al mondo all’inizio della guerra o subito prima. Poi è successo quel che è successo e nel 1947 è nato Mastella.

di Massimo Gramellini

venerdì 25 gennaio 2008

La crisi di governo...

Così muore il centrosinistra

Nemmeno due anni dopo il voto che ha sconfitto Berlusconi e la sua destra, Romano Prodi deve lasciare Palazzo Chigi e uscire di scena, con il suo governo che si arrende infine al Senato dove Dini e Mastella gli votano contro, dopo una settimana d'agonia. È lo strano - e ingiusto - destino di un uomo politico che per due volte ha battuto Berlusconi, per due volte ha risanato i conti pubblici e per due volte ha dovuto interrompere a metà la sua avventura di governo per lo sfascio della maggioranza che lo aveva scelto come leader.

Con Prodi, però, oggi non finisce soltanto una leadership e un governo, ma una cultura politica - il centrosinistra - che tra alti e bassi ha attraversato gli anni più importanti del nostro Paese, segnando la storia repubblicana.
Ciò che è finito davvero, infatti, è l'idea di un'ampia coalizione che raggruppi insieme tutto ciò che è alternativo alla destra, comunque assemblato, e dovunque porti la risultante. Prodi è morto politicamente proprio di questo. È morto a destra, per la vendetta di Mastella e gli interessi di Dini, ma per due anni ha sofferto a sinistra, per gli scarti di Diliberto, Giordano e Pecoraro, soprattutto sulla politica estera. Mentre faceva firmare ai leader alleati un programma faraonico e velleitario di 281 pagine e un impegno di lealtà perfettamente inutile per l'intera legislatura, Prodi coltivava in realtà un'ambizione culturale, prima ancora che politica: quella di tenere insieme le due sinistre italiane (la riformista e la radicale), obbligandole a coniugare giustizia e solidarietà insieme con modernità e innovazione, in un patto con i moderati antiberlusconiani.
Quell'ambizione è saltata, o meglio si è tradotta talvolta in politica durante questi due anni, mai in una cultura di governo riconosciuta e riconoscibile.
I risultati positivi di un governo che ha rovesciato il proverbio, razzolando bene mentre continuava a predicare male, non sono riusciti a fare massa, a orientare un'opinione pubblica ostile per paura delle tasse, spaventata dalle risse interne alla maggioranza, disorientata dalla mancanza di un disegno comune capace di indicare una prospettiva, un paesaggio collettivo, una ragione pubblica per ritrovare il senso di comunità, muoversi insieme, condividere un percorso politico.
Anche le cose migliori che il governo ha fatto, sono state spezzettate, spolpate e azzannate dal famelico gioco d'interdizione dei partiti, incapaci di far coalizione, di sentirsi maggioranza, di indicare un'Italia diversa dopo i cinque anni berlusconiani: ai cittadini, le politiche di centrosinistra sono arrivate ogni volta svalutate, incerte, contraddittorie e soprattutto depotenziate, come se la rissa interna - che è il risultato di una mancanza di cultura comune - avesse succhiato ogni linfa. Ancor più, avesse succhiato via il senso, il significato delle cose.
Fuori dal recinto tortuoso del governo, la destra non ha fatto molto per riconquistarsi il diritto di governare. Le sue contraddizioni sono tutte aperte, e la crisi della sinistra regala a Berlusconi una leadership interna che i suoi alleati ancora ieri contestavano. Ma la destra, questo è il paradosso al ribasso del 2008, è in qualche modo sintonica e addirittura interprete del sentimento italiano dominante, che è insieme di protesta e di esclusione, forse di secessione individuale dallo Stato, probabilmente di delusione repubblicana, certamente di solitudine civica. Nella grande disconnessione da ogni discorso pubblico, che è la cifra nazionale di questa fase, il nuovo populismo berlusconiano può trovare terreno propizio, perché salta tutte le mediazioni, dà agli individui l'impressione di essere cercati dalla politica e non per una rappresentanza, ma per una sintonia separata con la leadership, una vibrazione, un'adesione, ad uno ad uno.
Intorno si è mossa e si muove la gerarchia cattolica, che ormai lascia un'impronta visibile non nel discorso pubblico dov'è la benvenuta, ma sul terreno politico, istituzionale e addirittura parlamentare, dove in una democrazia occidentale dovrebbe valere solo la legge dello Stato e la regola di maggioranza, che è la forma di decisione della democrazia. Un'impronta che sempre più, purtroppo, è quella di un Dio italiano fino ad oggi sconosciuto, che non si preoccupa di parlare all'intero Paese ma conta le sue pecore ad ogni occasione interpretando il confronto come prova di forza - dunque come atto politico - , le rinchiude nel recinto della precettistica e se deve marchiarle, lo fa sul fianco destro.
Un contesto nel quale poteva reggere soltanto una politica in grado di esprimere una cultura moderna, cosciente di sé, risolta, capace di nascere a sinistra e parlare all'intero Paese. Tutto questo è mancato, per ragioni evidenti. La vittoria mutilata del 2006 ha messo subito il governo sulla difensiva, preoccupato di munirsi all'interno, col risultato di una dilatazione abnorme di ministri e sottosegretari. Ma i partiti, mentre si munivano l'uno contro l'altro, si disconnettevano dal Paese. Nel loro mondo chiuso, hanno camminato a passo di veti, minacce e ricatti, indebolendo la figura dello stesso Presidente del Consiglio, costretto a mediare più che a indirizzare. Si sono sentite ogni giorno mille voci, a nome del governo. La voce del centrosinistra è mancata.
Oggi che Mastella ha firmato un contratto con il Cavaliere e Dini ha onorato la cambiale natalizia, risulta evidente che Prodi salta perché è saltato quell'equilibrio che univa i moderati alle due sinistre, e come tale poteva rappresentare la maggioranza dell'Italia contemporanea. Tuttavia, senza il trasformismo (non nuovo: sia Dini che Mastella sono ritornati infine a casa) Prodi non sarebbe caduto. Barcollando, il governo avrebbe ancora potuto andare avanti, e questa è la ragione che ha spinto il premier ad andare al Senato, per mettere in piena luce sia la doppia defezione da destra e verso destra, sia l'assurdità di una legge elettorale che dà allo stesso governo la vittoria alla Camera e la sconfitta al Senato.
Da qui partirà il presidente Napolitano con le consultazioni, nella sua ricerca di consolidare un equilibrio politico e istituzionale che ritrovi un baricentro al sistema e al Paese. Il Capo dello Stato dovrà dunque tentare, col suo buonsenso repubblicano, di correggere queste legge elettorale prima di riportare il Paese al voto. La strada è quella di un governo istituzionale guidato dal presidente del Senato Marini, formato da poche personalità scelte fuori dai partiti, sostenuto dalle forze di buona volontà per giungere al risultato che serve al Paese.
Riformare la legge elettorale, e se fosse possibile, riformare anche Camera e Senato, cambiando i regolamenti, riducendo il numero dei parlamentari, correggendo il bicameralismo perfetto. Un governo non a termine, ma di scopo.
Che può durare poco, se i partiti sono sinceri nell'impegno e responsabili nelle scelte, col Capo dello Stato garante del percorso e dell'approdo.

Berlusconi è contrario a questa soluzione perché vuole votare al più presto, con i rifiuti per strada a Napoli (altra prova tragica d'impotenza del centrosinistra, locale e nazionale), con piazza San Pietro ancora calda di bandiere papiste, con il volto di Prodi da esibire in campagna elettorale come un avversario già battuto, in più in grado di imbrigliare l'avversario vero, che è da oggi
Walter Veltroni.