giovedì 24 aprile 2008

STANGATA "IMMONDIZIA"

Dalla richiesta d’aumento di Cisa alla sentenza del Consiglio di Stato: ecco come la tariffa dello smaltimento dei rifiuti è diventata un conto salato per i Comuni e un’ipoteca sui loro bilanci. Con la politica assente.

Il minimo comune denominatore sono i rifiuti e la mancanza di una politica che li riguardi. Il risultato è una “stangata” da almeno 10 milioni di euro da dividere tra i Comuni dell’Ato 1 (Ginosa, Laterza, Castellaneta, Palagiano, Palagianello, Massafra, Mottola, Statte, Martina Franca, Crispiano, Montemesola), senza tener conto di Taranto. Il resto ci gira intorno: ristoro ambientale, discarica, termovalorizzatore, sindaci e Provincia. La recente sentenza del Consiglio di Stato ha semplicemente scoperto il calderone, portando la tariffa da 57 euro a 83 e spiccioli e fissando la misura dell’arretrato al luglio 2004, cioè da quando la discarica e il termovalorizzatore di Massafra hanno cominciato a funzionare come un sistema complesso e il gestore ha avanzato la sua richiesta: un ritocco sostanzioso (all’incirca del 47%) della tariffa, in virtù del costo ulteriore derivante dall’impianto di produzione di Cdr. Nonostante questo diventi “carburante” per produrre energia elettrica nel termovalorizzatore e quindi, in senso lato, sia comunque una fonte di ulteriore guadagno, peraltro incentivato dallo Stato con i Cip 6 (per fonti energetiche rinnovabili o “assimilate”).
Una vicenda che, dopo 4 anni e diverse tappe, sta per produrre un potenziale quanto devastante buco nei bilanci dei 12 Comuni dell’Ambito ottimale Taranto 1, o almeno in quelli che non si sono premuniti per tempo. Del resto quando il 5 aprile 2005, esattamente il giorno dopo aver perso le elezioni regionali, il commissario straordinario all’emergenza rifiuti Raffaele Fitto rispondeva alla Cisa, sostanzialmente riconoscendo la legittimità dell’aumento chiesto, era ipotizzabile che la “cosa” avrebbe avuto qualche conseguenza. Né, dopo, col cambio di maggioranza, di presidente regionale e dunque di commissario straordinario si è assistito a virate o altro. Vendola ha lasciato che l’inerzia continuasse e che la vicenda finisse nelle mani di un commissario ad acta che, a sua volta, ha certificato “il prezzo giusto”. Giusto per il gestore, ovviamente. Un po’ meno per i Comuni che, però, con la solitaria eccezione di Ginosa e del suo sindaco Gino Montanaro, hanno dormito o - nella migliore delle ipotesi – si sono fatti trascinare dalla corrente. Di qui al ricorso al Tar, vinto da Ginosa, e all’appello in Consiglio di Stato, perso da tutti i Comuni, è stato come fare un giro sulle montagne russe. Si scende con le budella sottosopra e con una pessima notizia: non c’è una seconda possibilità. “Abbiamo perso e bisogna pagare” ha sentenziato salomonicamente il sindaco di Massafra, Martino Tamburrano, nonchè presidente dell’Ato 1. Già l’Ato. Che per stessa ammissione del suo attuale “numero uno” si è dimostrato un ente inutile, visto che nessuno dei suoi componenti se n’è interessato più di tanto e che dalla sua nascita ad oggi, invece che produrre una corretta gestione integrata del ciclo dei rifiuti, si è riunito praticamente solo per decidere due punti: approvare il suo bilancio e avallare la richiesta di ristoro ambientale (con sei “sì” su 12) a favore del Comune di Massafra, compreso il voto del sindaco-presidente. Per fortuna la legge ha chiarito un particolare costoso: l’indennità per presidente e consiglieri (50 e 12mila euro) non si può sommare con quella da amministratore del proprio Comune. Bisogna scegliere: o l’una o l’altra.Per il resto, l’inerzia dell’Ato – ancora una volta è Tamburrano ad ammetterlo – è la causa prima della mancata decisione dello stesso Ambito (cui “Cisa” si era rivolto) sulla propria tariffa e quindi delle conseguenze economiche che, come un fiume carsico, sono affiorate improvvisamente. Secondo lo stesso presidente, il conto da pagare alla Cisa costerà mediamente 500mila euro per ogni Comune.
Infatti, si può stimare un arretrato intorno ai 2 milioni di euro annui (a fronte di uno smaltimento medio di seimila tonnellate mensili), da moltiplicare per i quasi quattro anni trascorsi dal 2004, più interessi legali: una botta da 10 milioni di euro o giù di lì. Una somma, ovviamente, da suddividere per i Comuni in base alla singola produzione di rifiuti. Chi pagherà questi soldi? Ve lo lasciamo immaginare.Discorso a parte per Taranto, che produce da sola più o meno metà dell’immondizia del bacino (senza tuttavia comunicare dati ufficiali all’Ato Puglia), ma la cui vicenda potrebbe finire nel mare magno del dissesto, quindi nel capitolo finanziario legato alla gestione dell’Organo straordinario di liquidazione e non di quella del Comune. Se così non dovesse essere, la stima andrebbe quanto meno raddoppiata. Va detto, comunque, che il Comune di Massafra con la richiesta di ristoro ambientale è corso ai ripari (o almeno di sta provando) giocando un brutto tiro agli altri 11 comuni. Il 10% sulla tariffa - che non è più fissata a 57 euro ma a 83,73 – vuol dire circa 500mila euro annui (sempre Taranto esclusa) di introito - futuro - per il Comune di Massafra, ma un ulteriore salasso per gli altri municipi.
La tariffa, aumentata e “ristorata”, schizzerebbe oltre i 90 euro a tonnellata, con un impatto devastante anche sui bilanci futuri dei Comuni. Di fronte a questa eventualità il Comune di Martina ha già fatto ricorso al Tar, innescando una nuova guerra a colpi di carte bollate; qualcuno - come i sindaci di Ginosa, Palagiano e Mottola - non ha gradito, gli altri sonnecchiano.
Se può consolare, dal 1° luglio 2008 – com’è scritto nell’ultima Finanziaria Prodi - le competenze degli Ato passeranno alle province. Quella di Taranto, che sino ad oggi sul tema rifiuti non ha certo brillato, ha messo in cantiere un Piano rifiuti che l’Arpa consegnerà tra un anno, cioè a fine mandato. Nel frattempo, i rifiuti del bacino Ato 1 hanno una sola discarica a disposizione con tutto quel che segue, per canoni o royalty pagati oppure no. Amministratori oculati chiederebbero il conto anziché rassegnarsi a pagarlo soltanto. Oppure, in mancanza di libera concorrenza, cercherebbero rifugio nella “mano pubblica”: un impianto di bacino, gestito dal pubblico e con prezzi calmierati. Sarebbe il primo atto di una politica dei rifiuti che, sinora, non s’è mai vista.»

Fonte: Corriere del Giorno»
Autore: Massimo D’Onofrio

Decolla la Dieta Mediterranea

Decolla il progetto di Candidatura della Dieta Mediterranea a Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco e i rappresentanti dei Paesi si incontrano per porre le basi di un impegno che rafforza gli intenti comuni. L’obiettivo è consegnare il dossier, a sostegno della candidatura, entro il mese di agosto.
Il progetto della candidatura della Dieta Mediterranea a Patrimonio dell’Unesco è nato nel febbraio 2007, nell’ambito del vertice Italo – Spagnolo di Ibiza (Spagna) con il preciso scopo di difendere la qualità e la competitività delle rispettive produzioni agroalimentari. Oggi, presso la Sala Verde del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, i rappresentanti istituzionali di Spagna, Italia, Grecia e Marocco, si sono riuniti e hanno sottoscritto la ‘Dichiarazione di cooperazione’ che sottolinea le ragioni di un impegno comune per preservare e conferire continuità ad un patrimonio unico e straordinario. Con questo documento viene riconosciuta la caratteristica transnazionale del progetto e l’esistenza di un nucleo di redazione costituito dai quattro Paesi.Viene inoltre ribadito che si tratta di una candidatura aperta, con invito a tutti i Paesi del bacino del Mediterraneo ad aderire al progetto.


I rappresentanti hanno concordato inoltre sulla necessità di stimolare i lavori nei rispettivi Paesi per garantire l’adeguata preparazione del progetto di candidatura; di cooperare e scambiare esperienze; di invitare e coinvolgere in un’adesione il più ampia possibile gli altri Paesi. Perfetta concordanza di vedute è stata espressa anche a proposito dell’individuazione di strategie per attivare la diffusione, la conoscenza, la promozione dell’iniziativa.

Una vittoria per l’attenzione rispetto ai problemi locali

Oggi interviene il coordinamento di Laterza, che analizza l’esito del voto del 13 e 14 aprile.«Il risultato elettorale, a parte l’amarezza della sconfitta, contiene elementi rivoluzionari per l’intero quadro politico italiano, che grazie alla scelta del Partito Democratico di correre da solo, è diventato finalmente stabile, trasparente e semplificato.Il Pd di Laterza ha ritenuto fondamentale accettare la sfida del cambiamento, impostata da Veltroni, e l’ha fatto decidendo di rinnovare la classe dirigente e coniugando in maniera virtuosa l’entusiasmo dei giovani e delle donne con l’esperienza dei militanti di lungo corso. Solo così è stato possibile rilanciare la politica dei contenuti e rendere visibile le differenze tra Pd e Pdl. Gli elettori hanno gradito e premiato il nostro impegno con 3.088 voti alla Camera e 2.836 al Senato garantendo così, alla coalizione che sosteneva Veltroni, 65 voti in più rispetto a Berlusconi. Questi risultati in controtendenza rispetto alla media provinciale, regionale e nazionale, rappresentano il migliore esito nei 7 comuni della zona occidentale di Taranto (ex collegio 18).Ciò è la dimostrazione di una attenzione dell’elettorato verso la nostra campagna elettorale che si è distinta per la vivacità e la qualità delle iniziative proposte: legalità e sviluppo con Carofiglio, scuola e lavoro con Cammalleri, agricoltura e burocrazia con il ministro De Castro. Inoltre abbiamo coniugato l’iniziativa politica con quella territoriale occupandoci di: crisi della Curvet, mobilità degli autisti Osmairm e salvaguardia della prima classe del locale Istituto d’Arte destinato alla chiusura. Una campagna elettorale che ha contrastato e tenuto testa al locale centrodestra che amministra il comune. Siamo stati, infatti, capaci di recuperare entusiasmo e colmare una carenza di rappresentanza nelle sedi istituzionali e politiche di nostri concittadini.Il Pd di Laterza rivendica con forza la necessità di esaltare la caratteristica principale del nostro partito, ovvero quella democratica, attraverso l’abbandono del leaderismo e personalismo, l’adozione delle primarie come metodo di selezione della classe dirigente e il superamento del "dirigismo" provinciale e regionale. Logiche che hanno penalizzato la rappresentanza del nostro territorio, senza peraltro garantire riscontri nelle urne configurando così un doppio fallimento.Ci impegneremo con tenacia per contrastare "l’oligarchia democratica" che si è impossessata del partito a livello provinciale (attraverso una spartizione correntizia e personale dei posti di potere), incapace di intercettare il consenso dei cittadini perché solo attenta a rappresentare se stessa. Una "oligarchia democratica" che accumula incarichi elettivi e politici penalizzando la meritocrazia e la rappresentanza territoriale. Ribadendo sin da ora che non accetteremo più decisioni "verticistiche" e daremo il nostro massimo contributo per promuovere dinamiche capaci di attivare processi trasparenti e rappresentativi. Il P.D. a Laterza continuerà ad aprirsi, ascoltando i cittadini, facendosi carico dei bisogni dando risposte serie e concrete. Lavoreremo, inoltre, per far crescere il valore della legalità e l’etica della responsabilità al fine di promuovere uno sviluppo sostenibile e duraturo del nostro territorio».

Fonte: Corriere del Giorno

VITTIME DEL LAVORO

On. Vico: Gjoni Arjan vittima del lavoro, ma anche della cultura e della mancata formazione.

E’ finito il tempo delle riflessioni e dei dibattiti. Questa è una strage indegna per un Paese che ama definirsi civile. E’ il tempo della svolta legislativa e degli impegni certi per la tutela della salute e della sicurezza.
E’ il primo commento dell’on. Ludovico Vico, parlamentare tarantino del PD, a poche ore dall’ennesima tragedia sul lavoro all’interno dell’ILVA di Taranto.
Gjoni Arjan, (il 47enne di origini albanese rimasto ucciso nell’incidente di ieri – ndr) è la vittima insieme alla sua famiglia e assieme alle vittime che da Este a Frosinone, da Ferrara a Monfalcone l’Italia ha registrato nella sola giornata di ieri, di una cultura che relega i valori del lavoro e della dignità umana sempre più in basso, considerando l’uomo subalterno al profitto – commenta Vico – ma è anche la vittima di una ignoranza diffusa rispetto alle pratiche operative che pure esistono in materia di sicurezza.
Nel caso di Gjoni Arjan, dipendente di una ditta del sub-appalto ILVA impegnata nella realizzazione del reparto zincatura a caldo del siderurgico tarantino, il sistema operativo, pur previsto dalle procedure non avrebbe infatti funzionato.
Gjoni era su quell’impalcatura a 15 metri d’altezza e non ha considerato indispensabile, imprescindibile dal suo lavoro porre in essere il sistema operativo anticaduta – afferma ancora Vico – allora viene da chiedere se la formazione del personale, prevista peraltro come obbligatoria dall’istituzione del NOI (Nucleo Operativo Intervento), sia un valore e un obbligo anche per il sistema degli appalti terzi in ILVA.
Infine Vico pone il termine della territorialità.
La ditta Pedretti di Brescia, lavora in subappalto rispetto ad un lavoro assunto dalla ditta Semat, sempre di Brescia – afferma Vico – due imprese del Nord chiamate ad operare in uno stabilimento che probabilmente, anche a fronte del tributo ambientale e di salute di questa città, dovrebbe cominciare a rivedere il suo rapporto con il territorio.


Taranto, 23 aprile 2008


Ludovico Vico

mercoledì 23 aprile 2008

Coordimamento Pd Laterza, riunione piano attività

Domani, Giovedi' 24 Aprile, alle ore 19,30 con i seguenti argomenti è convocato il coordinamento cittadino del Partito Democratico per discutere dei seguenti punti:

Esame nuovi assetti politici in seguito alle ultime dimissioni e determinazioni della maggioranza in Consiglio Comunale;

Argomenti/Iniziative per rilanciare l'azione e il ruolo del Consiglio Comunale;

Resoconto economico del circolo a seguito delle elezioni Politiche 2008 e determinazione seguenti;

Analisi e piano delle attività: Attività di comunicazione Pd Laterza;

Iniziative Politiche e Culturali per l'anno 2008

Il coordinatore cittadino

Davide Bellini

DIGNITA' AI LAVORATORI


Un piede fuori posto e un volo di otto metri. Un cavo sfiorato inavvertitamente. Sul lavoro si continua a morire anche così, com’è accaduto a Giulio D'Agostino di 44 anni, caduto all’interno di un cantiere di Villa Santo Stefano a Frosinone e nel pomeriggio a Stefano Trovo, 42 anni, titolare di un'azienda di trasporti, e un suo parente, Diego Trovo, 34 anni folgorati nel padovano mentre pulivano la cisterna di una betoniera. Un operaio è invece morto vicino a Frosinone cadendo da un tetto: stava lavorando con altri colleghi alla ristrutturazione del tetto di un'abitazione quando, secondo una prima ricostruzione, é precipitato e dè morto sul colpo, rendendo inutili i tentativi di soccorrerlo.Nel pomeriggio altri incidenti mortali: nel ferrarese è morto un operaio bosniaco di 21 anni, Adis Masinovic, residente nella provincia di Treviso, mentre un operaio di nazionalità croata è morto in un incidente sul lavoro nello stabilimento Fincantieri di Monfalcone (Gorizia). In serata l'ultima vittima all'Ilva di Taranto, dove ha perso la vita Gjoni Arjan, 47 anni, operaio della ditta Pedretti, impresa che lavora in appalto per l'Ilva, caduto mentre stava lavorando all'assemblaggio di struttre metalliche su una passerella a 15 metri da terra. Con l'infortunio mortale avvenuto oggi siamo alla quarta vittima nella regione Lazio dall'inizio del 2008, denuncia il segretario generale Fillea Cgil di Roma e Lazio, Sandro Grugnetti. ''Questo ennesimo tributo di sangue - sostiene Grugnetti - ci getta nel più profondo sconforto e non siamo in grado, al momento, di fare altro che esprimere la nostra solidarietà alla famiglia. E' finito il tempo delle riflessioni, delle discussioni inutili. Sulla sicurezza nei cantieri edili bisogna passare ai fatti, anche perché questa strage - continua Grugnetti - è indegna di un Paese civile''. ''Speriamo che la giustizia faccia il suo corso - prosegue il sindacalista - e le responsabilità vengano individuate: mentre gli operai muoiono per colpe e negligenze altrui, i veri responsabili continuano a speculare sulla pelle degli altri.

Le parole che non ti ho detto


Il Cavaliere ha detto:

«La gestione di Alitalia passerà attraverso

dolorose riduzioni di personale.

Air France ha detto no in primo luogo per il veto posto dai sindacati».


La "grana" Alitalia sta rapidamente trasformando nel primo scontro all'interno della nuova maggioranza. E già, perché la Lega l'altro ieri ha fatto pervenire a Berlusconi un messaggio piuttosto netto: "A questo punto non vale più la pena salvare la compagnia di bandiera. Su Malpensa ce la caveremo da soli, meglio lasciare che Alitalia fallisca". La parola "fallimento", però, fa drizzare i capelli al Cavaliere. Che non vuole presentarsi in Parlamento con un primo clamoroso insuccesso. Conscio che il decreto di ieri entro due mesi dovrà essere la sua maggioranza ad approvarlo. Senza il commissariamento, allora, a Via del Plebiscito hanno chiesto tempo per organizzare una cordata che per ora non si è costituita. "Daremo una cifra limitata - spiegava invece prima della riunione il ministro per lo Sviluppo Economico Pierluigi Bersani - quello che è necessario a finanziare in modo tale da non portare l'ex compagnia di bandiera al di fuori delle regole europee". E quella posizione era a sua volta una mediazione tra chi come, il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro era contrario anche a questa ultima iniezione di fondi: "Non si devono prendere i soldi dalle tasche degli italiani". I due ministri tra l'altro concordano sul fatto che persa Air France, chiunque arriverà dopo metterà meno denaro e chiederà più sacrifici. "Nessun prestito-ponte" era la linea, ma finanziamento straordinario concesso attraverso un decreto o del ministero dell'Interno e della presidenza del Consiglio per sottolineare l'eccezionalità della situazione. Un ruolo nella scelta dell'abbandono della via dell'intrasigenza per quella della responsabilità l'ha avuta anche Walter Veltroni, preoccupato pure del prossimo ballottaggio tra Rutelli e Alemanno: "Mi auguro che il governo possa fare un prestito ponte per evitare la crisi, ne ho parlato anche con Prodi" ha dichiarato a Cdm in corso. Ma dire che la richiesta di Berlusconi sia stata accolta in un clima di piena collaborazione bipartisan sarebbe assolutamente sbagliato. Chi lo ha sentito descriveva Prodi furibondo: "Hanno messo nel cestino l'unica cosa buona che avevamo", si è sfogato il presidente del consiglio uscente. E lo stesso ministro dell'Economia parla del Cavaliere senza citarlo: "La persona che probabilmente presiederà il governo, ha contribuito a far sì che la soluzione Air France tramontasse, perché convinto di poterne proporre una migliore. Con questo prestito abbiano dato una possibilità alla soluzione che autorevolissimamente è stata data come sicura". Ironia della sorte sarà proprio il ministero di uno dei più scettici, Bersani, a concedere quei 300 milioni dal fondo rotativo per la ricerca e l'innovazione nelle imprese. Da adesso l'ostacolo si chiama Bruxelles che informalmente ha già fatto sapere che "I fondi non potranno essere sbloccati comunque prima del nostro via libera. Ci vorrà qualche settimana". Inoltre fonti Ue annunciano "uno scrutinio severo, visto che la motivazione dell'ordine pubblico per giustificare un finanziamento non ha precedenti in Europa". Ma subito dopo, il nodo si ripresenterà in ogni caso sul tavolo del nuovo governo. Berlusconi, insieme a Bruno Ermolli, stanno provando a mettere insieme un gruppo di imprenditori per rilevare la compagnia. E nel frattempo ha riallacciato i contatti con il vertice di Banca Intesa. Nelle ultime ore, infatti, il premier in pectore ha di nuovo accennato ai buoni rapporti con l'Ad, Corrado Passera, e alla disponibilità del gruppo bancario di concedere un prestito - con i tassi di interesse di mercato - ben più ampio di quello approvato ieri dal consiglio dei ministri.

Il Pd punta su Comune e Regione

TARANTO - La linea è dettata: ricomporre il centrosinistra a livello locale ed assicurare una presenza tarantina nel governo regionale.
Fuori dal politichese significa entrare nella maggioranza al Comune e promuovere il consigliere regionale Michele Pelillo nella giunta di Nichi Vendola. Dopo il voto il ed il buon risultato conseguito a Taranto, dove per un soffio non è il primo partito della città, il Pd si ripropone come forza di governo. Stamattina ad approfondire il rapporto tra il Partito Democratico e le prospettive per Taranto sono stati l’onorevole Ludovico Vico, unico parlamentare tarantino targato Pd, lo stesso Pelillo, il vicesegretario provinciale Luciano Santoro ed il segretario cittadino Teresa Chiatante.
Se Santoro ha sottolineato il «risultato straordinario» ottenuto dal Pd in città, manifestando non poche preoccupazioni sulla possibilità che il futuro governo Berlusconi possa non riservare le stesse attenzioni che il Pd ritiene abbia riservato a Taranto il governo Prodi, Ludovico Vico ha tracciato il profilo della strategia che caratterizzerà l’azione politica dei Democratici. Il parlamentare ha distinto tra livello nazionale e livello locale. Sotto il primo profilo, ha individuato le tre grandi questioni che dovranno fare di Taranto una emergenza nazionale: la riproposizione del Tavolo Istituzionale ora destinato a morire col governo Prodi, l’Arsenale e l’ambiente. Tutte questioni sulle quali Vico ha reclamato un impegno bipartisan, al di là degli schieramenti e con la mobilitazione di tutti i rappresentanti istituzionali del Pd. In particolare, sul fronte dello stabilimento della Difesa, Vico ritiene che vadano perseguite due direttrici: rimettere in opera i bacini e definire entro il mese prossimo l’assegnazione del naviglio da mandare ai lavori. A proposito invece di diossine e similari, l’accordo di programma siglato il 10 aprile viene visto come «un atto di avanzamento sugli atti di intesa» siglati in questi anni. «Una strada— ha detto Vico — che credo vada perseguita ancora una volta nel segno del bene comune». Attenzione da riservare anche alle infrastrutture portuali, alla bretella autostradale Palagiano-statale 106 e alla Bradanico Salentina. E veniamo invece ai rapporti con l’amministrazione comunale: la scadenza per l’approvazione del bilanci si avvicina. «Proprio questa fase — ha ribadito Vico — dovrà certificare l’importanza che per Taranto ha avuto il governo Prodi». Come a dire: va riconosciuto un ruolo al Pd proprio per quello che Prodi da una parte e Boccia dall’altra hanno fatto per la città. Così da rispettare la previsione di uscire dal dissesto entro quest’anno.
Ancora più esplicita Teresa Chiatante: «Più di un tarantino su tre ha dato la sua preferenza al Pd. Abbiamo fatto registrare la più alta percentuale di tutta la Puglia. L’amministrazione comunale non può non prendere atto di questo risultato, che, al contrario, al proprio interno qualche scossone l’ha prodotto. Non dimentichiamo che il sindaco in questa campagna elettorale ci ha messo la sua faccia. Questo risultato ha dimostrato che siamo indispensabili per il governo della città. E questo è un discorso da fare con il nostro segretario provinciale».
Sembra che nei prossimi giorni, su iniziativa del segretario regionale del Pd, Michele Emiliano, potrebbe esserci un incontro con il sindaco Stefàno ed il governatore Vendola. All’ordine del giorno la possibilità di allargare la maggioranza del Comune al Pd. Ma anche la rivendicazione fatta dal Pd ionico di avere una propria rappresentanza nella giunta regionale. Michele Pelillo attende segnali. Se ne riparlerà in ogni caso al ritorno della trasferta moscovita di Emiliano.
Taranto Sera - 22 aprile 2008

martedì 22 aprile 2008

voglio condividere con voi...

La strategia dell’imprenditore moderno è come rendere produttivo e motivato il proprio personale”.
È questo il motto del nostro concittadino Giovanni Matera che, con la sua azienda “Matera Arredamenti” e la Mind Consulting (azienda specializzata nella gestione delle risorse umane), ha fortemente voluto questo evento, tenutosi il 21 Aprile 2008 a Casa Isabella a MOTTOLA (TA), per far crescere l’imprenditoria locale e non solo.

Qual era l’obiettivo ricercato dalla Matera Arredamenti quando ha ideato questo evento?

Il nostro obiettivo non era cambiare le idee e il modo di pensare di come stare sul mercato, ma era di voler offrire ai miei colleghi un altro punto di vista, di come oggi è possibile sopravvivere in un mercato sempre più difficile.

Alla fine dell’evento quali secondo lei sono i punti fondamentali che i partecipanti avranno appreso?

Sicuramente sono tre i punti su cui l’attenzione dei partecipanti si sarà focalizzata:

1. Oggi nel mercato della super offerta non conta solamente offrire un buon prodotto, anche se accompagnato da un buon servizio e da un piano di marketing eccellente, conta la bella esperienza che il cliente ha fatto comprando da te: Marketing dell’Esperienza.

2. Per fare questo bisogna formare i nostri collaboratori, creare una visione e una Missione Aziendale fatta di Valori Etici condivisi con i nostri collaboratori. Dare loro la possibilità di crescere e creare un ambiente positivo dove c’è la possibilità di sbagliare senza traumi particolari.

3. Inoltre, la crisi è un chiodo nella nostra testa e noi non possiamo permetterci di restare paralizzati da questa falsa realtà anzi, la domanda che ci dobbiamo porre deve essere: io cosa posso fare? Cosa non sto facendo per far differenza in un mercato in cui se non ti distingui, ti estingui?

Ma, la mancata partecipazione della scuola si avvertiva pesantemente, eppure questa è “l’azienda” più importante della nostra nazione o sbaglio?

È vero, la grande assente era proprio la scuola anche se i dirigenti scolastici sono stati invitati per tempo. Questo dimostra quanto lontano sono i due mondi, capisco che all’interno della scuola manchi la meritocrazia, però non farebbe male se il mondo della scuola prestasse un po’ più di ascolto al mondo del lavoro e delle imprese e aiutare in questo compito difficile della formazione dei nostri giovani. Altri grandi assenti erano l’UTEP e Agorà un giornale che dovrebbe essere più sensibile e più attento a queste tematiche viste le sue linee guida.

In conclusione, quale messaggio vorrebbe dare ai suoi colleghi imprenditori?

Come dice lo scrittore-filosofo Zig Ziglar: Se percorrete il secondo miglio non troverete traffico. Se ci sforziamo di fare sempre più del dovuto allora non solo emergeremo noi fra gli altri ma aiuteremo anche gli altri ad emergere.

Massimo Castria

Caldaralo lascia il Consiglio Comunale, resoconto della seduta

Ieri, lunedì 21 aprile, si è tenuto il Consiglio Comunale con unico punto all’odg approvazione statuto e schema di convenzione del consorzio obbligatorio ATO PUGLIA per la gestione del servizio idrico integrato. Il consiglio si è aperto con alcune comunicazioni importanti. La prima è stata fatta dal consigliere comunale, Lorenzo Caldaralo – indipendente di sinistra -, che ha rassegnato le sue dimissioni. Caldaralo si è dimesso per svolgere meglio il suo ruolo di coordinatore della Cgil di Laterza e anche perché sempre più impegnato in ruoli di rappresentanza sindacale a livello provinciale. Nel ribadire il suo impegno per lo sviluppo economico e sociale di Laterza, si è soffermato sul decadimento della funzione del Consiglio Comunale che in generale è stato privato e mortificato dalle sue prerogative. In seguito si è sviluppato un dibattito con molti interventi (Minei, Serafini, Chisena, Saccomanni, Rizzi, Stano, Cirielli, Catapano, Cristella e Frigiola) che hanno riconosciuto e dato merito al lavoro svolto da Lorenzo Caldaralo come consigliere e assessore ai servizi sociali. La comunicazione del Sindaco, che non prevede dibattito, è stata incentrata sul caso “Leone” e sugli sviluppi politici. Il centro-destra laertino ha stilato un documento che estromette Michele Leone dalla sua maggioranza e di conseguenza il Sindaco gli ha ritirato la delega alle politiche giovanili. La stessa maggioranza ha chiesto al consigliere Leone di dimettersi dal consiglio comunale. Un repentino dietrofront rispetto alle dichiarazioni rilasciate dopo l’arresto di Leone, successivamente scarcerato, che invece affermavano che si trattava di questioni personali e non politiche. Il Sindaco ha inoltre annunciato che dopo la festa patronale, chissà perché dopo, avvierà una verifica di maggioranza per rilanciare la “spenta” attività amministrativa della sua giunta. Dopo le comunicazioni si è passati all’esame dell’unico punto all’odg per l’adesione al consorzio per la gestione delle risorse idriche. Una delibera arrivata in extremis, i nostri amministratori hanno altre gatte da pelare in questo periodo, senza nessuna istruttoria e confronto tecnico-amministrativo anzi dall’illustrazione, ovvero la lettura della delibera, fatta dal Sindaco si è avuta la sensazione della totale impreparazione e approfondimento dell’argomento. Si trattava invece di un punto importante che meritava ben altro approfondimento in quanto attraverso l’unico consorzio obbligatorio regionale (ATO) la Regione Puglia intende gestire efficacemente la risorsa idrica costituita dall'insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione dell'acqua ad usi civili, di fognatura e depurazione delle acque reflue, attraverso la predisposizione di un apposito Piano d'Ambito, in modo da evitare l'attuale frammentazione gestionale (che in Italia è rappresentato 5.500 gestori per circa 13.500 acquedotti). Il sistema attivato tende ad eliminare le cause che hanno determinato rilevanti problemi nelle precedenti gestioni della risorsa idrica, particolarmente con riguardo alla disponibilità della risorsa, alla continuità della fornitura e alla qualità del prodotto. L’Autorità ha perciò lo scopo di organizzare il Servizio Idrico Integrato nonché di svolgere le funzioni di programmazione e di controllo della gestione del servizio medesimo nell'interesse degli utenti.
La delibera è stata approvata all'unanimità dei presenti dopo una lunga "scaramuccia" in merito alla diversa documentazione, rispetto a quella ufficiale, rilasciata alla minoranza.


Franco Catapano - consigliere comunale del Pd Laterza

Taranto e la sua proiezione in Italia e nel mondo.

Sbaraglia il campo dalle questioni localistiche il neo eletto parlamentare del PD, Ludovico Vico, che all’indomani della sua rielezione alla Camera dei Deputati, prova a volare alto convocando una conferenza stampa sui generis nei contenuti e nelle presenze: un chiaro segnale di unità e di adesione al progetto PD da parte di tutti.
Il PD rappresenta la vera novità del Paese, e anche a Taranto ha dato prova di solidità e di grande salute – afferma – segno inequivocabile di una forza nuova e riformista in grado di fare sintesi attorno a temi di spessore e in grado soprattutto di attraversare l’anima laica e cattolica di tutti coloro che questa mattina, in questa sede, si fanno portatori dell’etica e dei valori del Partito Democratico in tutte le sue rappresentatività, dal Parlamento agli enti locali. Il riferimento è alla platea e al tavolo, animato da tutti i rappresentanti istituzionali del PD di terra jonica.
Il PD, lo confermano i dati di Taranto e provincia, (il 35,321% e il 35,786% rispettivamente alla Camera e al Senato a Taranto città, e il 32,718% alla Camera e il 33,264% al Senato tra Taranto e la sua provincia – ndr), ha costruito un bipolarismo nuovo, fondato su chiare alleanze per il governo e non più su coalizioni eterogenee, il cui solo obiettivo era battere l’avversario. Avremmo preferito battere Berlusconi – continua Vico - ma non a prezzo di una ingovernabilità figlia dell’intransigenza rispetto agli obiettivi reali. Siamo per l’intransigenza sui valori – continua Vico – e dobbiamo essere in grado di affrontare la realtà riconoscendo anche il senso del limite della politica.
Si perché il vero male - ribadisce Vico – non è perdere le elezioni, ma perdere il contatto con ciò che è reale, con la vita delle persone. Quando la politica ad esempio si preoccupa di “sbarcare il lunario delle poltrone”, senza preoccuparsi del futuro che consegna alle nuove generazioni a perderne siamo tutti. Questo anche qui a Taranto, anche nella nostra provincia.
C’è una traccia alta nel discorso di Vico, con un tentativo chiaro di ritagliare le questioni “tarantine” in un ambito più nazionale, se non addirittura internazionale.
Questa maggioranza non garantisce governabilità, e soprattutto non garantisce una linea meridionalista visto l’alto consenso della Lega – dichiara poi – c’è pertanto bisogno del contributo di tutti, del PD, e dei rappresentanti istituzionali che esso rappresenta. Per questo auspico il recupero di un dialogo che come parlamentare di maggioranza avevo tentato di costruire in questi ultimi ventuno mesi di guida Prodi con gli altri parlamentari espressi dalla nostra provincia. Mi candido sin da ora ad essere in sintonia con gli altri se si tratterà di difendere gli interessi di questa comunità e le sue opportunità di sviluppo.
Una sfida condivisa dal PD e che il partito di Veltroni in provincia di Taranto intende condurre per strada, riavvicinandosi ai problemi della gente, trovandone interpretazioni legislative o soluzioni pragmatiche, ritagliandosi uno spazio d’ascolto che guarderà in particolar modo ai giovani e a tutti coloro che non credono più nella politica.
Abbiamo bisogno di quei sogni – sottolinea Ludovico Vico – delle speranze e della voglia di futuro che solo le nuove generazioni riescono ad incarnare. E’ la prima volta dal dopoguerra, che i giovani non hanno fiducia nel futuro, qui nel Sud soprattutto. A ciò si aggiunge un sistema politico rissoso e frammentato che ha indebolito gravemente la capacità di chi ha la responsabilità di governo e delle istituzioni democratiche di prendere decisioni necessarie per lo sviluppo. Ridare la voce e la dignità ai nostri talenti, ai nostri ragazzi, credo debba essere la priorità nelle priorità. Il rischio – precisa il parlamentare jonico – è di perdere energie utili, che tutto il potenziale di questa terra vada altrove.
Un pericolo reale che per Taranto ha una doppia valenza.
La dispersione dei talenti significa impoverimento, e la decontestualizzazione dei temi legati allo sviluppo del nostro territorio, dai temi e dai valori nazionali rischia di creare un effetto domino senza precedenti – sostiene Vico – Taranto già così marginalizzata, si troverebbe di fronte al pericolo di un ulteriore arretramento aumentando il divario con le aree forti del Paese.
Una marginalizzazione che in politica si traduce in un appello più che palese.
Credo che la ricomposizione del centrosinistra sia un dato da acquisire come un oggettivo strumento per gli interessi generali delle comunità amministrate – dichiara senza mezzi termini l’esponente del PD – ciò vale a livello locale, con il comune capoluogo in prima fila, ma vale anche alla Regione Puglia.
Una considerazione che parte dai dati.
Se è vero, com’è vero, che il PD a Taranto non solo tiene ma aumenta i suoi consensi, e segna un punto a favore rispetto ad altre realtà regionali – sottolinea – è giusto che il PD tarantino, proprio nell’interesse di quella comunità che crede ancora nella politica o crede nei valori proposti dal nostro partito, possa avere una voce nel governo regionale.
Maggiore rispetto per Taranto e la terra jonica, dunque, a cominciare da quella relazione con il territorio, che quel PD forte del suo 35,321% è stato in grado di costruire con l’elettorato tarantino.
Poi i temi che il PD tenta di proporre nell’agenda politica del prossimo governo Berlusconi.
Il primo, legato appunto ad un tratto di continuità con il Governo Prodi e con Taranto, e che per la città capoluogo ha rappresentato una vera e propria scialuppa di salvataggio.
E’ un auspicio, ma anche un invito il mio – dichiara Vico – un invito alla prosecuzione di un impegno. Il Governo Prodi aveva sollevato Taranto da quella marginalità e da quell’isolamento. Aveva detto a Taranto “non sei sola” e aveva rivestito l’emergenza tarantina dei connotati dell’emergenza nazionale, costruendo attorno alle vicende del dissesto l’importante Tavolo Istituzionale della Presidenza del Consiglio. Chiediamo a questo nuovo Governo di confermare questo impegno, anche con l’intento di definire entro il 2008 la partita commerciale legata al dissesto del Comune di Taranto, ma anche con l’impegno ancora più strategico di dare seguito alle linee di sviluppo che per la città a quel tavolo si erano individuate.
Ma la Taranto nazionale è anche quella dell’Arsenale e quella del Porto.
Sull’Arsenale si vive non solo l’emergenza, ma anche l’urgenza – dice Vico – con due direttrici che vanno assolutamente perseguite: l’accelerazione dei termini per ultimare le infrastrutture e la rimessa in opera dei bacini e la definizione entro il prossimo mese di maggio dell’assegnazione del naviglio da mandare ai lavori. Anche su questo punto chiedo un impegno bipartisan e la sollevazione di tutte le voci del PD con ruoli istituzionali e di governo.
Poi il Porto.
La conferenza Stato-Regioni ha autorizzato il decreto attuativo per la realizzazione dei dragaggi al Porto di Taranto – dichiara Vico – pertanto al nuovo Governo non resta che procedere.
Un elenco di impegni prioritari che proprio nel solco dello sblocco dalla marginalizzazione prevede anche il grande tema delle infrastrutture: la Bretella 106 di Palagiano – precisa Vico – ma anche la Bradanico Salentina.
Il tema dell’ambiente Vico lo lascia per ultimo, quasi come un capitolo a parte e determinante per il futuro della città.
Sul problema ambientale esiste un vuoto legislativo (intervento in tema di “valori limite” per l’ emissione di diossina – Interrogazione di Vico del 15.10.2007 – ndr) ma anche un vuoto di coscienza che non può trovare sponde populistiche e demagogiche. La tutela dell’ambiente è correlata alla tutela della salute, ma anche alla salvaguardia del lavoro e pertanto credo debba essere affrontata con la serietà che va riconosciuta ad un tema di tale portata. In questo Taranto e la sua gente devono continuare a tenere un atteggiamento sobrio e realistico e nessuna bandiera potrà essere ammainata a fronte del benessere della collettività. L’Accordo di Programma siglato lo scorso 10 aprile relativo alle autorizzazioni per l’AIA, vanno sicuramente interpretati come un atto di avanzamento sugli Atti di intesa. Una strada che credo vada perseguita ancora una volta nel segno del bene comune.
Taranto, 22 aprile 2008 - Ufficio Stampa dell'on. Vico

E la "mitragliata" sortì l'effetto sperato...


Chiuso il giornale russo "bersagliato"

Chiude il Moskovskij Korrespondent, il giornale scandalistico russo che per primo aveva dato la notizia della presunta relazione tra Vladimir Putin e Alina Kabaeva, l’ex campionessa olimpionica ed ora deputata alla Duma.

Una notizia apparentemente di secondo piano, specie se si considera l'ormai cronica epidemia mediatica che negli ultimi anni ha colpito la Russia. La serrata del giornale assume però maggiore interesse se si considera che in tutto ciò è coinvolto, per mezzo di una delle sue proverbiali “bravate”, il leader del Pdl Silvio Berlusconi.

Venerdì scorso a Villa Certosa, in occasione della visita di cortesia che Putin ha recato a Berlusconi appena dopo la vittoria elettorale, l’incauta Natalia Melikova, cronista della Nezavsinaya Gazeta, con una certa insistenza, chiede al leader russo chiarimenti sulla notizia data il giorno prima dal Moskovskij Korrespondent. Silvio Berlusconi, che forse non ha ancora compreso pienamente la drammaticità della realtà russa, prende la palla al balzo, sorride e mima con le mani una mitragliata all’indirizzo della giornalista. Putin se ne accorge e annuisce. Non sorride, ma annuisce come solo un uomo con la sua storia sa fare.

Il presidente russo, non si scompone e rintuzza la cronista “lei mi poteva fare una domanda su temi ben più importanti discussi nell’incontro; ha invece preferito citare un articolo preso dai nostri giornali scandalistici. Naturalmente - continua il presidente russo - conosco bene il luogo comune sul fatto che i politici vivono in una casa di vetro, e la società ha certamente il diritto di sapere come vive chi si occupa della cosa pubblica. Ma anche in ciò esistono certi limiti. Io ho avuto - prosegue Putin - sempre antipatia per quelli che con naso colante e con in testa le proprie fantasie erotiche cercano di infilarsi nella vita altrui”.

“Comunque - chiosa l’ex agente del Kgb - grazie alla crescita economica russa nessuno più, se Dio vuole, mi fa domande sulla Cecenia”. A questo punto la conferenza stampa si conclude come se nulla fosse successo, a parte le lacrime della Melikova, che ai colleghi italiani spiega “ho visto il gesto del vostro presidente e so che scherza sempre e so che il gesto non avrà alcuna conseguenza”, ma di certo quello sguardo ha sortito l’effetto sperato.

Naturalmente l’eco della reazione di Putin è giunta in Russia come un terremoto e Alexander Lebedev, magnate russo ed editore del Moskovskij Korrespondent, ha chiuso il giornale, adducendo presunti problemi finanziari, che lo avrebbero costretto anche ad oscurare il sito web del giornale medesimo. Sono in tanti, però, a pensare che questa sia più che altro una scusa utilizzata da Lebedev per evitare repressioni da parte del capo indiscusso del Cremlino.

A sostegno di una tale ipotesi non c’è solo la tempestività della reazione di Labadev, ma anche e soprattutto la tragica situazione in cui versa la stampa in Russia. Si calcola, infatti, che negli ultimi dieci anni più di 200 giornalisti hanno perso la vita perché ostili al regime istaurato dall’ex agente del Kgb, ininterrottamente al potere dal 2000.
21 aprile 2008 INTERNAZIONALE

Tutti i santi di Silvio

Signornò
l 'Espresso, 18 aprile 2008


Una notizia di 21 righe sul Corriere e una candidatura nel Pdl passata inosservata gettano nuova luce su un’affaire dimenticata da tutti fuorchè da Silvio Berlusconi, che seguita a citarla come prova dell’”uso politico della giustizia”: le tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza, peraltro accertate dalla Cassazione che ha condannato gli ufficiali corrotti e il manager corruttore, Salvatore Sciascia, arrestato nel ’94 e reo confesso di tre mazzette da 100 milioni di lire per ammorbidire verifiche fiscali a Videotime, Mondadori e Mediolanum. Chi gli diede l’ok e il denaro? Lui dice: Paolo Berlusconi. Questi conferma, ma il Tribunale l’assolve e condanna Silvio. Che pure per i giudici d’appello (reato commesso, ma prescritto) è il vero mandante. Poi la Cassazione assolve pure lui per “insufficienza probatoria”, sostenendo che potrebbe esser stato Paolo, ormai improcessabile. Strano: è per proteggere Silvio - allora presidente del Consiglio - che il consulente Fininvest Massimo Maria Berruti, l’8 giugno ’94, manda il maresciallo Alberto Corrado a suggerire al colonnello Angelo Tanca di non far parola con i giudici della mazzetta Mondadori. Berruti finisce in carcere, subito dopo Sciascia e Paolo. Dalle sue carte salta fuori il “pass” che prova come quella sera, poco prima di chiamare Corrado, Berruti fosse a Palazzo Chigi per incontrare il premier. Giunto apposta da Milano, salì da lui alle 20.45, uscì alle 21.30 e chiamò Corrado. Per questo il Pool invia a Berlusconi il famoso invito a comparire: per interrogare lui e Berruti, separatamente, su quella sera fatidica. Mossa azzeccata: il premier si dice contrario alle mazzette; precisa di non sapere nulla di quelle alla Finanza; ma aggiunge che i suoi manager erano concussi. Strano: se non sa nulla, come sa che è concussione? Poi rievoca dettagliatamente l’incontro con Berruti (“parlammo della campagna in Sicilia”). Ma Berruti nell’altra stanza nega che sia avvenuto: “Il consiglio dei ministri finì tardi e me ne andai prima”. L’indomani Berlusconi scopre la contraddizione e telefona in Procura per ritrattare: “Mi sono sbagliato, l’incontro non ci fu per il protrarsi del consiglio dei ministri”. I suoi due segretari, Marinella Brambilla e Niccolò Querci, confermano. Ma il verbale ufficiale indica che il Cdm finì alle 21: Berruti ebbe tutto il tempo di vedere il premier, ottenere l’ok al depistaggio e metterlo in atto. Il mese scorso Brambilla e Querci sono stati ricondannati in appello a 16 mesi per falsa testimonianza (21 righe sul Corriere, non una parola sugli altri giornali e in tv). Berruti, condannato a 8 mesi per favoreggiamento, è deputato dal 1996. Ora, a Montecitorio, lo raggiunge Sciascia, condannato a 2 anni e 6 mesi per corruzione.
Strano: Berlusconi è contrario alle mazzette e poi promuove chi le paga e chi le copre? E come poteva Berruti favoreggiare un innocente? E perché mai i due segretari avrebbero mentito per proteggere un innocente?
Se Vittorio Mangano, per la sua omertà a tenuta stagna, è un “eroe”, questi sono perlomeno martiri. Santi subito.

Alitalia cosa ci aspetta? Nota del Pd

Come avevamo previsto, dichiarazioni avventate e comportamenti non responsabili hanno fatto naufragare la trattativa con Air France, mettendo a repentaglio il destino di Alitalia e di decine di migliaia di lavoratori.

A forza di dichiarare ostilità nei confronti della società franco-olandese, di annunciare cordate al momento inesistenti, di ventilare una non meglio precisata convergenza con la compagnia Aeroflot (con buona pace della difesa della nazionalità), si è finito col creare una situazione che ora pesa sull’occupazione di decine di migliaia di persone che lavorano nella compagnia italiana, a Fiumicino, a Malpensa e nell’indotto.

Una situazione drammatica che pesa anche sull’immagine dell’Italia, che subisce un colpo consistente. Il governo attuale e quello che verrà devono cercare di operare per garantire la continuazione dell’attività di Alitalia per aprire nuove e reali trattative.

LE DUE ITALIE, LA LOBBY DEL SUD E IL RUOLO DEL PD

A qualche giorno di distanza dall’esito del voto, la questione settentrionale e quella meridionale, sta cominciando a tenere sempre più banco, non solo sul nostro blog e nelle piazze ma anche in tv e sui giornali. L’effetto Lega è anche questo, il riproporre volente o nolente una questione mai risolta ed ora, la paura di provvedimenti contro il sud, surriscaldano le menti ed agitano le penne. Qualche giorno fa, un nostro utente di Cinisello, che segue il nostro blog, ci ha mandato un commento proprio per valutare il perché di un voto così di massa alla pdl, oggi è il giornalista Salvati del corriere della sera a cercare di dare una risposta. Il dibattito è aperto…

Wanda Pucci

Nei commenti dopo il voto sulla grande stampa — ma anche prima, durante la campagna elettorale — non si può dire che si sia prestata molta attenzione al Mezzogiorno: la cosiddetta «questione settentrionale» l'ha fatta da padrona.Prima del voto, i «fucili » di Bossi hanno colpito assai di più di quelli di Lombardo, pur trattandosi, in entrambi i casi, di fucili di legno, di fanfaronate. Dopo il voto, il trionfo della Lega al Nord è stato sottolineato assai più di quello del Pdl al Sud, e in entrambi i casi non si tratta certo di novità: la Lega è tornata ai livelli degli anni 90 e, per il Sud, si tratta di una tendenza già osservata a schierarsi con il presunto vincitore e a contribuire al suo successo.Partendo da un’apparente irrazionalità del voto meridionale, vorrei sostenere una tesi semplice: l'irrisolta questione meridionale—l'unica vera «questione», una tragica spaccatura nella nostra storia unitaria—ha generato negli ultimi due decenni una reazione di rigetto nel Nord che è destinata a rimanere. Questione antica e reazione recente oggi danno vita a un grave problema nazionale, per il quale non sembra che i partiti a vocazione maggioritaria (e nazionale) abbiano risposte chiare. Per ora, almeno. Irrazionale lo spostamento verso il Pdl di tante regioni meridionali? Apparentemente sì: l'alleanza del Pdl con la Lega è strategica e la Lega non ha mai fatto mistero delle sue intenzioni di ridurre, e di molto, le risorse che lo Stato trasferisce al Mezzogiorno.Ciò sta scritto a chiare lettere nel programma elettorale di questo movimento politico e, per liquidare ogni dubbio, basta scaricare la proposta di attuazione dell'articolo 119 della Costituzione (federalismo fiscale) approvata il 19 giugno scorso dall'Assemblea regionale lombarda: è un documento ufficiale, non un manifesto elettorale. Se la proposta lombarda diventasse legge dello Stato — e questa sembra essere l'intenzione comune di Lega e Pdl — il taglio di risorse che affluiscono verso il Sud sarebbe forte e la stessa finalità di fornire ai cittadini dell'intero Paese servizi pubblici in quantità e qualità simili sarebbe negata per principio. E allora perché una gran parte del ceto politico e dei cittadini meridionali hanno scelto il Pdl? Faccio fatica ad accettare un'ipotesi di irrazionalità e propongo una spiegazione alternativa. Da molto tempo i ceti politici meridionali hanno constatato che disporre di voci influenti e di molti parlamentari nella coalizione che sostiene il governo (e un po' per effetto di An, un po' per l'esito delle ultime elezioni, il gruppo parlamentare del Pdl si è notevolmente meridionalizzato) giova ai trasferimenti pubblici verso il Mezzogiorno: se poi giovi al Mezzogiorno, alla soluzione della «questione meridionale», è cosa del tutto diversa. Tale constatazione equivale a scommettere che le bellicose intenzioni della Lega resteranno intenzioni, e saranno frustrate da una potente lobby meridionale: il federalismo fiscale che uscirà fuori dal tritacarne governativo e parlamentare non sarà per nulla simile al disegno approvato dal consiglio regionale lombardo. Questo devono aver pensato gli elettori meridionali e il ceto politico che ha indirizzato il loro voto. Se la scommessa sia realistica, non lo so. So soltanto che sul federalismo fiscale (e, più in generale, sulla riforma costituzionale) si giocherà una partita di straordinaria importanza: una partita da cui dipende la stessa tenuta del nostro Paese come nazione.La domanda del Sud di livelli e qualità simili nei servizi pubblici, nonché di trasferimenti addizionali a scopo di sviluppo—questo afferma l’articolo 119 della Costituzione —è fondata su un condivisibile principio di solidarietà nazionale. Ma incorpora anche la richiesta di continuare con l’andazzo di oggi, di usare servizi e trasferimenti in modo inefficiente e clientelare, senza alcuna ricaduta positiva in termini di sviluppo.E la domanda di autonomia fiscale del Nord sicuramente è motivata da insofferenza per il vincolo di solidarietà nazionale (politici siciliani: che cosa intendete quando parlate di «autonomia»? Essa vuol dire una cosa chiara—fare da soli—per una regione con un prodotto pro capite superiore alla media nazionale; una cosa alquanto diversa per una regione i cui consumi sono sostenuti da trasferimenti provenienti dal resto del Paese). Ma contiene, la domanda del Nord, anche la sacrosanta richiesta di controllare che le risorse provenienti dalle loro regioni siano utilizzate in modo efficiente, per promuovere sviluppo. Sono conciliabili queste due domande? Se prendiamo le loro motivazioni buone, certamente sì. Ma per conciliarle occorrono visione e idee forti su come innescare sviluppo autonomo nel Mezzogiorno: insomma un ceto politico e tecnico di grande qualità.E qui si apre una straordinaria occasione per il Partito democratico. Ci saranno ovviamente tensioni tra la Lega e la parte meridionale del Pdl. Se il Pd ha veramente vocazione maggioritaria, se veramente antepone gli interessi del Paese a quelli del partito, non ceda alla tentazione di esasperare le fratture nella coalizione di governo, ma si impegni in Parlamento a trovare una mediazione alta, una soluzione che salvaguardi l’unità nazionale componendo le «parti buone» delle domande che provengono dal Nord e dal Sud.

Michele Salvati - Il Corriere della Sera